Bellinzona è una la capitale del Canton Ticino svizzero. Una città ricca di bellezze artistiche e architettoniche, i cui abitanti sono chiamati “chiodi”. L’origine dell’espressione si perde nei meandri della storia. Una delle possibili interpretazioni è legata al carattere dei cittadini, definito irremovibile come, appunto, un chiodo.

Sarà per questo che il cinema omonimo a Bologna, uno dei punti di riferimento tra le sale di comunità, resiste ancora malgrado le difficoltà. Come ha avuto modo di raccontarci Luigi Lagrasta, membro dell’ACEC che al Bellinzona organizza numerose rassegne, in un dialogo che ha spaziato dal generico lavoro di ACEC a quello specifico del Bellizona.

Non uno ma tanti (pubblici)

Cosa sono per voi le sale di comunità?

Le sale della comunità sono poli sia culturali che di relazione sociale. Ed è fondamentale, specialmente in questo periodo, e specialmente se la sala si colloca in una posizione a latere. In un quartiere periferico è importantissimo. Se spegni la luce della sala è un problema.

Che cosa contraddistingue le vostre sale?

Prima di tutto il tipo di offerta, che da quarant’anni è seguita dalla stessa persona. Poi un ambiente tranquillo, protettivo e che ha una visione diversa da quella delle altre sale, o delle multisale. Una politica di prezzo basso e, nei limiti del possibile, l’offerta di servizi in più, diversi da sala a sala.

In mezzo a questo contesto, nel momento storico in cui viviamo, la gente viene: i risultati sono positivi.

Infine, le nostre sale sono posti nella memoria: ci sono persone che vengono e ricordano quando ci venivano da giovani. Poi ci siamo adeguati ai tempi. E questo anche a fronte di chi sei-sette anni fa aveva previsto che saremmo morti.

Invece siete ancora qui

Bologna ha una grande tradizione di cinema. Lo sappiamo, molte sale purtroppo sono state chiuse, però ne vedo anche in ottima salute.

Alcuni sono anche eroici. Per fare un esempio l’arena del Tivoli, che procede nonostante la concorrenza dei film in piazza del Cinema sotto le stelle. Sono dei fenomeni che succedono: abbastanza difficili da capire, ma noi andiamo avanti. Alcune sale hanno dei volontari, altre no, però sono delle monosale buone.

Come impostate la programmazione?

C’è anche una programmazione di fondo: noi sappiamo che nella tal sala c’è un certo tipo di gradimento, di connotazione, e in un’altra ce c’è un’altra. E non hanno un pubblico, ma tanti pubblici: famiglie, anziani, bambini, chi ama la storia del cinema, come per esempio la rassegna di Bergman al Bellinzona.

È un’attività per la comunità, e non dimentichiamo i nuovi cittadini. Non siamo un esercizio commerciale. Dobbiamo andare avanti, ma sul sociale. Poi chiaro: la pastorale non si fa coi debiti, ci deve essere una gestione oculata. Se non c’è modo di noleggiare un determinato film, non lo si fa.

Poi chiaro che abbiamo dei bravi gestori. Alcuni di questi sono molto affezionati, sono nelle sale da tanto tempo. C’è un continuo rapporto tra noi e loro.

E il Bellizona che tipo di pubblico ha?

Il Bellinzona è come era Castiglione: un contesto socio-economico buono, con un pubblico di una certa età, acculturato. Per cui lì ci va un certo tipo di prodotto di un certo livello, pur garantendo sempre la parte di intrattenimento.

La nostra visione è che il cinema deve essere accessibile a tutti. Qualcosa che intrattenga i tanti pubblici, li colpisca, ma non una cosa per pochi. In sale storiche come questa non abbiamo una componente giovanile come hanno, ad esempio, il Galliera.

La sala è stata molto curata, sono stati fatti degli interventi, perché è in una struttura storica. Ogni sala ha la sua storia, la sua connotazione. Anche il Bellinzona, che è dei cappuccini, i quali hanno sempre curato la cultura, a cominciare dalle biblioteche.

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