Martedì sera sarebbe stata la classica serata estiva da homo sapiens sapiens di 25 anni a Bologna: qualche birra a zonzo, una chitarra scordata, riflessioni estemporanee, due chiacchiere svaccati sul prato del Cavaticcio e poi dritti a casa, ligi al doversi svegliare la mattina successiva indaffarati dalla vita e soffocati dal caldo umido di giugno.
E invece no. Per mia grande fortuna – e
tra qualche riga vi spiego perché – c’era il concerto de Lo Stato Sociale in Piazza Maggiore.
Al centro di polemiche
e molto ben riuscito, alla fine dei giochi.

 

Lo Stato Sociale. Fonte: ilrestodelcarlino.it
Lo Stato Sociale.
Fonte: ilrestodelcarlino.it

 

Anche se sono emersi nello stesso periodo del mio trasloco d’animo come fuorisede a Bologna, il gruppo in questione non ha mai fatto presa sul mio personale gusto musicale.  Così, a pelle. Non so neanch’io perché, eppure siamo “cresciuti insieme”.
Non che poi la cosa debba per forza essere di pubblico interesse o importare al prossimo come le minacce di Kim Jong-un. Ecco, una placida via di mezzo magari .


Forse, oltre all’essere assuefatto alle sonorità dei soliti gruppi e artisti e all’essere poco abituato alle sperimentazioni musicali,  uno dei motivi per cui mi risultavano inizialmente antipatici è anche il fatto che fossero nelle playlist di taluni esseri umani di mia conoscenza, che mi suscitano ancora oggi una simpatia tale da guardarli con lo stesso sguardo di default di Victoria Beckham.
Va beh. Fatto sta che, ad un certo punto, avendoci involontariamente a che fare tramite svariata gente e con lo zampino del caro e vecchio Spotify, iniziai ad ascoltarli poco di più e i regaz dello Stato iniziarono a piacermi. Che non si pensi adesso di me come ad un hater patentato ora redento che lasciava commenti al vetriolo contro di loro, eh. Al massimo, e dico al massimo, quando capitava che mi ritrovassi a parlarne in qualche discorso da corridoio universitario o da cena tra coinquilini e amici, mi limitavo a dire “bah, a me questi qua che si atteggiano troppo a comunisti paraculi non ispirano molta simpatia. Fanno musica che fa cagare e poi è una roba strana, molto parlata. Sperimentale ok, ma non acchiapperà mai tanto. Musica indie, puah! Indie da che? Mica è musica quella”.


Giusto per farvi capire l’alto valore delle mie filippiche musicali di allora sposate col mood da vecchio di paese. Ma eravamo ancora agli inizi e la nuova ondata di artisti emergenti doveva venire pienamente a galla.

Andando avanti negli anni, preso dai dubbi, dagli scazzi e dagli affanni che uno studente universitario può avere, mentre cresceva anche una maggiore consapevolezza su certe tematiche adulte come lavoro e diritti di cui loro stessi si facevano portavoce, li vedevo mietere successo in lungo e in largo, arrivando anche a fasce di plebe alla quale non avrei mai immaginato potessero arrivare, figuriamoci piacere. Forse anche per il loro modo di fare da ragazzi della porta accanto (tanto da ritrovarteli spesso magari anche sul vialetto di casa!)
Un misto di compiacimento, il mio, per cinque ragazzi che artisticamente parlando tolleravo il giusto, solo se non potevo farne a meno insomma. E il caso volle che, sempre in questo stesso passare degli anni, mi avvicinassi a loro anch’io in modo più responsabile da persona cosciente e più sensibile verso certi temi, nonché da ascoltatore più maturo, e imparassi lentamente ad apprezzare loro e molti altri di tutta quella scena musicale indie e alternativa – ma ora in molti casi l’alternativo è roba pop – che fino a non troppo tempo fa non riuscivo a digerire neanche sotto tortura.

Bene,
arriviamo al dunque. Appena ho letto la notizia che il loro concerto era stato riufficializzato (e anche dopo la loro performance riuscitissima nell’ultimo Sanremo, non lo nego) non vedevo l’ora di andare a vederli per la prima volta dal vivo.
Mi hanno finalmente convinto” pensai. “ ‘Sto concerto s’ha da fa “.
Così avvenne.


E dopo anni di cattiva digestione,
martedì sera in piazza Maggiore ho apprezzato quei cinque ragazzi che hanno fatto saltare, emozionare e riflettere per due ore oltre 10.000 persone, portando sul palco anche i bambini del coro dell’Antoniano.
Ed ecco sfilare su quello stesso palco le loro canzoni d’amore, l’amore dei ragazzi di ieri e di oggi, quell’oggi turbolento che è preso di mira dall’ ironia pungente, dalla satira politica e dagli stereotipi dissacrati. A rendere maggiore onore allo spettacolo, l’aver rivolto un pensiero ai dipendenti della Fiat licenziati a Pomigliano d’Arco e persino un omaggio d’affetto per Aldro, Federico Aldrovandi, studente ucciso dalle manganellate di quattro poliziotti nel 2005. Il tutto incastonato alla grande in una performance scanzonata e magari sì, è vero, musicalmente non impeccabile ma perlomeno bella e fresca, semplice quanto surreale, che ha saputo mischiare e snocciolare l’utile e il dilettevole in uno stile umilmente geniale.
Un concertone ben riusc
ito che ha tenuto i piedi per terra e ha raggiunto tutti, grandi e piccoli, gente del settore e gente che di musica sa poco o nulla. Persino i detrattori, mi sa.  

Dall’essere un gruppo di nicchia al guadagnarsi il secondo posto a Sanremo, senza bruciare tappe e con una degna gavetta,  l’allegra combriccola formata da Albi, Bebo, Carota, Checco e Lodo di strada ne ha fatta e anche abbastanza velocemente. E in un periodo storico frizzante e contraddittorio in cui stiamo tutti vivendo, sono arrivato alla convinzione e alla conclusione che di un gruppo come Lo Stato Sociale c’è bisogno.
Pur riuscendo a tenere le distanze dal circolo dei sempre più vuoti e potenti talent, il gruppo (o collettivo, come amano definirsi) si ritaglia un suo spazio facendosi veicolo di messaggi di valore e riuscendo in un certo modo ad andare anche un po’ controcorrente – e non solo da un punto di vista musicale. 
Ebbene sì, realtà come Lo Stato Sociale non possono che dare nuova linfa alla scena artistica italiana e al tempo stesso a fare bene alla coscienza, soprattutto quella della gioventù del Bel Paese che gli presta volentieri orecchio e che diventa sempre più vasta.

In due è amore, in tre è una festa, ma in 12.000 è stata una figata.

Posso dirlo? Soccia che concerto, regaz.

Ah, dimenticavo: BELLA VEZ!

 

https://youtu.be/fy6Fgyi9fHw

 

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