Tra le numerose tappe del PUNK’N’FOLK REVUE TOUR 2016 in giro per lo stivale, non poteva di certo mancare quella di Bologna. E così è stato. Lo scorso lunedì 30 maggio, la storica band emiliana dei Modena City Ramblers ha nuovamente fatto un salto in città in occasione della Festa dell’Unità al parco del Lungoreno, nel quartiere di Borgo Panigale.

Il 2016 è l’anno in cui festeggiano il loro venticinquesimo anniversario di carriera artistica, e lo fanno riproponendo la rivisitazione dei loro vecchi e nuovi brani di Irish Folk, Combat Folk e Punk in versione italica, facendo cantare e saltare il loro pubblico oggi come 25 anni fa.

Approfittando dell’evento, noi di BBU siamo andati a sentirli e abbiamo strappato loro una breve intervista. È stata più una chiacchierata, a dire il vero.
Ecco cosa ci hanno raccontato.

 

 

Questo è il vostro quarto concerto a Bologna in poco più di un anno. Com’è il vostro rapporto con la città?

“Quello che abbiamo con questa città è un rapporto senza dubbio molto intimo, e lo è per molteplici ragioni. Da un punto di vista personale, lo è sia perché molti di noi sono modenesi, quindi “vicini di casa”, sia perché tra noi c’è chi qui ha studiato e ha lasciato un po’ di sé. In secondo, Bologna ci ha regalato il primo vero successo di pubblico durante il nostro storico concerto davanti a più di 10.000 persone in Piazza Maggiore nel ’92, in occasione delle Contro-Colombiadi. Quel concerto è stato una molla per farci andare avanti e dire chi eravamo, nonché la conferma che stavamo facendo bene ciò che avevamo iniziato l’anno prima. A rafforzare il legame con la città è anche il rapporto con l’Estragon che, prima di ridursi a sala da concerti, era un’agenzia ed è stata la nostra per anni. Ora non lo è più e noi siamo sotto un’altra agenzia, ma a conferma di questo rapporto è il nostro tour manager, che tuttora collabora agli eventi musicali dell’Estragon, e il fatto di essere ospiti fissi del posto in occasione dell’Irlanda in Festa da ormai più di 10 anni.

C’è da dire soprattutto che noi vediamo Bologna come se fosse un tutt’uno con Modena e Reggio Emilia, una grande area metropolitana con in mezzo del sano campanilismo. Anche se Bologna rimane il nostro punto di riferimento emiliano”.

 

image

 

Oggi siete ospiti della Festa dell’Unità, quindi una festa politica. Qual è il vostro rapporto con la politica?

“Ci portiamo dietro da sempre l’etichetta di gruppo dai forti contenuti politici, quindi politicizzato. Noi non ci sentiamo affatto tali, ma comprendiamo che è difficile scindere le due cose. Sappiamo che negli ultimi anni è in corso una crisi di valori per la mancanza di identificazione politica, ma non abbiamo mai fatto politica vera e propria dando indicazioni di voto. Eppure abbiamo suonato in varie feste dell’unità, negli eventi di Rifondazione Comunista e in quelle dei vari partiti di sinistra, anche quando c’è stata la spaccatura nella Sinistra italiana. Anche se non diciamo mai chi votare e né lo faremo in futuro, le nostre canzoni e i temi sociali che affrontano parlano per noi e chi si identifica in esse si identifica in un partito o nell’altro, tutto qui.
Per quanto riguarda la Festa dell’Unità, ci siamo trovati protagonisti proprio per il fatto che non abbiamo mai dato vere indicazioni, e per questo non abbiamo né perso né guadagnato da questi anni. Poi, dipende molto dai contesti e dal modo di chiedere le cose, così capiamo cosa vogliono da noi. Tipo, strumentalizzarci… ecco, quello no. Se ci chiamassero a esibirci alla festa di un altro partito con queste premesse, quasi sicuramente andremmo. Poi va be’, è ovvio che non ci chiamerebbero mai a suonare quelli di CasaPound o LegaNord!

Noi sposiamo la causa in parte politica, ma rivolta alla persona. Per esempio, abbiamo dato il nostro appoggio e la nostra partecipazione a eventi della CGIL per la raccolta firme per lo statuto dei lavoratori. E questa è un qualcosa che si fa al di là della politica perché lo si fa per le persone, per la gente. È questo il nostro senso “politico”, a prescindere dai partiti. È un rapporto fatto di progetti e valori, senza esternare pensieri. Lo facciamo per coerenza verso noi stessi. Non siamo degli yes men, per intenderci”.

 

 

Quest’anno festeggiate i 25 anni di carriera. Cos’è cambiato nel vostro percorso artistico in questi anni?

“In un quarto di secolo è cambiato tanto dal punto di vista dell’impatto mediatico che hanno le cose, tra queste l’arte. Il modo di fruizione della musica è cambiato moltissimo e le nuove piattaforme hanno forse reso le nuove generazioni un po’ più permeabili. Hai la tua musica preferita sempre dietro, ma quella stessa musica può passare in un attimo e non essere ricordata più. L’avvento dei talent show ha materializzato ciò; con tutta quest’esplosione di talenti, molti scompaiono poco dopo e il modo di fruire dell’arte inevitabilmente ne risente. Affinché piaccia un pezzo, ci vuole più tempo di quella che è la velocità di adesso e ciò fa sì che ascoltare canzoni sia più difficile. Ok, la bellezza è soggettiva, ma noi siamo rimasti al vecchio concetto secondo cui prima deve piacere a noi, poi agli altri.

Dal nostro punto di vista, invece, in 25 anni non siamo cambiati moltissimo. Siamo sempre noi stessi, siamo rimasti quelli che eravamo. Come quello che creiamo, che più che essere arte è artigianato. È più lenta, più da capire. Crediamo che un pezzo vada capito prima di dire ‘È bello!’. Oggi, per noi come per chiunque faccia musica da anni, fare un disco è più semplice di prima, ma è più difficile veicolarlo e pubblicizzarlo nel marasma dei media. Prima era tutto viceversa, era più complicato farlo ma decisamente più facile farlo arrivare. Forse è così anche nelle altre arti. Ora tutti fanno comunicazione, il motivo di tutto ciò risiede forse in questo”.

 

image

 

A proposito di disco: dopo l’ultimo album, TRACCE CLANDESTINE, come vedete il futuro del gruppo? Avete già in testa qualche progetto?

“L’ultimo album è stato fatto quasi per gioco. È un insieme di pezzi fatti sempre dal vivo e mai registrati, in cui abbiamo chiamato degli ospiti. Il prossimo sarà quasi sicuramente un progetto di inediti, ma non stiamo scrivendo ancora nulla, né abbiamo una data di uscita. Sarà solo la nostra curiosità a dirci cosa e come lo faremo e perché. Sicuramente i contenuti che il mondo propone sono moltissimi, anche se a noi piace raccontare storie.
C’è tanto da lavorare, anche per questo non sappiamo ancora cosa faremo. Potremmo fare una cosa o l’altra a prescindere dal cliché. Continueremo comunque a percorrere la strada degli ultimi anni. Il nostro è un continuo allontanarsi dal proprio stile per poi rientrarci, con la curiosità a farci da guida”.

 

Per concludere.
Tra un po’ suonerete davanti ad un pubblico numeroso come in ogni vostro concerto. Qual è il vostro approccio nei suoi confronti?

“L’etichetta di ‘fan’ a noi non piace, perché tende a creare distacco tra l’artista e le persone che lo ascoltano e lo apprezzano. Ci piace avere con loro un rapporto amichevole, vedere la gente che viene ai nostri concerti come persone che si divertono e incontrarli anche da sotto il palco dopo il concerto. Ci inorgoglisce anche il fatto che talvolta ci chiedano una foto o un autografo, ai quali ci concediamo sempre volentieri.
Tra noi e il nostro pubblico c’è un rapporto di stima reciproca consolidato negli anni. Stasera non possiamo che confermarlo, per l’ennesima volta”.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.