C’era una volta, il primo organo di senso: la vista. L’elemento dominante che vi colpirà, non appena entrerete all’Osteria Del Montesino, in via del Pratello 74, sarà il legno. Tavoli, panche, sedie, pareti, saranno pronti ad accogliervi con colori marroni, caldi e rassicuranti. A seguire, tutto intorno a voi, un arcobaleno di poster e fotografie: scorci di Bologna, locandine pubblicizzanti mostre, spettacoli teatrali, concerti, Che Guevara che vi sorride dal fondo del locale. Mescolati, senza alcun ordine, criterio, logica. Una sola cosa li accomuna: ognuno ha qualcosa di interessante da dire, ognuno vorrebbe essere guardato e apprezzato. I muri “parlanti” dell’osteria sono sicuramente attraenti. Tuttavia, merita rispetto anche la tovaglietta che troverete in corrispondenza del vostro posto, pronta ad accogliere sopra di sé le pietanze che ordinerete. Cosa potrebbe avere di così particolare una semplice tovaglietta? Poesie. Parole di Pier Damiano Ori, Gian Ruggero Manzoni, Edmondo Busani, Stefano Raimondi, Roberto Ferrari, Laura Corraducci, Giancarlo Sissa, Cinzia Demi, Giovanni Fierro, Maurizio Brusa, Patrizia Dughero, Rossella Renzi, Stefano Simoncelli. Il Montesino, ormai è chiaro, ama mescolare. Ecco, dunque, che vi troverete a cenare con le parole degli artisti sopracitati a portata di mano, con la giostra dei loro pensieri, enigmi, viaggi, un po’ reali e un po’ immaginari. Tutti, ugualmente, affascinanti.

Ed ora, facciamo spazio a un nuovo organo di senso: l’udito. Voci, dunque. Tante, diverse. Risate di amici, parole dolci di una coppia di fidanzati, rumore di pagine sfogliate. Vi è infatti chi decide di varcare la porta del Montesino solo, perché desidera cenare in tranquillità, senza essere disturbato, magari leggendo un libro, e chi invece si presenta senza nessun accompagnatore, reale o cartaceo, ma sa che nell’osteria scelta ha ottime probabilità di fare nuove conoscenze. I tavoli del locale sono ampi, accoglienti… il vicino di sedia, si spera, sarà altrettanto aperto e desideroso di instaurare il dialogo.

E che dire dell’olfatto? Tre saranno i profumi che vi colpiranno. Delle persone, del cibo ordinato e, soprattutto, della musica. Jazz, rigorosamente jazz. Entrate al Montesino, dunque, prendete posto, rilassatevi e lasciatevi inebriare. Avvertirete un numero infinito di odori, alcuni familiari, altri sconosciuti. Ognuno, ovviamente, verrà colpito da note diverse. Il Montesino, preparatevi, ama scherzare, farvi sentire quello che più vi piace, che vi manca e di cui avreste voglia, che non conoscete ancora ma che sareste disposti a sperimentare. Per dirla con altre parole: il Montesino sta alle sirene come voi state a Ulisse. L’avventura sarà unica, parola di mito.

Per quanto riguarda il tatto, sfiorerete le posate, il calice di vino sardo che forse avrete ordinato e, soprattutto, il menu, scritto a mano, che vi verrà posto di fronte. Ancora una volta, per rimanere coerenti, troverete una tavolozza coloratissima. La rigida suddivisione tra antipasti, primi, secondi e dolci sarebbe decisamente monotona, per non dire triste. Meglio non fare distinzioni, evitare di dare la precedenza a piatti piuttosto che ad altri. Il locale non si permette di condizionarvi nelle scelte. Al contrario, vi propone un girotondo di pietanze. Sarete voi a farvi guidare dal vostro istinto e a ordinare ciò che più vi colpirà, nell’oceano del menu. E allora largo a malloreddus con ragù di salsiccia, o nella variante con pomodoro e ricotta. In alternativa, cous cous con pollo, o una leggera vellutata di verdure. Porchetta al forno con insalata e pomodori (proposta vicino alla vellutata di verdure, sembra quasi una presa in giro), o una gustosa insalata di tonno condita con il giallo del mais? E ancora salsiccia con fagioli in umido, parmigiana di melanzane, polpette al sugo. E poi, la triade: panino con porchetta, con crema di funghi, cotto e fontina o con mozzarella e melanzane. Basta concentrarsi, prendere la mira e colpire. Ma i “dolci della casa”? Il menu, simpatico tentatore, si divertirà a stimolare la vostra curiosità, con quelle tre semplici parole. Sarà poi vostro compito, a fine cena, informarvi su quali siano effettivamente i dessert preparati da mani timide, nascoste in cucina, ma esperte e creative.

Ed ora, siamo al capolinea, rimane solo un ultimo senso da soddisfare: il gusto. Mettete in bocca, con la forchetta o con le mani (se ordinate i crostini, sia chiaro, la degustazione dovrà essere fatta a dovere, con le vostre dieci dita, molto più indicate delle sei di una magra forchetta) la pietanza che avete ordinato. Chiudete un attimo gli occhi, senza vergognarvi, e concentratevi sui sapori. Saranno veri, autentici. Proprio come il locale che li ha cucinati.

 

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