Il quartiere San Ruffillo è di per sé particolare. Si trova nella zona di via Toscana, a Bologna, proprio sulla strada che porta verso Prato, la cosiddetta Via degli Dèi che d’estate molti decidono di percorrere.

Un ex-paesino, San Ruffillo, inglobato dall’estendersi della città, un piede in collina e l’altro in pianura, e protagonista della storia bolognese. Dalla parte sbagliata, con un eccidio che non tutti ricordano se non sono nati da quelle parti.

In questo luogo così a metà geograficamente (Emilia-Toscana) e fisicamente (colle-piano) succede che ci siano due cinema quasi di fronte, gomito a gomito: Smeraldo e Bristol.

Quello che interessa a noi è quest’ultimo, con quel nome che richiama l’Inghilterra.  Piero Cavrini, responsabile dell’organizzazione, ce ne apre le porte per approfondirne le caratteristiche.

Bristol Talk

Con quale criterio scegliete i film che proiettate?

Della nostra programmazione si occupa direttamente ACEC, che fa la trattativa con le case di produzione e ci dà quello che può. Essendo un’associazione cattolica ha un’attenzione particolare verso temi e contenuti del film, ed esclude alcuni generi. Di sicuro nei film ACEC ricerca qualche valore.

Tra questi ho visto titoli come Sotto il burqua, così come film per bambini e ragazzi.

Noi cerchiamo di avere qualche pellicola per bambini soprattutto nel fine settimana, in modo che la domenica pomeriggio il primo spettacolo o il sabato, incastrandolo con le attività dell’oratorio, si possa fare un uso anche didattico della sala.

In generale, proviamo ad avere pellicole di contenuto, in modo da caratterizzare un po’ la sala, però si va a periodi. Ci sono momenti in cui non c’è niente di particolarmente distintivo, e quindi si fa fatica.

Poi c’è da ottemperare anche alle esigenze economiche, che come puoi immaginare non vanno a braccetto con i contenuti sociali dei programmi. Lì però abbiamo messo insieme delle attività che vanno un po’ a compensare queste carenze dei film.

Per esempio?

Il Bristol Talk, che nasce dall’esigenza di trattare argomenti che diversamente non riusciamo a trovare in prodotti pronti. Alcuni temi non vengono approfonditi né dalla televisione né dal cinema, quindi li affrontiamo noi con un programma secondo me anche molto bello, a cui partecipare.

Proviamo a riprendere, alla lontana, il format dei programmi televisivi dei vari Enzo Biagi, Montanelli, Zavoli, naturalmente su argomenti di valenza sociale.

Cineforum?

Usciamo da una rassegna “Donne”, proprio strutturata in questi termini: c’è stata una proiezione, con un film di breve o media durata preceduto, ma soprattutto seguito, da un dibattito coordinato da Lorenzo Benassi Roversi, il nostro capoprogetto che svolge questo ruolo in maniera meravigliosa.

E la frequentazione degli universitari com’è?

Lì siamo interessatissimi. Abbiamo speso e continueremo a spendere numerosi tentativi nel coinvolgimento del mondo pensante, quindi universitario. Noi siamo in una posizione tutto sommato favorevole, perché se anche non siamo in centro siamo comunque su una direttrice facilmente raggiungibile dal centro con i mezzi pubblici. Ci consideriamo fortunati da questo punto di vista.

Quando facciamo il Bristol Talk tappezziamo l’università, e cerchiamo spesso di portare docenti come esperti laici. Su alcuni argomenti la partecipazione dei giovani è stata nutrita. Dipende però dal tema.

E invece la partecipazione ai film?

Qui ci sentiamo di dover fare passi in avanti, ancora. Più fai attenzione verso i contenuti più sei svantaggiato sul piano economico, perché per fare cassetta oggi devi fare altro. Per genetica la nostra identità è questa.

Le affluenze più fitte sono il sabato pomeriggio e un po’ serale, il primo spettacolo invernale della domenica: ci siamo accorti che sono calate quelle serale a vantaggio dei pomeriggi.

Quali possono essere gli obiettivi, a questo punto, a medio-lungo termine? Sia a livello giovanile che di programmazione.

Noi abbiamo tante idee, tanti progetti, in cui impegnare la sala. Per farla diventare veramente sala della comunità noi vogliamo che venga frequentata innanzitutto dalle scuole del quartiere che vorremmo coinvolgere. Non solo con la proiezione per bambini e ragazzi, ma anche per programmi costruiti ad hoc. Che potrebbero essere dei Brisol Talk con esperti che usino il linguaggio adatto trattando in maniera approfondita temi particolari che non vengono trattati nel programma scolastico dai docenti, oppure vorremmo ospitare dei programmi delle scuole stesse, come facciamo con le scuole Farlottine qui di fianco.

Vorremmo mettere in campo qualche progetto per gli anziani: pensiamo la mattina che possa esserci un programma adatto e una fascia oraria, tipo dalle dieci a mezzogiorno, che tolga l’anziano dalla panchina, per dire.

Uno spazio polivalente, nelle attività e nel target.

Sì. Ci piacerebbe che il Bristol venisse gradatamente percepito dalla nostra utenza come la loro sala, a cui possono partecipare in veste non solo passiva ma anche attiva. Questo implica che ogni volta che gruppo associato ha piacere di sviluppare qualcosa, questa è la sala ideale a cui rivolgersi.

Il tema economico sarebbe l’ultimo, e si troverebbe di fronte non a barriere all’ingresso insormontabili ma viceversa a grande disponibilità di servizi di affiancamento, perché tutta la gestione è affidata a volontari a disposizione per accompagnare qualsiasi tipo di progetto.

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