Introduzione

Questo è stato il primo appuntamento di una serie di articoli che vorranno far luce sulla realtà delle sale di comunità, ovvero quei cinema nell’orbita ACEC in cui la programmazione è prevalentemente a carattere sociale, in cui lo scopo è trattare temi che toccano l’essere umano nel profondo.

Ed è un primo appuntamento da fare tremar le vene e i polsi, come avrebbe detto il poeta. Il cinema Orione è una realtà ricca di ricca di spunti, di iniziative, come si evince dal palinsesto, e malgrado la posizione decentrata, nei pressi dell’Ospedale Maggiore di Bologna, offre un richiamo non indifferente.

Enzo Setteducati, responsabile della programmazione, è un interlocutore intrigante, tanto che alla fine dell’incontro la soddisfazione sembra quella che emerge dopo aver finito un pasto, durante una festa.

Le stelle di Orione

Siete stati definiti “sala di quartiere” in un articolo dell’anno passato. Vi ci ritrovate in questa espressione?

Dipende in quale accezione. Laddove per quartiere si intende rappresentante di un territorio, in una una città piccola come Bologna, ci sta che Orione, o anche Bellinzona, vengano considerati i cinema del quartiere Porto. Se però si intende “di seconda scelta” non mi ci ritrovo affatto sia per sostanza che per concetto.

Di quartiere rimane limitante nel momento in cui, in una realtà come quella che dirigo io, attraverso determinate programmazioni e alcune scelte di prima visione ci ritroviamo ad ospitare pubblico che viene anche da lontano.

In alcune occasioni sono infatti arrivate persone da Mantova, da Reggio Emilia, da Rovigo, perché magari avevamo un titolo ed eravamo gli unici a darlo.

Per esempio?

Ad esempio “PIGS”, il documentario dell’anno passato sulla crisi economica, “The Assassin” che vinse Cannes tre anni fa ed eravamo gli unici in Emilia-Romagna a darlo, o“I am not your negro”.

Qual è la filosofia alla base nel criterio di scelta dei film?

L’idea di base è quella di creare un’opportunità di incontro: un concetto romantico, magari antica, della sala come piazza, come luogo dove condividere un ascolto, una visione, idee. Trasportandolo alla scelta dei titoli le attenzioni si collocano su valore artistico, valore temporale che esprima il nostro quotidiano.

Noi non abbiamo una programmazione che attinge a film datati: siamo molto incentrati su film attuali, e dove non sono prime visioni sono seconde visioni iperselezionate e funzionali alla realizzazione di un denominatore comune.

Per dire, la programmazione dal 25 aprile al primo maggio è stata focalizzata sul tema della libertà, trattata anche con una certa libertà, appunto: non didascalica, ma su più punti di vista. Quello storico-contemporaneo con “Il prigioniero coreano”; con “Interruption”, un ibrido tra video-arte, teatro contemporaneo e tragedia greca; “C’est la vie”, una commedia esuberante su contesti che invece creano vincolo, come il matrimonio; “Indesiderati d’Europa”, l’esodo di partigiani spagnoli che fuggono dalla Spagna franchista ispirati a scritti di Walter Benjamin; “Terra bruciata”, sulle angherie naziste in Campania; “La libertà della Luna”, su spiriti liberi che escono dalle regole di una società legata ai canonici dogmi della quotidianità, come il lavoro.

Un approccio particolare

Sono film senza bandiera, con attenzione “politica”, ma non nell’ambito usuale dell’utilizzo di questo termine, ma intesa come civica, della polis. Necessariamente alcuni titoli sono politici, ma sta a noi fare sì che attraverso la combine di più punti di vista non ci sia una connotazione politica, intesa come schieramento.

Fate parte del circuito ACEC. Questo cosa comporta, come scelta dei titoli?

È una matrice: non interessano intrattenimenti futili o banali, ma l’approfondimento e l’aspetto sociale che una struttura come un cinema oggi secondo me deve avere.

L’incontro che genera la discussione, per trarre dei pretesti dalle visioni.

Quindi è qualcosa di dialogico, non di orientato solo in una determinata direzione

Assolutamente no, ma ti dirò di più: attraverso la multiprogrammazione non soltanto riusciamo ad esprimere la quasi totalità delle volte un denominatore comune, ma spesso si viene a creare un argomento, da cui ne si ricava un altro, che a sua volta tira dentro altri titoli.

Si tratta di cogliere la sensibilità del pubblico attraverso il confronto verbale: noi parliamo con il nostro pubblico e il nostro pubblico parla a noi, sia con la voce che attraverso il botteghino, da cui noi traiamo le informazioni per capire qual è il bisogno degli spettatori.

Quali sono invece i limiti e le difficoltà di una sala come questa, in un periodo storico in cui si tende molto a selezionare?

La prima è logistica in quanto sostanzialmente operiamo solo nel fine settimana, venerdì-sabato-domenica, quindi è necessario fare una programmazione con una falcata ampia.

In più, in funzione dell’andamento delle varie programmazioni di tutti i cinema può succedere anche che alcuni titoli in prima visione possano esserci revocati, in quanto in un secondo momento viene riconosciuta la valenza commerciale di alcuni titoli che scoviamo.

Il cinema Orione è frequentato da universitari?

La presenza degli universitari è in costante crescita, grazie a scelte artistiche nella selezione dei vari titoli e nella compilazione dei palinsesti si è arrivati sempre di più a prime visioni molto particolari e a prime visioni molto settoriali che hanno intercettato un’attenzione che è quella tipica dei ragazzi universitari, che hanno anche maggiori possibilità dal punto di vista proprio intellettuale alla varietà di offerta.

Qui si respira un’aria famigliare, e chi viene spesso diventa nostro amico.

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