#SaperiPubblici – Giorgio Basevi, Professore emerito di Economia Politica: il sistema penitenziario in Italia e l’economia delle carceri.

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare Giorgio Basevi, Professore emerito di Economia Politica, che ringraziamo per il suo intervento e per il suo costante impegno verso gli studenti dell’università di Bologna.

Le tematiche che affronterà sono complesse e delicate: il sistema penitenziario in Italia e l’economia delle carceri.

  • Tenendo conto del sistema penitenziario attuale, quali correlazioni intercorrono tra le risorse pecuniarie e la finalità riabilitativa?

Attualmente la riabilitazione è molto precaria, data la scarsa disponibilità dei fondi monetari. Fortunatamente a Bologna vi sono varie attività di volontariato che seguono detenuti ed ex-detenuti, sostenendo il loro percorso tramite istruzione e lavoro, con l’obiettivo di rendere possibile una reintegrazione sociale una volta scontata la pena.

  • Soffermiamoci sulla reintegrazione: sotto quali e in quante misure avviene in Italia?

In Italia il detenuto è particolarmente stigmatizzato, vi è una grande sfiducia anche per una questione di influenze mediatiche, a tal proposito le farò io una domanda: secondo lei, quanti detenuti vi sono attualmente in Italia? Qualsiasi numero lei abbia pensato, sarà sicuramente e di gran lunga superiore a quello reale: nel 2018, sono circa 59.000.
Perché tale squilibrio tra aspettativa e realtà? Tra l’opinione pubblica e le carceri vi è un immenso distacco, le informazioni trasmesse attraverso i media sono spesso distorte o non rispecchiano il dato reale.
Iniziative lanciate dalla regione hanno permesso un certo contatto tra carcere e realtà esterna ed, ancora, alcune aziende hanno permesso che un certo numero di detenuti lavori per loro. L’operazione ha un doppio interesse: l’azienda investe su un futuro personale a cui insegna il lavoro in questione ed il detenuto è certo che uscito dal carcere, potrà lavorare e stipendiarsi.
Dico questo perché, purtroppo, la scarsa reintegrazione porta alla probabilità della criminalità recidiva.

  • In quali casi il detenuto è portato ad assumere un comportamento illegale recidivo?

La riabilitazione permette al detenuto di cambiare approccio e rapporto con il mondo circostante, come detto prima tramite istruzione e lavoro, dunque di trovare relativamente in modo più facile un’occupazione. Essendosi specializzato in un certo campo lavorativo, la probabilità che non rientri nel circolo vizioso della criminalità si abbassa. Eppure, è anche vero che la riabilitazione potrebbe recare un effetto negativo: istruirsi e lavorare porta al detenuto alcune aspettative, logicamente quelle di cambiare vita grazie ad un lavoro.
E qui entra in gioco il concetto dello stigma, che molte volte chiude le porte in faccia all’ex detenuto, ma tale riscontro con la realtà esterna al carcere, consegue un sistema recidivo in quest’ultimo.

  • Secondo Lei quali motivazioni giustificano una mancanza di valutazione meritocratica verso un individuo nell’ambito lavorativo e invece vi si sofferma particolarmente sulla vita precedente di questo?

Noi economisti parliamo di un concetto chiamato N.I.M.B., ovvero “Not in my backyard”, ovvero la tendenza a osservare un mero fatto oggettivamente e a dare una spiegazione razionale, finché questo fatto non tocca i nostri interessi. Oggi potremmo dire che questo modus operandi si assume con naturalezza ovunque. Sono le frasi come “Non sono razzista, ma…” o “E’ giusto aiutare, però…”, in questo caso molti sono a conoscenza dei benefici che comporta la reintegrazione sociale, ma nessuno vuole che sia proprio lui ad operarla.

Ringraziamo il Professor Basevi per aver citato in questa intervista alcuni punti fondamentali che presuppongono il senso comune civile. Concetti come N.I.M.B. e (re)integrazione sono quotidianamente discussi: vi è un’inconsapevolezza di agire secondo la prima e un rifiuto diffidente di compiere la seconda.

Occorre comprendere che il senso comune e la volontà di agire, non solo per il proprio interesse ma per quello di chi ci sta intorno, non è unicamente utopia, ma anche razionalità.

Quali interessi sono dati dalla recidività degli ex-detenuti? Passare la palla dell’integrazione costantemente al prossimo, non fa altro che alimentare la catena della criminalità.

Siamo tutti stigmatori, stigmiamo chiunque e qualcuno in particolar modo, solo per non accorgerci che anche noi siamo sotto il miro dello stigma per qualcun altro. Eppure, oggi vogliamo mantenere questa incessante e perpetua indifferenza e diffidenza verso tutto ciò che non rientra nei nostri canoni. Oggi vogliamo mantenere lo squilibrio sociale dato per ambienti diversi, credi diversi, provenienze diverse, passati diversi.

In quale di queste categorie di diversità non rientriamo?

Se il senso comune civile vuole il benessere della convivenza, qualcuno deve cominciare a saper convivere.

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