Elvis Malaj a Bologna: ” Bisogna andare oltre, conoscere l’altro e scoprire che non è poi tanto diverso”. Il giovane autore risponde alle nostre domande su Dal tuo terrazzo si vede casa mia.

Elvis Malaj, 28 anni, residente a Padova, pacato, timido, scrittore, lettore; albanese. Si trasferisce in Italia a 15 anni, oggi può festeggiare il suo esordio letterario con “Dal tuo terrazzo si vede casa mia” pubblicato per Racconti Edizioni.

Ho conosciuto Elvis alla Confraternita dell’uva, Bologna; entrata nel wine bar dove si stava svolgendo il suo incontro, notai l’intensa curiosità del pubblico e di fronte a loro il giovane ed esordiente scrittore, che con occulta timidezza e genuina spontaneità leggeva un passo del libro.

 

L’autore che scrive:“Dimmi se questo non è egoismo. Volevo essere partecipe di una felicità di cui non c’entravo e alla fine ti ho trascinata nella mia miseria.” è lo stesso di “Maria aveva trascorso l’intera mattinata chiusa in camera, e dopo una lunga ricerca su internet aveva scoperto di essere ancora vergine.”. Nei racconti di Elvis gli individui sono gli unici a detenere il comando delle storie; non importa dove queste si svolgano e nemmeno il quando, i personaggi sono gli unici a costituire la narrazione.

Il punto di vista di Elvis vive nel confine di due mondi, due culture lontane che paradossalmente si ritrovano ad essere geograficamente vicine. Lo scrittore narra su una dimensione dinamica, in cui le due culture si incontrano e si incrociano; la narrazione si svolge sulla soglia dell’indeterminatezza, in cui vi troviamo tratti albanesi in Italia e traccie italiane in Albania. La dinamicità porta le culture a conoscersi, anche quando non è loro intenzione che accada: “Di dove sei?” chiese il signore. (…) -“Sono albanese” -“Come ti trovi in Italia?” -“Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.” .

Le differenze sono conseguenti non solo per la varietà di culture; prima di essere diversi l’uno dall’altro in quanto portatori di una certa tradizione, siamo diversi in quanto persone. Ecco perché Elvis, come precisa all’incontro di Bologna, vuole che i soli e veri protagonisti dei suoi racconti siano gli individui: “Non bevo.” -“E come mai?”- “Mmm bella domanda” commentò lui con espressione pensierosa. -“Ma come, che bella domanda! Se uno dice che non beve, la cosa più banale da chiedere è come mai.” -“Ti do la stessa risposta del protagonista di Tristano” -“E cioè?”- “Per motivi di stile”.

Riporto l’intervista all’esordiente autore, perché possa chiarire eventuali dubbi su ciò che è stato introdotto sopra. Le risposte di Elvis possono essere il primo approccio alla sua conoscenza per alcuni, volte a far luce su un diverso modo di raccontare.

 

 

  • Elvis, trovo che la tua sia una scrittura che prende la forma di un’analisi deduttiva: prima mostra la superficie generale delle idee più comuni e in seguito rivela i dettagli di ciascun individuo, per ottenere un riscontro spesso inaspettato. I particolari che emergono sono protagonisti dei tuoi racconti e appartengono alla quotidianità delle persone, ma questi snaturalizzano alcuni preconcetti di cui la mentalità comune è costituita. I racconti non vogliono essere una morale perché ci si aspetta un certo comportamento da determinate persone, bensì vorrebbero che il campo generico del “tutti” si limitasse a quello specifico del “qualcuno”. Nelle tue storie il centro è l’individuo, il mondo in cui vive è ambiguo e pieno di contraddizioni e i raffronti che si attuano sono talmente inaspettati da porre tutto sotto una luce ironica. Di fronte al palcoscenico si è appena consumata una commedia e si ride; dietro ad esso convivono le numerose sfaccettature della miseria dell’uomo. L’ironia in superficie, che funzione ha nelle tue storie?

L’ironia è il dramma maturo. In sostanza quando il dramma matura diventa ironia. Se vai ad analizzare le opere dei più grandi scrittori noterai che nella loro fasi iniziale scrivevano con toni seri, cupi, drammatici eccettera, mentre nella loro fase più “matura” perdevano questa drammaticità e diventavano più ironici. Pirandello, Svevo, Checov, Hesse, Nabokov, e lo stesso Kafka, anche se in minor misura, perde un po’ i toni drammatici. Questo non vuol dire che non si parla più della miseria e del dramma dell’uomo, si cambia il tono con cui se ne parla. L’ironia comporta non rassegnazione ma accettazione: le cose stanno così, non facciamone una tragedia. È un prendere atto del accaduto e voler andare oltre. Ritornando alla tua domanda, l’ironia non è in superficie e non ha una funzione, è proprio insita nelle mie storia.

  • Dialoghi sugli svariati modi per cui si può morire in un consuetudinario tragitto in autobus, dialoghi sul significato della vera felicità in un casuale viaggio in treno e discorsi sul ruolo dell’artista di fronte ad un piatto di spaghetti e vongole; influenza kafkiana? L’atmosfera di onirismo e di straniamento, che si viene a creare in alcune situazioni, si ispira a qualche modello letterario in particolare?

Tutta la letteratura di fine ottocento inizio novecento. Le mie basi letterarie sono lì. Anzi, sono dell’idea che da allora la letteratura ha fatto pochi passi in avanti per quanto concerne il contenuto. Riguardo lo stile nell’ ultimo secolo è stato fatto di tutto e il contrario di tutto, ma quei temi, questioni, quesiti sollevati dalla letteratura di quel periodo non sono ancora stati superati.

  • Come ti relazioni ai tuoi personaggi una volta che prendono vita? Per alcuni di loro ci è dato sapere una buona parte della loro vita, per altri lo stretto indispensabile; come scegli quale personaggio approfondire?

I miei personaggi non li possiedo fino in fondo, e a volte non so perché fanno quello che fanno o perché succede quello che succede. Di loro so il necessario per raccontare la storia. Non sono un scrittore che sa tutto, anzi penso che gli scrittori che sanno tutto sono noiosi.

Una volta che un personaggio prende vita non mi appartiene più.

  • Devo ammettere che non mi ha lasciata indifferente leggere, tra una storia e un’altra, qualche frase o parola in albanese, essendo la mia famiglia della medesima origine. Scelta audace, ricorda un po’ l’uso del dialetto romano adoperato da Pasolini in “Ragazzi di vita”, per offrire un tocco in più di realismo alla narrazione; qual è la tua motivazione?

Penso sia un caso differente dall’uso del dialetto. Sì, il dialetto da più realismo alla narrazione, ma comunque il lettore compartecipa perché comprende ciò che viene detto. Nel caso dell’uso dell’albanese, che non viene neanche tradotto, il lettore si trova di fronte a parole e frasi di cui si sente completamente estraneo, viene estraniato. E qui la situazione si ribalta, non sono più io lo straniero nei suoi confronti, ma è lui nei miei. I ribaltamenti e i cambi di prospettiva sono una costante di questo libro, a partire già dal titolo.

  • La tua passione per la scrittura è nata prima dell’arrivo in Italia? Non è semplice apprendere una nuova lingua, conoscerla in modo approfondito e adoperarla nella scrittura. Non si può ignorare il numero alto dei giovani stranieri presenti oggi in Italia, con provenienze diverse e ognuno con il suo modo di vedere il mondo, magari anche di raccontarlo. Se dovessi trovarti di fronte a qualcuno di loro con l’ambizione della scrittura, quale sarebbe la prima cosa che ti verrebbe in mente? Che sia un consiglio, il titolo di un libro o il verso di una poesia.

La mia passione per la scrittura, e in generale per la letteratura, in realtà è nata dopo che sono arrivato in Italia. Sono diventato lettore leggendo in italiano quindi, conseguenza naturale, l’italiano è diventato la mia lingua di scrittore.

Il consiglio che darei a un giovane straniero con l’ambizione della scrittura è lo stesso che darei a un italiano, non c’è alcuna differenza. Se ci fosse sarebbe perché lui lo pone in essere in primo luogo considerandosi diverso. A volte “diverso” diventa un alibi in cui rifugiarsi, cosa che ho notato prima di tutto in me stesso nel periodo dell’adolescenza, età particolarmente delicata. In tale caso il consiglio che darei è di andare oltre, di conoscere l’altro e scoprire che non è poi tanto diverso.

Questo sentirsi diversi l’ho visto anche in ragazze e ragazzi italiani. Quindi, in realtà siamo simili anche nel sentirci diversi.

 

 

Elvis Malaj, autore di “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”, scrittore con occhi che guardano verso l’oltre.

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