Viaggiare è proprio utile

Esistono solo due alternative nella vita: vivere o viaggiare. Queste sono le due condizioni dell’uomo, le uniche due modalità in cui si situa il nostro tempo. Naturalmente ogni uomo cerca la sua verità (“sembrerà anche strano”, cantava Babaman), il suo istinto lo porta a stabilire una volta per tutte come sistemarsi nella propria vita professionale e quotidiana, ma anche a interrogarsi sul senso di vivere sempre nello stesso luogo, senza conoscere il mondo, al di fuori delle esperienze mediatiche, ormai sempre più abili a organizzare la nostra conoscenza e distanza dall’universo.

Allora si parte, si viaggia. Ormai si va ovunque, si raggiungono gli angoli del mondo, e la geografia umanistica (cioè quella modalità di esplorare i terzi mondi e raccontarli all’Occidente dalla prospettiva “intelligente” di un grande scrittore, come l’India raccontata in modi diversi da Pasolini e Moravia) ce la facciamo noi, tramite i blog di viaggio, Instagram, oppure anche attraverso una testata poliedrica come la nostra (esempi qui e qui). Nel nostro tempo le gite scolastiche vengono giustamente messe in discussione dagli analisti in quanto modalità anacronistica: se si pensa alla celebre categoria storiografica del “una volta” ci si accorge che le gite servivano a un popolo non globalizzato (e tendenzialmente povero) per vedere le grandi città faticosamente studiate sui libri di scuola. Ora, grazie al cielo, non è più così. Quello di Ryanair è considerato dagli studiosi dell’Entertainment un fenomeno di rilevanza culturale, non solo economica. Un amico settantenne con il pallino del viaggio mi disse che sugli aerei degli anni ’50 ci salivano al massimo una quarantina di persone, l’atmosfera era raccolta, i vestiti eleganti.

Society, you're crazy breed...
Society, you’re crazy breed…

Per un ragazzo della mia età, svogliato ma curioso, viaggiare significa ancora “Europa”. E non mi riferisco solamente agli scambi culturali, ma al viaggio in sé. Quel prendersi su con tre amici e stare cinque giorni in giro per il nostro continente, ispirandosi a mete cinematografiche o socialmente note, oppure seguendo solo l’istinto viscerale di un posto che ci “ispira”. Viaggiare significa non cedere il passo al provincialismo radicato. Uno scrittore come Marcel Proust, pur vivendo tutta la vita nell’amata Parigi (che non lasciò nemmeno quando bombardata dal primo conflitto mondiale), organizzava viaggi con gli amici o la madre per visitare le abbazie, i monasteri, le chiese, i musei su cui si era formato il suo pensiero estetico nei lunghi anni di studio privato e appassionato. Studiava, e poi andava a vedere. Il suo modo di amare la bellezza del mondo passava attraverso la corrispondenza mentale e poi quella diretta, visiva.

Viaggiare bisogna farlo quando si è stanchi della propria quotidianità. E non bisogna mai organizzarsi troppo per tempo, le improvvisate sono sempre meglio. E partire di notte ha la sua suggestività. Un mio collega di BBU ha scritto:

“Viaggiare sul treno notturno Bangkok-Chiang Mai mi ha dato l’impressione di scappare da qualcosa, viaggiare di notte fa a molti questo effetto. Svignarsela mentre tutti dormono, e la mattina dopo lasciarli rendere conto che ormai è troppo tardi per fermarti. Questa sensazione di fuga, è resa ancora più romantica dai paesaggi tagliati dalle rotaie del treno; giungle, risaie e villaggi rurali. Il finestrino del treno illuminato dall’alba diventa lo schermo di un bellissimo documentario chiamato Thailandia.”

Questa notevole riflessione mi riporta alla mente una bella citazione dallo scrittore tedesco dell’Ottocento Johannes Vilhelm Jensen, in un suo racconto (“Gradiva” del 1903);

Pochi hanno fatto personalmente l’esperienza di quanto sia bello partire di primavera, giovani, ricchi e indipendenti, dai paesi tedeschi verso l’Italia.
Quando si viaggia in un paese straniero si osservano, a mio parere, dieci regole fondamentali:
1. Utilizzare più mezzi di trasporto possibile, per godere appieno della forma dello spostarsi. L’aereo ci permette di raggiungere luoghi lontani, ma poi questi luoghi vanno visti a misura d’uomo, a piedi se si è in pellegrinaggio o se si visita una città, in treno se ci si deve muovere in fretta, in macchina se si vuole riprodurre le logiche del road trip, celebrato dagli scrittori della Beat generation.
2. Quando si viaggia è bene staccare. Internet.
3. Quando si viaggia è bene vedere più cose possibili. Fermarsi tanto in ostello o a bere birra in pieno pomeriggio nel centro delle capitali non è il modo migliore per usare questo tempo magico che la vita ci concede per ripararci dalla noia della propria immanenza. Meglio distendersi con un bel pranzo al ristorante, gustando i cibi locali e chiacchierando con i propri compagni di viaggio, specie delle cose e persone che sono rimaste a casa. Questo è uno dei privilegi più divertenti.
4. Viaggiare significa apprendere. Non è un cliché, è la verità viva e pulsante di questa esperienza millenaria. Esplorare i luoghi non significa fermarsi alle guide o a TripAdvisor, ma significa concedere alle realtà nuove il beneficio del dubbio. Una volta, in una settimana di mare a Rodi, un mio amico mi convinse a visitare il ghetto ebraico della Città vecchia. Io non avevo voglia, troppo preso dalla bellezza delle spiagge. Il risultato fu che nel museo della Sinagoga incontrammo un anziano signore che ci spiegò la storie degli ebrei rodesi per un’ora. Quel signore aveva il numero del campo di concentramento tatuato sul braccio.
5. Prendere appunti, scrivere le proprie memorie aiuta a condensare la propria esperienza in un prodotto della propria immaginazione. Lo insegnano i due più grandi scrittori del Novecento francese: Céline e Proust. Proust ha elaborato le sue teorie sull’estetica a partire dalle cose viste nelle sue peregrinazioni. Céline ha scritto un romanzo di viaggio che incentra su di sé tutti i traumi dell’uomo novecentesco. Il titolo di questo editoriale gli rende omaggio.
6. In un road trip (mi raccomando, munitevi di una carta di credito per il noleggio dell’auto!) è fondamentale il sonno: non è mai del tutto sonno, è una pace sospesa della mente, la musica vi penetra nel cervello come la più dolce delle droghe e il rumore sordo della macchina che sfreccia è la colonna sonora della vostra esperienza. I suoni arrivano meglio se il cervello sta spento.
7. Il cellulare è uno strumento prezioso, ma va usato con cura: oltre alle Note, la fotocamera, TripAdvisor e Google Maps hanno agevolato la vita dei viaggiatori in un modo che è manicheo considerare sbagliato. [Questo punto, se ci pensate, non è in contraddizione con il 2]
8. Mangiare bene e tipico è uno dei piaceri del viaggio: niente panini e fast food del cazzo, specie in Europa. Andate nei ristoranti.
9. E’ bene che ci sia un solo organizzatore del viaggio, una mente dittatoriale: la democrazia non è una buona forma di governo quando si tratta dei gusti personali e, aggiungo, una delle sensazioni più belle per l’organizzatore è vedere i propri compagni rilassati e beatamente affidati alla sua sapiente guida.
10. Quando si scelgono i monumenti è tassativamente vietato seguire la propria cultura: una volta, a Parigi, un mio amico che studia filosofia voleva a tutti i costi vedere l’abbazia di Port-Royal, sede di una famosa scuola di grammatici e filosofi del linguaggio. Il risultato è che Port-Royal, oltre a essere molto lontana rispetto al cuore del Quartiere Latino (e poco conosciuta dai parigini), non ha nulla di interessante da offrire. Ormai si riduce a un chioschetto secentesco inserito in una struttura ospedaliera. Accettate di vedere cose che non amate nella vostra esistenza quotidiana, perché spesso sono le cose più inaspettate.
(11. Sarebbe sempre preferibile conoscere la storia e la cultura del popolo che andate a visitare. Ma non tutti siamo Marcel Proust, ecco.)
Viaggio al termine della notte

 

 

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