Intervista a Massimiliano Bonatto, traduttore del romanzo ‘Culo Nero’ di A. Igoni Barrett

In vista della presentazione del libro insieme all’autore presso La Confraternita dell’uva abbiamo contattato e intervistato Massimiliano Bonatto, che ha curato la traduzione italiana di Culo Nero, primo romanzo dello scrittore nigeriano di lingua inglese A. Igoni Barrett

 

 

Lo scrittore nigeriano A. Igoni Barrett

 

 

Secondo alcuni, Igoni Barrett e il suo Furo Warikobo sono il Kafka e il Gregor Samsa dei tempi moderni.
Sei d’accordo con questa affermazione?

Direi che esiste più di un parallelismo tra i protagonisti e i due autori, ma ci sono anche molte differenze. In entrambi c’è una trasformazione: nella Metamorfosi Gregor si sveglia trasformato in un insetto immondo ma Kafka non lo fa uscire dalle mure intime della camera da letto ed esplora le difficoltà della nuova vita di Gregor nella privacy della sua casa. In Culo nero anche Furo si trasforma, diventa un uomo bianco, con tutte le difficoltà e i vantaggi che la pelle chiara ti offre in una città come Lagos, ma a differenza di Kafka, Barrett rielabora il dramma familiare di Furo come un’odissea urbana, fa uscire subito il protagonista dalla sua casa e la follia della metamorfosi si gioca tra le strade losche della metropoli, imprevedibili e irte di pericoli.
Sicuramente però la situazione in cui si trova Furo è decisamente kafkiana: ha la pelle bianca ma è in tutto e per tutto un lagosiano, ma nessuno gli crede e deve trovare il modo di vivere in una pelle che non è più la sua, in una città nuova che scopre per la prima volta”.

 

 

Ci sono stati particolari problemi di natura traduttologica per Culo Nero?

Il problema più ostico è stato senz’ altro la traduzione del pidgin, una lingua franca, nata al tempo delle colonie e la schiavitù, in un primo momento per comunicare tra colonizzatori e colonizzati, che da questo incontro ha dato vita a lingue nuove a tutti gli effetti.
E quindi come far sentire al lettore italiano che siamo di fronte a qualcosa di diverso dall’ inglese? Il rischio è quello di mettere in bocca ai personaggi una lingua italiana sgrammaticata o macchiettistica”.

 


Quindi stai dicendo che quello del traduttore è un ruolo estremamente delicato in contesti come questo.

“Esattamente. Assieme alla redazione di 66thand2nd abbiamo optato per rendere quei dialoghi con un italiano il più possibile colloquiale, cosicché il lettore possa accorgersi subito di trovarsi davanti a uno scarto di livello linguistico. Inoltre abbiamo scelto di lasciare alcuni termini ricorrenti nell’originale pidgin, per dare la possibilità a chi legge di farsi una passeggiata tra i suoni e la musica di Lagos, andando incontro all’estraneo, senza addomesticare troppo”.

 

 

Quanto può essere educativa per un Paese come l’Italia la traduzione e la divulgazione dell’opera di Igoni Barrett e della letteratura africana?

Credo possa essere interessante per un Paese europeo entrare in contatto con nuove voci provenienti da continenti diversi, lo vedo come un modo di conoscere realtà, mondi, storie ed esperienze che altrimenti non si prenderebbero in considerazione. Più che educativa, mi sembra un’esperienza arricchente per chiunque: conoscere l’altro, l’estraneo, ci aiuta a comprenderlo meglio o per lo meno a non averne paura”.

 

 

 

 

Esistono altre opere di autori africani, ancora non tradotti in italiano, che potrebbero avere successo qui?

È un mondo in fermento, ci sono molti autori ancora sconosciuti in Italia, ma il lavoro di scoperta esiste da anni; basti pensare a Itala Vivan che ha portato in Italia Wole Soyinka e Chinua Achebe, o a Einaudi e la letteratura della diaspora di Teju Cole e Chimamanda Ngozi Adichie. Gli esempi sono tanti.
Il problema resta come scrivere dell’Africa, della blackness, ma anche della whiteness: sfidare gli stereotipi o sottomettersi?

 

 

Suppongo ci sia un gap nella ricezione della letteratura per così dire “nera” tra l’Italia e altri Paesi.

“L’ Italia, paragonata alla Francia e all’ Inghilterra, dove si pubblicano moltissimi autori delle colonie – la maggior parte dei quali scrivono in francese o inglese – è forse ancora indietro su questo piano. Il rischio è questi autori restino in ombra nonostante nuove case editrici puntino con intelligenza su questi temi. Sicuramente la 66thand2nd è una di queste e presta molta attenzione a questi autori e queste storie”.

 

 

In un’Europa nella quale persevera l’odio verso i migranti e si avvicinano al potere partiti di estrema destra, credi che un romanzo come Culo Nero sia in grado di parlare a tutti, rafforzando soprattutto la coscienza e l’identità degli africani che vivono nel nostro continente, oppure corra il rischio di essere sottoposto a un filtro di “razzismo letterario” e quindi rimanga relegato a letteratura per pochi?

Non credo che il libro corra il rischio di venire sottoposto a filtri discriminatori. La situazione in Europa non è senz’altro rosea, ma sono convinto che la maggior parte dei lettori possa apprezzarlo: il ribaltamento delle parti per cui è un bianco a subire le occhiatacce credo che sia solo un lembo della trama, un pretesto che stimola una riflessione su come mettersi nei panni altrui. Ma Furo – e non solo lui nel libro – non lotta tanto con la sua pelle nuova o con le frasi di scherno, quanto con la sua identità di persona, concetto che va oltre il colore della pelle, l’appartenenza sociale e il continente dove sei nato”.

 

 

Per concludere.
Mettendoci nei panni dell’ autore e del protagonista, se per assurdo al posto di Igoni Barrett ci fosse stato un autore bianco e il protagonista si fosse svegliato nero, secondo te in Africa un’opera del genere avrebbe successo o verrebbe accolta
con diffidenza?
Pensi che possa venire considerata letteratura “altra” , soffrendo di pregiudizio e razzismo anche lì?

 

Credo si farebbero qualche risata proprio come chi legge Culo Nero, le situazioni comiche non mancherebbero; il punto di vista sarebbe opposto e gli esiti incerti, ma andrebbe sicuramente a intaccare «il nostro desiderio di essere catalogati a vista», come dice Barrett nel libro dove il filo del razzismo si intreccia con quello della discriminazione di genere.
Credo quindi che i temi vadano oltre il razzismo e siano comuni a tutti, non importa il colore della platea”.

 

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

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