TATTOO RENAISSANCE: questione di moda?

Il nostro posto nella società, non è un interrogativo che ci poniamo direttamente, tuttavia molte scelte sono finalizzate a delineare la nostra individualità, all’interno della collettività.  Succede ad ognuno di noi, inconsciamente, che ci lavori su; che sia tramite il lavoro o le piccole azioni, abbiamo bisogno di rappresentarci sincronicamente nella realtà.

Se sapessi spiegare me stesso con le parole, non avrei bisogno di fare film”, ma non occorre, come Lars Von Trier, fare film per costruire la propria identità. Tentiamo di raccontare noi stessi attraverso ogni forma esteriore, che possa rendere concreta una parte della nostra interiorità; forse proprio per questo, il ventunesimo secolo vede la rinascita dei tatuaggi.  Ritenere, banalmente, che i tatuaggi siano solo “moda” o “volgarità”, limita l’analisi del fenomeno a prodotto superficiale; i cliché oscurano le cause di un effetto tangibile e attuale.

Proviamo a ripercorrere brevemente quello che è stato il concetto di tatuaggio, dalle prime apparizioni.

Carbone polverizzato su incisioni della cute, 5000 anni fa a scopo terapeutico per lenire i dolori; antico Egitto, mummie appartenenti a danzatrici riportano decori funerari; per i Celti era una devozione religiosa, raffigurazioni di animali sacri sulla pelle; nell’antica Roma era adoperato come marchio di riconoscimento per delinquenti e schiavi; i Britannici li portavano come segni distintivi d’onore, uso appreso in seguito dai romani. I cristiani marchiavano la loro appartenenza religiosa, tramite simboli: durante le crociate si raffigurava la croce di Gerusalemme in fronte, sebbene il tatuaggio fosse stato bandito dal concilio di Nicea, perché i morti in campi di battaglia potessero essere sepolti secondo i riti cristiani.     

Quest’antica tradizione, dalle mille sfumature, sembra scomparire fino al sedicesimo secolo; i contatti con le culture oltreoceano si fortificano e i marinai riprendono l’uso del tatuaggio.

In Nuova Zelanda i maori identificavano il portatore grazie ai tatuaggi facciali personalizzati, differenti secondo la  famiglia di appartenenza.

Fino alla prima metà del ‘900, il tatuaggio era un marchio identificativo per le minoranze etniche, marinai, veterani di guerra, delinquenti e detenuti; finché il punk e i bikers stravolsero l’essenza tradizionale di questa pratica.       

Permaneva una valenza di ribellione ma estesa a una larga parte della popolazione, a chiunque vi si rispecchiasse.

I tatuaggi degli hippy, dei carcerati, dei rockettari e dei bikers, avevano l’importante funzione di definire il rango di appartenenza, sicché ci potesse essere una distinzione dalla “società per bene”.  Non importa essere buoni o cattivi, secondo i soliti standard sociali, bensì appartenere a uno status. Oggi più che mai, sembra coesistere un desiderio di identificazione, in una società dalle innumerevoli sfaccettature, e una volontà di certezze e valori cui potersi appigliare. E’ possibile identificarsi oggi?

L’odierno è il prodotto di eventi intersecati nella storia: il presente ha sulla propria pelle le cicatrici delle scoperte freudiane, del pluri divisionismo pirandelliano dell’io, dei fallimenti delle più imponenti ideologie degli ultimi due secoli, del’68, degli anni’70,  del ridimensionamento sociale delle classi popolari, delle nuove tecnologie e di internet.

Il presente della nuova generazione è specchio di una modernità liquida, che il sociologo polacco Zygmunt Bauman definisce “ la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”.

La società odierna non è aperta ai cambiamenti e alle novità, piuttosto ne è fortemente costituita; l’uomo è un punto instabile, in un universo di oggetti in movimento. Un caso che l’uso del tatuaggio sia ricomparso con vasta adesione, nei giovani? Un fenomeno, che apparentemente sembra dislocato da una causalità sociale, potrebbe essere il riflesso di una crisi interiore, attuale.

Il tatuaggio, che storicamente è stato un pretesto di riconoscimento sociale e culturale, un messaggio che manifestava una tradizione o un credo, è ridotto a moda comune dal pensiero contemporaneo.

Per tal motivo, ho voluto interpellare direttamente le persone che animano le vie di Bologna.

Proprietari di bar, tabaccherie, librerie e negozi, baristi, camerieri e commessi hanno a che fare, quotidianamente, con una moltitudine di gente differente, di cui questa città è caratterizzata.

Largamente accettati, perfino tra i più adulti, i tatuaggi oggi non sono più un vincolo per essere assunti a lavorare, come poteva esserlo in passato. Tuttavia, la vera discriminante non sta tanto nell’età di un datore, quanto nell’ambiente in cui si lavora.

 

Il sociologo Andrew Timming nota come in contesti frequentati da giovani, il datore prediliga un lavoratore che possiede tatuaggi, al contrario in luoghi dove la presenza maggioritaria è adulta, questi vengono indiscutibilmente rifiutati.

“Mia moglie lavora in banca e ha diversi tatuaggi piccoli, ma visibili” mi racconta il proprietario di una tabaccheria “fu motivo di pregiudizio nei suoi confronti, di dubbia professionalità”.

Situazioni di formalità e pubblica sicurezza debellano i tatuaggi visibili, perché sinonimo, ancora oggi, di delinquenza e ribellione. Timming dimostra come sia ampiamente radicata tale mentalità, tanto che in molte carceri, le guardie di sicurezza rendono visibili i propri tatuaggi, per facilitare un rapporto di dialogo con i detenuti.

“Tollerabili, ma quelli nelle mani, nel collo e nel viso sono sintomo di problemi interiori, è volersi mettere in mostra”, la risposta più gettonata tra gli interpellati.  Probabilmente, lo scopo di chi si tatua in zone visibili del corpo, è veramente quello di mostrare, che cosa: se stessi o l’immagine tatuata? Per essere identificati, in che cosa: da tutti o da chi si ritrova a condividere il proprio gusto? Come per gli antichi romani, i cristiani, i marinai, i rockettari e chiunque fece la storia prima di noi: volersi mostrare, per essere identificati da chi è come noi, per essere accettati e trovare una solida appartenenza.

Ciò che del tatuaggio, ne fa il suo pregio per alcuni e il suo difetto per altri, è la sua permanenza: un segno indelebile di un determinato momento della vita, impresso sulla pelle, a significare che in questo mondo in cui il tempo è intangibile e il suo scorrere inarrestabile, esiste qualcosa di stabile e va fermato, reso immagine e forma.

Il tatuaggio, tanto visto come moda, trova la sua ragion d’essere nella nuova generazione, che vive nel tempo dell’incertezza e del cambiamento.

“Io ho un tatuaggio, è il mio segnalibro, la mia firma su me stesso”, le ultime parole di un commesso, il più giovane tra gli intervistati, portavoce della nuova generazione, o almeno di una parte, estraneo a cliché.

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Il tatuaggio è una riscoperta dell'ultimo secolo, un fenomeno rinato con la nuova generazione; la sua storia ricca di eventi, risente oggi delle mutazioni del suo significato prodotto nel corso dei secoli.
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Stella Mehmeti

Stella Mehmeti

Sono una studentessa di lettere moderne, classe ’97. Ravenna è la piccola provincia che fino a poco tempo fa chiamavo casa, ora devo ammettere che Bologna non è al secondo posto. Amo la letteratura, non perché sia fine a se stessa, ma per poterla attualizzare tramite il giornalismo.

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