Agnello
Agnello. Illustrazione di Gabriele Conte

L’unico modo per capire dove siamo nel tempo è guardare l’orologio.
Quell’aggeggio
asettico che ticchetta ore, minuti e secondi in una monotonia perpetua sempre pronta a calarti nel tuo personale universo di cose da fare nel mondo.
Un suono
secco e conciso che ti costringe a guardarlo in faccia e ti autorizza a prenderlo a schiaffi, senza mai riuscirci e schivando ogni colpo.

Neanche di domenica, quando sembra alzare la voce e quando tutto va più a rilento del solito.
Ma di domenica mattina si rallenta sempre e comunque, o sbaglio? Anche il gregge di pensieri che ci portiamo dentro. Sveglia o no, si voglia o meno.

Qualche prode là fuori riesce a diventare amico di quel suono, persino a uscirci insieme la domenica mattina presto e sorridere ad altra gente che vede per strada.
Nulla. Dopo anni ad arrovellarmi, mi accontento di non sapere come faccia. Banalmente, nella più totale, assurda e meravigliosa semplicità, riesco solo a svegiarmi e fare l’immane sforzo di affacciarmi al mondo e al nuovo giorno dalla finestra del mio monolocale in centro, con la stessa empatia di una lattina di pelati.
Un po’ il Papa durante l’Angelus ma con molta più indifferenza e molta meno platea.
Vicini e casuali passanti. A farti visita, tra loro, immancabilmente l’odore di caffè e del sugo d’agnello. I miei fratelli d’olfatto preferiti.

Domenica e come sempre nulla di nuovo sotto il Sole. Quell’enorme sfera di fuoco che sta sempre lì a dare calore ai terrestri e a fissarne la monotonia, persino il loro rapporto con quel giorno e quel ticchettìo ignorato e onnipresente. Ma nonostante il senso di costante incompletezza , quel giro di 24 ore va affrontato in un certo qual modo facendo qualcosa. È comunque il mio unico, sacrosanto giorno di tregua dopo la classica via Crucis settimanale a evitare certe cose e altrettante persone.
Un Cristo che per sei giorni aspetta l’unico giorno in cui riposo, noia e poca voglia di fare si abbracciano e fanno a pugni.

Ma sì, dài, affrontiamo quelle ore e le quelli che ne fanno parte.
Usciamo, cerchiamo di vedere e respirare ciò che il nulla ci propone, magari troviamo anche un che di interessante. Ma sento gli stessi discorsi tritati dalle stesse persone durante la settimana e maneggiati in quel giorno come vecchie bambole di stracci, opinioni che fluttuano come ballerine senza grazia. Discussioni e problemi, decisioni sbilenche prese per ammazzare il tempo. Frivolezze, mode, metodi alternativi e sorrisi stentati. Qualche piccola gita fuori porta pensata all’ultimo secondo, speranza di adrenalina, anche se rimane pur sempre uno spostarsi in quel nulla.

E con quel nulla si ritorna a casa. A meditare, afferrare la penna e scrivere.
Anche a cercare di svegliarsi dal sonno, che è più una specie di incubo a presa rapida, istantaneo. L’incubo di essere come quell’agnello di cui si sente l’odore la domenica mattina.
Un agnello sacrificale sull’altare del vuoto domenicale.

La domenica, una scommessa persa. Ed è già lunedì.

 

Sveglia.
È domenica mattina, va tutto meno in pressione
la domenica mattina
il sole ti porta profumo di caffè
e di sugo d’agnello, che bello!

La gente la vedi fuori alle 7 e 35 e ti sorride pure,
come se l’inquietudine del risveglio
non fosse già abbastanza

Guardi l’ora meno del solito,
l’oblio dello scorrere del tempo
oggi non ti tange
Che cazzo, avrò diritto pure io
ad un giorno di quiete?
Io, che lavoro così tanto la settimana
in bilico a schivare croci, pallottole,
bestemmie e santini
Il sole brucia gli occhi e la pelle
che tu sia in agosto o in gennaio la domenica mattina


E allora mettiti gli occhiali, dài, vestiamoci bene,
acqua di Colonia, brillantina per capelli e smalto rosso
Chiudi le persiane, mettiamoci a letto
e non ci alziamo più

Neanche l’orrore di questo giorno forse passerà,
forse se ne andrà

Sorrisi di plexiglas, psiconalisi da passeggio
tutto compreso ad un prezzo irrinunciabile
La domenica mattina l’ansia che sale
per spendere due cari soldi
nelle gite fuori porta organizzate dal centro anziani
con rosario omaggio e pranzo al sacco,
poi tappa tutti al casinò!

Non sarà la vecchiaia, non saranno gli acciacchi,
è l’illusione del tempo libero ritrovato
che ti seppellirà

E allora mettiti gli occhiali, dài, vestiamoci bene,
acqua di Colonia, brillantina per capelli e smalto rosso
Chiudi le persiane, mettiamoci a letto
e non ci alziamo più (x2)


Neanche l’orrore di questo giorno forse passerà,
forse se ne andrà

Il problema della domenica mattina lo sai qual è?
È che è già lunedì.

 

 

Ascolta Il disco di Praino su Spotify:
https://open.spotify.com/album/4CP0U09dHXdyr8kDJLmmS8?si=9StjUmWIQuW1xk4Yc-zrjg

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