SAMI BLOOD strega l’Europa

 

Sami Blood è una storia sottile, delicata, che, nonostante la sobrietà, ha stregato la giuria del Premio Lux. Ogni anni, l’Unione Europea attribuisce questo riconoscimento a film che raccontano una “diversa prospettiva europea”, principalmente per aiutare a distribuire pellicole che altrimenti andrebbero dimenticate, oscurate dai titani del cinema americano.

Quest’anno a vincere (contro pezzi grossi come 120 battiti al minuto, la candidatura francese agli Oscar 2018) è stata proprio la “piccola” storia di Kristina, signora anziana che, in occasione della morte della sorella, torna in Lapponia dov’è nata e cresciuta. Kristina, o Elle-Marja come la chiamano le persone del suo passato, è una Sami. Appartiene, cioè, a quella minoranza indigena che, tradizionalmente, abita le terre più a nord dell’Europa, in Norvegia, Finlandia, Russia e Svezia, ambientazione del film.

Le lande rosse della Lapponia, e i pascoli di renne tenuti dal suo popolo, riportano Kristina indietro nel tempo a quando, per la prima volta, si è trovata in contatto con la società svedese. Erano gli anni trenta, e il governo stabiliva l’obbligo, per i giovani Sami, di frequentare scuole speciali per imparare la lingua, la cultura e la religione Svedese. Queste scuole sono, oggi, considerate come uno dei capitoli più bui della storia svedese. Imposte da un’autorità centrale per poter studiare e controllare i Sami, erano comunque troppo elementari per garantire l’accesso ad un’istruzione superiore e all’integrazione fuori dalla regione.

Nonostante tutto, è a scuola che Elle-Marja scopre una curiosità nei confronti di ciò che si trova fuori dalla sua realtà, cominciando a sognare di poter frequentare il collegio in una grande città. Allo stesso tempo, cresce il rancore verso la sua famiglia, che la porta a scappare per trovare un modo di arrivare alla simbolica Uppsala.

Lene Cecilia Sparrok

Sami Blood è il primo film della giovane regista Amanda Kernell, anche lei di origine Sami. E’ anche il primo film della bravissima Lene Cecilia Sparrok, una delle poche decine di giovani che ancora parla il dialetto meridionale lappone e, senza la quale, la pellicola non potrebbe esistere. Sparrok possiede uno dei visi più espressivi del cinema moderno. La sua apparente immobilità, subito sotto la quale sobbollono emozioni contrastanti di fascinazione e paura, porta lo spettatore a sentirsi quasi fisicamente sopraffatto dall’intensità delle scene, in particolare quelle in cui Elle-Marja si confronta con la discriminazione istituzionale.

Sami Blood è un’opera prima speciale, che combina una filmografia che fa venir voglia di comprare un biglietto per la Lapponia a un tema delicato, ma potente. La scelta della giuria del Lux non potrebbe essere più azzeccata: quella dei Sami è anch’essa una storia europea – ironicamente sono infatti uno dei popoli indigeni del continente – ma semisconosciuta; raccontata con una semplicità elementare e, ciononostante, ricca di risonanza.

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