#SaperiPubblici – Ivo Quaranta, referente del gruppo tematico sulla migrazione: linguaggio della migrazione, benessere, accoglienza, mobilità e Università

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Ivo Quaranta è Professore associato presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, partecipa all’organizzazione dell’evento come referente del gruppo tematico sulle migrazioni. Con lui abbiamo parlato degli aspetti socio-economici che caratterizzano il fenomeno, per concludere con un argomento più che contemporaneo, che in questi giorni sta riempiendo le prime pagine dei giornali di governo: i rom.

  • Esiste un linguaggio della migrazione (cioè un modo fissato per parlare di migrazione o mediante il quale si è parlato di migrazione negli anni)? Come si è modificato nel corso del tempo?

Abbiamo subito un mutamento linguistico nel corso del tempo. Se inizialmente il discorso sulla migrazione era schiacciato sul versante economico e gestito attraverso i flussi, abbiamo nel tempo registrato un primo passaggio al registro umanitario (i migranti percepiti solo come vittime da salvare) per poi arrivare alla vera e propria criminalizzazione del migrante in un’ottica securitaria.I diversi registri non sono certo equivalenti, anche se tutti accomunati da una riduzione della persona che migra al solo elemento del migrare, senza alcuna considerazione per l’apporto e il contributo sociale, culturale, morale che può dare al contesto di approdo. Quella che stiamo vivendo è una semplificazione, un imbastardimento veicolato dalla paura e dalla rinascita di concetti distorti come quello di patria o di identità nazionale pura.

  • Quanto conta l’informazione e la percezione di benessere che i migranti hanno del nostro paese nel fenomeno della migrazione? Quanto conta l’informazione e la percezione di malessere recato dalla migrazione che ha il nostro paese all’interno del fenomeno?

Non possiamo presumere di sapere a priori le ragioni e le aspettative degli altri se non ci dialoghiamo. Sono certo tuttavia che oggi chi migra sappia perfettamente cosa significhi quella scelta. Ed è un discorso di cui dovremmo avere memoria anche noi italiani, quello di lasciare il paese per dare un futuro migliore ai propri figli. Penso che se dessimo un minor peso alla questione economica riguardante il migrante e una maggiore rilevanza alla biografia in carne e ossa di ognuno di loro, questa domanda non ci sfiorerebbe minimamente.

  • Quali requisiti/caratteristiche legittimano oggi, nello Stato italiano, l’accoglienza e quali requisiti legittimano oggi, nello Stato italiano, la mobilità intellettuale.

Il discorso ruota attorno al concetto di “persona circolabile”: si vuole pensare che ci siano soggetti non circolabili a livello socioeconomico (il migrante) e soggetti circolabili (gli studenti, gli intellettuali). Il prodotto di questa logica è una stigmatizzazione della povertà, dove il migrante legittimo è esclusivamente colui che ha la disponibilità economica per spostarsi.

  • Qual è l’atteggiamento dell’università e quali mezzi adotta nei confronti delle/degli studentesse/studenti migranti (di “prima” e “seconda generazione”)?

Molto è stato fatto e si sta facendo su questo fronte. Le normative nazionali non possono tuttavia essere ignorate e di certo non sempre aiutano. Basti pensare che fino al rinnovo del permesso di soggiorno uno studente non può sostenere prove d’esame.

  • All’interno del fenomeno migratorio, rom, i sinti e i camminanti godono di un’attenzione e di una percezione particolare: a cosa è dovuta e in che modo vengono alimentati gli stereotipi.

Il caso dei rom è emblematico di molti atteggiamenti che riserviamo all’alterità: spesso attribuiamo alla loro cultura quello che ad un’attenta osservazione è piuttosto il frutto della loro relazione con i nostri atteggiamenti: dagli insediamenti a polvere, al cosiddetto nomadismo, fino all’idea stessa che i rom abbiano, per dire, un diverso concetto culturale di igiene sono tutti prodotti delle relazioni che le società europee hanno intrattenuto con i gruppi rom nel corso del tempo. La loro costante marginalizzazione ed esclusione viene letta come attributo culturale della loro identità culturale.
Riconoscere il nostro ruolo nelle relazioni con gli altri non solo ci aiuta a capire meglio noi stessi e gli altri, ma dovrebbe anche alimentare una diversa etica della relazione.

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