#SaperiPubblici – Martedì 2 ottobre piazza VerdiAnnarita Angelini e Rossella Ghigi con studentesse dell’Alma Mater: Sono tornate le streghe? Parità e diritti minacciati

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Annarita Angelini insegna Storia della filosofia all’Università di Bologna ed è coordinatrice del corso di laurea in Filosofia. Insieme abbiamo parlato di corpi, donne migranti e migrazione queer.

  • In che modo il fenomeno migratorio ha influenzato storicamente la concezione e la raffigurazione occidentale di un corpo?

Ci vorrebbe una vita per rispondere seriamente a una domanda di questo tipo. Mi sento di dire che l’immagine del corpo e dell’identità femminile, anche da noi e anche oggi, è in gran parte esito di una cultura patriarcale: bella, seduttiva, moderna, colta e brillante ma non aggressiva, pronta a fare un passo indietro per garantire la famiglia, libera da ogni velo… ma pur sempre espressione di un’aspettativa maschile. Le forme del patriarcato sono diverse nel mondo, ma sempre di patriarcato si tratta. 
Il fenomeno migratorio, da questo punto di vista, per le donne occidentali, è stato “consolatorio”: c’è chi sta peggio. E questo induce una pericolosa tendenza all’inerzia.

  • Le donne migranti sono vittime di una doppia discriminazione?

Come è ampiamente dimostrato, la migrazione femminile, anche in Italia, ha tipologie diverse. Molto genericamente: la migrazione da paesi di cultura musulmana tende a riprodurre il modello di relazione tra i sessi del paese d’origine. La migrazione dai paesi dell’oriente europeo, che vede sovente le donne spostarsi da sole, senza la famiglia, sollecitaun’aggregazione femminile intensa, soprattutto tra migranti della stessa area di provenienza. In questo caso, la presa di coscienza del proprio status di lavoratrice, essenziale alla sussistenza della famiglia specie se rimasta nel paese d’origine, determina una consapevolezza di sé, di diritti e di autodeterminazione.

  • Il processo di “integrazione” può divenire, in certi casi, una forma di esclusione/discriminazione (penso alla questione del velo, spesso rivendicato dalle “seconde generazioni” di donne migranti e in Occidente tanto additato come forma di oppressione)?

“Integrazione” è espressione ambigua: quando significa partecipazione agli stessi diritti (e doveri della comunità autoctona) è essenziale; quando significa omologazione e assunzione di modelli culturali differenti rispetto a quelli nei quali ci si riconosce, diventa colonialismo.
Anche la questione del velo non è facilmente liquidabile: nei paesi a marcato integralismo islamico (Afghanistan, Pakistan, Arabia Saudita, ecc.),l’uso del burqa o del niqab nei luoghi pubblici– in sé sicuramente un’indebita imposizione – finisce per consegnare a un’élite di donne consapevoli (per lo più colte, istruite all’estero, di classi medio-alte) uno spazio maggiore di libertà: paradossalmente il burqa (integralmente coprente) è “più funzionale” e “più libero” del chador (che mostrerebbe un viso truccato, lo smalto alle mani, accessori vietati, ecc.). In casa e nei ritrovi privati, eliminato il burqa, la donna si presenta esattamente come desidera mostrarsi. In questi casi, la limitazione all’espressione di sé è giuridica, ma non culturale.
Su questo c’è un libro non banale, uscito nel 2003, Leggere Lolita a Teheran, di AzarNafisi, docente di letteratura inglese emigrata negli Stati Uniti, che descrive il fenomeno anche nei suoi aspetti apparentemente “paradossali”.

Indossare il velo, anche il meno coprente, in paesi nei quali non è obbligatorio – è il caso delle migranti verso paesi occidentali – è spesso una “scelta” delle donne, indotta però da una cultura patriarcale che le emargina anzitutto da sé. Sebbene questo sia un male, anche in questo casol’imposizione di un modello occidentale – per lo più in nome della sicurezza – rischia di essere una violenza ulteriore sullaviolenza già subita.

  • L’ambiente universitario è teatro di discriminazioni di genere?

Sì. E non solo da un punto di vista statistico (le ricercatrici sono molto più numerose degli uomini, le professoresse ordinarie sono molto meno numerose degli uomini; i direttori di dipartimento sono nella stragrande maggioranza maschi; non abbiamo mai avuto, a Bologna, una rettrice donna). Si dàper scontato che le donne (anche universitarie e anche con posizioni accademiche alte) siano “più malleabili”laddove si deve decidere, scegliere, promuovere.
Sebbene difficilmente documentabili, persistono condizioni di pressione ai limiti del ricatto o della violenza psicologica volte a velocizzare le carriere (studentesche e di docenti) in cambio di accondiscendenze di diverso tipo. E nella stragrande maggioranza dei casi a subire pressioni e ricatti sono le donne.

  • La migrazione LGBT o migrazione queer è quel movimento migratorio di persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali, operato tanto a livello nazionale che internazionale, regolarmente in fuga dalla discriminazione sessuale (sessismo), dall’omofobia e dalle situazioni di abusoche possono ricevere nei loro paesi d’origine, derivanti dal proprio orientamento sessuale e identità di genere,verso luoghi di maggior accettazione o tolleranza sociale” : così Wikipedia definisce le migrazioni delle persone LGBT+: ma davvero l’Italia (oggi, in passato e nell’immediato futuro) garantisce una maggiore accettazione o tolleranza sociale nei confronti delle persone LGBT+?

Il fenomeno credo debba essere interpretato a diversi livelli. Ci sono almeno 75 paesi al mondo nei quali l’omosessualità è criminalizzata; in 13 di questi (tra i quali l’Arabia Saudita) è prevista la pena di morte; in altri l’ergastolo; in altri ancora – tra questi il Marocco – la detenzione fino a 15 anni. Leggi che limitano pesantemente l’espressione dell’orientamento sessuale sono applicate in 17 paesi, tra i quali la Russia.
La migrazione verso aree di maggiore tolleranza è un capitolo a sé entro il quadro complesso di migranti e rifugiati.
Ad esempio, la stragrande maggioranza di rifugiati a causa di discriminazioni sessuali è di sesso maschile. Un dato che può avere diverse interpretazioni; di certo c’è che l’omosessualità maschile è più evidentemente espressa, e, per questo meno tollerata.
Rispetto a questo quadro, il caso italiano è meno allarmante: l’Italia riconosce la discriminazione per omosessualità tra le ragioni per la concessione di asilo. Un fatto, questo, che dimostra come, in anni relativamente recenti, in Italia, la tolleranza sociale verso l’omosessualità sia aumentata, specie nelle aree metropolitane e presso classi sociali culturalmente e socialmente avanzate.
Ma tolleranza non significa tutela legislativa: manca quasi del tutto una garanzia giuridica, se si fa eccezione della recentissima legge sulle unioni civili. L’assenza di una precisa tutela giuridica rende fragili e precarie anche le conquiste recenti.
L’ostilità a più riprese espressa dal titolare del Ministero della Famiglia di questo governo nei confronti dell’omosessualità e delle sue forme di espressione e di riconoscimento  – “la famiglia è una sola”, “le famiglie gay non esistono”, “l’anagrafe non registri i bambini di coppie omosessuali concepiti all’estero”, “l’omosessualità è tra le cause della crisi economica italiana” –  lascia presagirela restaurazione di costumi discriminatori che, almeno in parte, apparivano superati, se non addirittura l’abrogazione di leggi e l’estinzione di diritti.

  • Quali sono i luoghi principali d’arrivo delle migranti e dei migranti LGBT+ in Italia?

Poiché l’accoglienza, l’assistenza e la tutela sono quasi del tutto affidate ad associazioni, onlus e movimenti a difesa delle identità LGBT+, la concentrazione di questa tipologia di migranti/rifugiati è nelle città nelle quali queste associazioni e questi movimenti sono più attivi.
Discriminazione e violenza nei confronti di persone LGBT+ non risparmiano hub e centri di prima accoglienza. Di qui l’urgenza di istituire ambiti di protezione e di tutela anche all’interno di queste strutture. Esperienze di questo genere – già sperimentate in Norvegia e in Germania – sono quasi completamente assenti in Italia. È sostanzialmente un’eccezione, il progetto Rise The Difference – Accogli le differenze di Bologna, voluto dal MIT (Movimento identità transessuale), dalla Cooperativa Camelot e nato grazie al finanziamento dell’Unar e dal Comune di Bologna.

  • La cultura LGBT+ ha beneficiato della migrazione e della mobilità sociale?

Uno studio condotto dell’università di Palermo farebbe pensare di . Personalmente credo che la mobilità sociale verso l’”alto” costituisca una condizione vantaggiosa, non credo che valga l’inverso.

  • In che modo possiamo educare noi stess*, le future cittadine e i futuri cittadini a una società non escludente, intersezionale e non discriminatoria?

Non chiamandoci mai fuori. Non dimenticando mai che a liberarsi dalla discriminazione non è il discriminato, ma quella società che lo discrimina. Ciascun* deve sentirsi migrante, LGBT+ ebreo, povero, disoccupato, donna, emarginato, discriminato… Avere coscienza del fatto che se qualcuno non è al sicuro, siamo tutti a essere minacciati.

 

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