Era inevitabile. Per l’ennesima volta, avevo dimenticato come si pronuncia: “Brassai”. Con la dieresi, che ora non trovo sulla tastiera. Eppure ci eravamo già incontrati, a Roma, alcuni anni fa, ad una mostra al Palazzo delle Esposizioni, e in un libro, credo. Solo la prima volta, però, avevo dovuto fare i conti con quel dittongo, che continuo a sentire nella testa alla francese, trascurandoli, quei due puntini.

Decido di mantenermi sul vago. Milano, in fermento nella rincorsa ai preparativi per l’Expo. Palazzo Morando, i lavori in corso, il marciapiede caldo.

La figuraccia non me la posso permettere: “vorrei un biglietto per la mostra”. Forse, la prima sillaba comincia ad intaccare l’aria, e insieme al biglietto (ridotto, che il Dams mi apra almeno le porte di un corridoio impostato a “white cube”) mi sento alleggerire lo stomaco, quando l’addetta alla biglietteria mi dà il prompt. Allora, mi ricordo: “ Brassaï,  pseudonimo di Gyula Halàsz, fotografo ungherese, naturalizzato francese” (nato, in realtà in Transilvania). Da manuale. Non fa una piega. I patrocini stampati sul depliant della mostra, ne dichiarano apertamente una certa appropriazione. Il sottotitolo “Pour l’amour de Paris” è praticamente universale. Calamita di massa, sembrerebbe l’intento.

260 fotografie si susseguono, divise in sezioni, raccontando il rapporto tra l’autore e la città che si è lasciata rivelare dal suo obiettivo. Gli artisti con i quali ha interagito, la strada, il caso, i bordelli, l’alta società. Tutto è trascorso attraverso il suo sguardo. E il mezzo fotografico. Chi dei due la spunti, in un’intensa attività che si identifica con un mostro sacro non è forse poi così scontato. Noi diventiamo ciò che vediamo. Diamo forma ai nostri strumenti e poi i nostri strumenti danno forma a noi”, affermava Marshall McLuhan, e tracciare il confine di chi e cosa scopra e di chi e cosa sia stato scoperto mi rimane difficile.

Torno alle pareti della sala, che mi richiedono di contemplare. Non è di amore che si parla in questa mostra. E’ un attraversamento di sé, è un atto performativo e trasformativo che accade. Nei luoghi, negli eventi, nei volti, nei corpi, nelle ombre, nei doppi, negli specchi, in ciò che rimane escluso dall’inquadratura, declinato nei tempi, nelle ombre, nelle luci, nelle densità, in quella ricerca, che non si piega mai al formalismo, neanche quando richiama la fotografia di Kertész, forse per pura risonanza di identità culturale, ma neanche all’istantanea fine a sé stessa.

Gli spazi vuoti e quasi infiniti di Palazzo Morando, strutturati secondo un display di impianto storico – tematico, dimenticano, a mio parere, di evocare quell’immergersi nella vita che dovrebbe legare un inter-essere tra osservatore e fotografia, “opera”, se vogliamo snaturarla della sua indentità, tranne in un momento, nel quale ad un certo punto, si viene richiamati alla realtà da un’installazione video, nascosta dietro una parete.

Avvicinatevi pure. Scorrere lascerà comunque un segno, qualsiasi, nel vostro passaggio. Non è poi così lontano Milano. Fino al 28 giugno.

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