Nell’articolo precedente abbiamo visto come si accede a un dottorato, quali rischi comporta avviarsi verso la professione del ricercatore e lo abbiamo fatto parlando con una dottoranda con borsa. Ci eravamo poi lasciati con un altro quesito: ma se il dottorando ha accettato senza borsa?
Anche in questa seconda puntata abbiamo deciso di dare la parola a uno dei diretti interessati che nuovamente lasceremo nell’anonimato.

Come avevamo già spiegato precedentemente se si vuole provare ad accedere a un dottorato di ricerca è necessario fare domanda in più università per avere maggiori possibilità di essere ammessi. Ti chiedo quindi come hai deciso di articolare il tuo progetto di ricerca.
Ho provato in diversi atenei come Bologna, Padova, Firenze, Genova e Trento. Considerando che ogni dipartimento adotta dei criteri di selezione specifici sono partito scrivendo un progetto di ricerca molto vasto con una bibliografia ragionata ed una prima selezione di centri di ricerca e fondi d’archivio. Questo mi ha dato modo di essere poi più veloce nell’adattamento del progetto ai vari format di presentazione (in genere, infatti, il progetto di ricerca deve essere esposto in maniera molto sintetica).

All’interno del bando erano richieste delle lettere di presentazione? E, se sì, quale peso avevano nella valutazione?
Non tutti i bandi prevedono delle lettere di referenza. Del resto, spesso queste lettere contano veramente poco ai fini della valutazione del candidato. Anche perché – salvo casi particolari – difficilmente i professori negano di fare una lettera di referenza ai propri studenti, negandogli la possibilità di presentare domanda. Da aggiungere, poi, che spesso ciò che riesce ad influire veramente sulla valutazione sono altri tipi di pressioni o suggerimenti, che non necessariamente seguono percorsi ufficiali.

Passiamo alla domanda più scottante, perché svolgi un dottorato senza borsa? Come lo vivi?
Inizialmente lo avevo rifiutato, poi mi sono confrontato con alcuni professori che, saggiamente, mi hanno consigliato di non fare delle scelte dettate da istinti, e alla fine mi sono iscritto.
Partendo dalla constatazione che sarebbe auspicabile abolire i dottorati senza borsa, date le difficoltà che comporta tale situazione, si accetta senza borsa per una serie di considerazioni. Purtroppo ancora oggi il dottorato non è percepito come un lavoro vero e proprio e spesso, ne consegue, la condizione di studente non viene abbandonata, né da chi svolge il corso né da tutto l’ambiente circostante. Fondamentalmente ho accettato il posto senza borsa perché ottenere il titolo di dottore di ricerca mi darà la possibilità di continuare il mio percorso nel mondo della ricerca. Aspettare nuovi concorsi, che comunque avrebbero potuto avere esito negativo, avrebbe potenzialmente solo avuto come conseguenza perdere altro tempo. Ed il tempo che passa, in questo mondo, non è un fattore da poter mettere in secondo piano. Del resto, il dottorando senza borsa può presentare comunque ricandidatura, rinunciando in caso di vittoria agli anni già svolti, ricominciando dal primo. Ovviamente, è una scelta difficile sia dal punto di vista economico che psicologico. Da questo punto di vista, nel mio caso, la condizione di senza borsa mi ha spinto anche ad acquisire altri tipi di competenze professionali ed entrare in contatto con ambiti affini e che offrono maggiori (ma sempre poche, insufficienti) possibilità di occupazione precaria: dal mondo dell’editoria, al giornalismo, alla conservazione archivistica ecc. Io penso che il dottorando senza borsa per la sua condizione particolare riesca tutto sommato a rendersi conto in maniera più diretta dei problemi strutturali del mondo accademico, comprende anche meglio l’utilità/necessità per un laureato ed un dottorato di ampliare il più possibile le proprie competenze, anche ai fini lavorativi.
Ma questi sono discorsi anche abbastanza filosofici che quando si scontrano con la realtà sono un po’ difficili da portare avanti: ad esempio quando devi partire per svolgere delle ricerche all’estero perdi il lavoro che faticosamente ti sei guadagnato. Hai, poi, oggettivamente molto meno tempo, meno concentrazione e serenità (che è indispensabile nel lavoro di ricerca) per dedicarti al tuo
“vero” lavoro. Da questo punto di vista il senza borsa è sottoposto a forti pressioni, che spesso però lo spingono ad essere anche molto “produttivo”, perché sa bene che dovrà sfruttare al massimo quel poco tempo che possiede. Tutte queste difficoltà creano degli scompensi enormi a livello generale ai quali si accosta la perenne sensazione di essere dottorandi “di serie B”, pur a parità di rendimento.

Quindi è una costatazione di fatto la tua, non una visione idealista. Ovvero è necessario crearsi delle alternative sia per vivere
Sia perché è sbagliato settorializzare le proprie competenze: io aspiro a diventare uno storico, ma nutro un forte interesse anche per tutte le attività che stanno dietro la ricerca e di cui essa stessa si nutre: dalla composizione del libro al suo commercio, dall’attività giornalistica a quella didattica ecc. Insomma c’è tutto un mondo dietro che lo storico, specialmente nel periodo di formazione dottorale, dovrebbe provare a conoscere direttamente, creandosi così anche un profilo professionale completo.

Parliamo della parte economica appunto. Che tipo di sostegno ricevi dallo Stato?
Anche i senza borsa ricevono dei fondi per la ricerca per l’Italia e per l’estero che quasi sempre sono pari al 10% della borsa annuale quindi 1300 euro e che sono fondi stanziati dal Dipartimento. Questi fondi seguono le regole della pubblica amministrazione, quindi sono a titolo di rimborso e solo in alcuni casi possono essere anticipati, di solito se superano una certa soglia. Il che è un ulteriore ostacolo: se io devo fare dei piccoli spostamenti, però continui, che mi portano nel corso di un mese a visitare 5 o 6 archivi diversi o a consultarmi con un professore che si occupa dei miei stessi temi di ricerca, spesso non attingo neanche da quel fondo per via delle trafile burocratiche.

Come percepisci nella società italiana la tua condizione di essere a metà tra l’essere uno studente e un lavoratore?
Molti non sanno nemmeno cosa sia un dottorato di ricerca. Io lavoro in un call-center e in un ristorante: in questi ambienti non sanno cosa sia un dottorato né comprendono le ricadute pratiche dell’attività di ricerca storica in generale. E questo non è un problema loro, ma dell’Università che non riesce evidentemente a farsi riconoscere da ampi settori della società anche nella sua funzione primaria che, oltre ad essere formativa, è anche di ricerca e innovazione. Questo, ovviamente, vale soprattutto per le discipline umanistiche.

Questo è causa di frustrazione?
Dipende come la vivi. È come se conducessi due vite, quando esco dall’università devi mettere da parte quella del dottorando e viceversa.
Per questo motivo vi è la necessità di riformare tutto il sistema del dottorato di ricerca: sia a livello dei criteri di selezione che di impostazione stessa del corso e dei trattamenti economici. Andrebbero senza dubbio eliminati i posti senza borsa, il che però non significa eliminare dei posti ma investire maggiori risorse nella ricerca trasformando quei posti senza in posti con la borsa. O, in alternativa, supportare l’attività dei non borsisti con convenzioni, agevolazioni o incremento dei fondi a sostegno della ricerca, con annesso snellimento delle procedure burocratiche. A livello formativo: rivedere l%8.84 Safari/537.36
Content-Type:di corso in cui è obbligatorio frequentare seminari spesso assolutamente inutili e che non hanno nulla a che fare con il tuo percorso di ricerca o addirittura con il tuo curriculum di studio. Creare, poi, forme di continuità che al termine dei tre anni non ti facciano ripiombare nel clima post-laurea. Che non ti lascino, cioè, la sensazione di aver nuovamente giocato d’azzardo con la tua vita decidendo di percorrere la strada della ricerca.

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