18 giugno: sgomberata Villa Adelante, abitazione occupata dal collettivo Labas

Viale Aldini 116#1

 

Non mi sono mai fermata. Solo oggi l’ho fatto.

Da un paio di giorni, uscendo di casa, mi sono imbattuta in un presidio di persone contro lo sgombero che sarebbe avvenuto oggi in Viale Aldini 116, a “Villa Adelante”. La chiamano così, non so neanche se sia davvero il suo nome. So, però, che da alcuni mesi era stata occupata, e spesso, passandoci al tramonto, mi capitava di vedere una giovane donna in cortile, dondolarsi su una sedia con la figlia di pochi mesi. Credo sia stata una bambina, ma non riesco a visualizzare il colore del fiocco che avevano attaccato alla finestra.

Queste righe sono il corredo del un racconto visivo di una distratta. Un breve racconto, perché per caso mi sono fermata oggi pomeriggio, mentre avveniva lo sgombero. Ho una visione parziale dell’accaduto e come tale deve restare. Risalendo Viale Aldini per andare a casa, vedo un folto schieramento di forze dell’ordine, la strada chiusa, inizialmente non collego all’immagine di questa mattina. Ma la mente, rimuove, e non dimentica. Neanche dopo anni. Vedo due uomini sul balcone, di cui uno con una corda al collo, seduto sul parapetto. La situazione si inserisce immediatamente nello schema che purtroppo alimenta i miei circuiti mentali: minaccerà di buttarsi per non farsi sgomberare, un classico. Perfetto, la storia è già stata scritta, l’empirismo è dominante nella costruzione delle nostre fondamenta di vissuto. Posso tornarmene a casa.

Non mi basta. Oggi è una giornata in cui, semplicemente sento che non mi basta più. Che cosa non l’ho ancora capito.

Passo da casa e recupero il mio catorcio Canon. Riscendo. Siamo in tanti a tentare di vedere qualcosa. Uno ha persino una telecamera seria. Un SUV riesce ad arrivare fino allo sbarramento su Viale Aldini e mi fa segno con i fari di togliermi dalla strada, chiusa alla circolazione dei veicoli, per poi finire contro la polizia e tornarsene indietro. Una donna si affanna e grida al cellulare l’impossibilità di passare per via della strada chiusa. Per alcuni cittadini il disagio è al pari di uno sciopero dei trasporti. Gli slogan si affacciano timidi verso le forze dell’ordine, non mancano megafoni, musica, qualche condivisione gastronomica. Un uomo con inflessione straniera mi chiede cosa stia succedendo e se in Italia sia possibile lasciare case vuote. In Germania (da lui), non lo è. Da ortopedico mi spiega chiaramente la dinamica del collo di Kingsley, nel caso decidesse di buttarsi e se ne va. Il lavoro lo chiama. Passa una barella e l’ambulanza porta via un ferito. Mi sento straniata. Una ragazza, dalla folla, fa un cenno a Kingsley che sta in bilico sul balcone. Non lo so, ma scatta qualcosa che mi richiama alla mente quello che avviene tra un attore e il suo pubblico, o semplicemente tra due persone che in mezzo ad un canale poco facilitante, comunque comunicano. Esseri comunicanti. La ragione e il torto li ho lasciati indietro da tempo. Mi sospendo, quasi. Del resto, sono qui per un racconto visivo, il mio limitatissimo racconto visivo. Con le normative non vado molto d’accordo, e Giurisprudenza la lasciai in tronco per il Dams, e forse anche con la fotografia ho i miei problemi: non riesco ad essere oggettiva, continuo a “vignettare”. E’ la mia visione, cucita a brandelli. Chiunque voglia documentarsi ha a disposizione strumenti per bypassare un’informazione i cui margini di verità sconfinano e si spostano di continuo, man mano ce cerchiamo di vedere. Ricuciteli i pezzi che mancano. Spero di non finire tra gli ignavi per la mia indifferenza, per non essere stata attenta, né dentro quello che mi accadeva intorno, magari presa da altro.

Ci sono i sigilli ora su quella villa, vuota. I fatti non li so raccontare, per quelli ci sono i documenti: cercateli.

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