Inside/Outside: Foto/Industria 2015 al MAST di Bologna.

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Marcel Duchamp - Opera
Marcel Duchamp, Twelve Hundred Coal Bags Suspended from the Ceiling over a Stove, 1938

Attendere, mentre ci si dirige verso un punto definito, crea aspettative, che si rigenerano ad ogni sollecitazione. Sensoriale.

Ingresso del MAST. Bologna, 21 ottobre 2015. Foto/Industria, biennale di fotografia alla sua seconda edizione, “dedicata al lavoro in tutte le sue forme”, come recita il leaflet, anzi, il pieghevole nella sua impertinente e invitante aporìa giallo-arancione.

L’edificio che la ospita si presenta come una semantica quasi glaciale, in cui non si ha il tempo di perdersi. Le rampe quasi infinite, si lanciano verso un futuro sfiancante, quantomeno per le mie caviglie.

Spazi neutralizzati dai bianchi e dall’acciaio diventano vuoti temporali in mutamento, convertendosi in disponibilità a luoghi di enunciati espositivi. Il White Cube si insinua prepotentemente creando una dicotomia tra partecipazione e contemplazione, evocando uno switching continuo tra realtà e realtà dell’immagine.

Fuori: cartelloni che pubblicizzano Foto/Industria disseminati per la città, sugli autobus, l’ingresso gratuito, i volantini generosamente stampati in due lingue, le sedi espositive moltiplicate e sparse per la città, democraticamente, a coinvolgere aree più disparate.

All’interno, avrei bisogno delle 1200 Bags of Coal di Duchamp, e di invertire le polarità, mentre attraverso un corridoio nel quale schermi luminescenti, costosissimi e incomprensibili fanno roteare immagini di parti meccaniche significanti quanto una particella quantica ai miei occhi profani ed estranei alla terra.

Per un attimo, un’epifania. Riconosco nel testo didascalico ad una fotografia in bianco e nero due parole “Apprendimento cooperativo”. Rassicurazione. Mi fermo, per un attimo, a leggere una dichiarazione di apprendimento naturale della tecnica fotografica, legato allo scorrere delle cose, alla fabbrica, al lavoro, ad un aggancio permeato di reale. Niente scuole.

Il curatore Urs Stahel, forse sapeva che qualcuno, spiazzato, si sarebbe fermato. Il percorso prosegue verso un’anticamera con installazioni intenzionalmente interattive. Posso creare una relazione tra materiali e prodotto finale, grazie ad un monitor e ad un oggetto di cui non ricordo il nome, di forma circolare, da roteare all’occorrenza sul touch screen. “Touch”, ma che non reagisce alla mia mano. La terminologia settoriale mi abbandona.

Mi resta solo, la cara “vecchia” fotografia, quel medium relativamente recente, che dà il nome alla biennale in questione. Conferme cromatiche risuonano nel freddo delle pareti, i bianchi glaciali, i paesaggi urbani alienati dalle visioni grandangolari. Gli spazi si riducono drasticamente per finire in una copisteria, forse in Bangladesh, i colori densi delle pareti, le insegne luminose, gli inchiostri sbiaditi, la frammentazione che esce insieme alle stampe, le doppie esposizioni. Un’intera stanza, di passaggio, è dedicata ad un progetto che riassembla libri di memorie dei collettivi della Bologna anni Settanta, parallelamente ad un’invocazione della fotografia a scopo sociale, e ad una serie di testi esposti. Quelli forse si possono toccare.

E’ una sala dedicata ai vincitori di un concorso, quella da cui entrando, siamo costretti a ricordarci che la fotografia è ancora impressione e al contempo rivelazione, inside e outside, quelli che Duchamp aveva rovesciato nel display del 1938 con i sacchi sul soffitto della sala espositiva, sacchi dai quali cadeva la polvere sugli osservatori.

Probabilmente, come sosterrebbe Birnbaum in Other Spaces, nelle gallerie attuali non si ride, non si dorme, non si “agisce”: si contempla.

In una “struttura di esclusione”, alcune persone si recano ad una conferenza alla fine di un percorso. Alcune tornano indietro per uscire, altre si fanno qualche domanda sui costi e sul senso di quello che accade.

Perché in fondo, una biennale resta un happening, una mostra un evento, un accadere ed un divenire, che è ciò che poi accompagna la trasformazione di una  contemplazione in un’azione, fosse anche solo quella di decidere se andare o non andare a visitare le altre sedi espositive.

A voi la scelta. Fino al 1 novembre.

Marcel Duchamp, Twelve Hundred Coal Bags Suspended from the Ceiling over a Stove, 1938
Marcel Duchamp, Twelve Hundred Coal Bags Suspended from the Ceiling over a Stove, 1938