Le pompe di benzina, i fari, i ponti e gli edifici presenti in mostra a Palazzo Fava di Bologna fino al prossimo 24 luglio ci raccontano molto di come Edward Hopper, grande artista statunitense del XX secolo, sentisse e percepisse la propria nazione.

Grazie al suo spiccato realismo, frutto di un’attenta osservazione sul mondo, egli è uno dei cantori d’America più importanti del Novecento. Con lui l’arte non è più un mero fenomeno d’importazione dall’Europa; nasce quella made in U.S.A.

Al centro delle sue tele non regna però la grande metropoli, come sarebbe facile pensare, al contrario è l’ambiente rurale a farla da padrone. Esso è capace di esaltare la solitudine insita nell’essere umano e di mettere in discussione persino il sogno americano: l’uomo non conta solo in base al proprio successo e alla capacità di arricchirsi, ma ha un decisivo valore anche il mondo interiore.

Hopper vive epoche di guerre, genocidi, scontri razziali. La violenza non emerge dalle sue tele, esse trasmettono però un senso d’inquietudine e la sensazione che tutto possa essere sconvolto all’improvviso.

 

La mostra ospita una sessantina di opere provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York, suddivise in sei sezioni tematiche e cronologiche che percorrono le tappe salienti della vita artistica dell’autore.

Fondamentale all’interno del percorso formativo di Hopper è, senza alcun dubbio, il periodo francese: dopo i primi studi compiuti negli States alla New York School of Art, l’artista visita Parigi e rimane fortemente colpito dalla vitalità dei suoi caffè e dall’atmosfera dilatata e sospesa che lì si respira.

Hopper ama dipingere en plein air, come gli impressionisti. Anzi, è proprio da loro che, consapevolmente o inconsapevolmente, trae ispirazione. E’ affascinato da Manet e da Edward Degas. L’impressione immediata generata da un particolare ambiente è per lui fondamentale e attraverso la pittura può esternare i sentimenti provati. Egli stesso afferma: “ se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere”.

Le sue composizioni sono semplici e quasi geometriche, i volumi sono importanti.

Dall’esperienza francese nascono opere come Pomeriggio di giugno del 1907, che ci regala un luminoso punto di vista sulla Senna, o Il bistrò del 1909.

 

Hopper, Edward

E. Hopper, Pomeriggio di giugno, 1907

 

Pur traendo ispirazione dagli impressionisti, il suo stile è però molto personale, egli stesso definisce il proprio modo di dipingere un “impressionismo modificato”.

Le tecniche da lui utilizzate sono tantissime: acquerello, olio su tela, su cartone, su legno…,come lo sono del resto anche le bozze realizzate dall’autore nel corso della propria carriera artistica. Esse sono sia propedeutiche alla realizzazione del lavoro finale, sia un mezzo per sperimentare nuove soluzioni formali. A tal proposito, davvero affascinanti sono i suoi Sketchbooks: libretti di appunti e schizzi che documentano le varie fasi di produzione delle opere, oltre a contenere dati più tecnici, quali il prezzo delle vendite e i nomi degli acquirenti.

 

Le tele di Hopper sono inoltre ricordate per l’estrema sensibilità fotografica che ispira il cinema degli anni ‘40 e ‘50. La luce è sempre importante e spesso ha persino una funzione simbolica: è in grado di raccontare l’assenza di qualcuno o qualcosa, proprio come sembra accadere in Interno d’estate.

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                                                                                    E. Hopper, Interno d’estate, 1909

 

Hopper è fonte di ispirazione per Hollywood anche dal punto di vista tematico: il tema della pompa di benzina viene ripreso dal road movie americano, quello dell’abitazione solitaria presente in House by the Railroad (presente in mostra solo in bozza) serve invece addirittura ad Alfred Hitchcock come modello per la casa di Psyco.

Le sue immagini entrano dunque gradualmente a far parte dell’immaginario collettivo, motivo per cui Hopper viene spesso considerato anche uno dei precursori della pop art: traguardo considerevole per chi si prefiggeva semplicemente di “ voler dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.

 

 

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