Perché Caparezza è l’unico cantautore contemporaneo italiano che ascolto da oltre un decennio?
È la domanda che mi pongo da un
a quantità di tempo giusta e giustificata a farmi entrare il tarlo in testa. Quel lasso di tempo che va da ogni post-concerto all’altro, nonché da un disco all’ altro, detto in breve.

 

Caparezza durante un live del Prisoner 709 tour. Fonte: radioitalia.it
Caparezza durante un live del Prisoner 709 tour. Fonte: radioitalia.it

 

L’altra sera tornavo proprio dal suo concerto a Reggio Emilia, uno dei primi live della versione estiva del ‘Prisoner 709 tour’ , l’ultimissimo e scoppiettante ciclo di concerti messo in piedi della chioma riccia più famosa d’Italia. Come ogni volta, riflessione, divertimento e carisma musicale camminano a braccetto per due ore, senza pausa, coinvolgendo tutti gli avventori – che ormai non hanno più un’età ben definita ma, al contrario, tra loro intercorre una differenza di almeno 30 anni.
E tra quelli mi piazzo naturalmente anch’io e i miei quasi 25 anni, di cui oltre dieci spesi ad ascoltare Michele Salvemini e il suo mondo che in parte è anche il mio.
E ora vi spiego perché.

Premessa importante: scrivendo quanto sto per scrivere non voglio passare né per un innamorato sdolcinato e senza filtri di ragione, né per un musicofilo monomaniaco ossessivo.


L’amore per Caparezza 
nasce placidamente repentino in una torrida estate dei primi anni 2000 nella provincia calabrese.
Un sabato, la radio, un tormentone: Fuori dal tunnel.
La folgorazione.


Caparezza?! Ma chi è ‘sto genio? Voglio sapere di più su di lui


All’epoca
iniziavo ad appassionarmi ai giochi di parole, ai fumetti, ai film e alle storie su carta, mentre altri coetanei si divertivano con altro di non ben definito. Leggevo talmente tanto che divoravo un libro a settimana, oltre a un sacco di altre robe che andavano a diventare qualcosa di più fisico e tangibile della cultura.
La stessa epoca di eMule, di MSN, de
i reati nel voler piratare un album a tutti i costi. Senza costi.
E il senza andava a fianco di altre cose astratte e tangibili, tra cui soldi. Neanche quelli per comprare tutti i dischi e i libri che avrei voluto avere nella mia gigantesca sala immaginaria. Ancora delle vita non avevo capito un ca**o.


(Chi scrive adesso ha qualche disco in più e un account Spotify Premium da oltre un anno, modesto obolo per espiare i miei peccati passati)

 

https://www.youtube.com/watch?v=jx8GhXm-HcA

 

Ed ecco che dal voler scoprire chi fosse quell’artista all’innamorarmene il passo è stato breve.
Arrivò nelle mie orecchie La mia parte intollerante.

Una seconda folgorazione, stavolta una scarica più potente. Tanto che i capelli presero una piega strana.
Avevo davanti la canzone della mia vita fino a quel periodo.
Un periodo fatto di vari periodi, una frase complessa come la fase in cui vivevo.
Quella benedetta canzone era il mio specchio in musica.
La mia parte tollerata e intollerante, che tutto sommato trovavo interessante, non fosse per altro ma perché mi staccava dalla massa.


Non mi era mai successo prima di allora: mai mi ero avvicinato così tanto ad un artista, né mi sentivo così vicino a lui.

Allora non sono pazzo né solo, io!”. Somma di piccole grandi cose.

 

https://www.youtube.com/watch?v=MwonID0nd2E

 

La storia continua anche al liceo. Non una cotta adolescenziale, dato che le cose iniziavano a farsi serie. Si inizia a parlare di lavoro, di storia e di identità.
È il turno di
Eroe.

Le dimensioni del mio caos è forse il disco più impegnato del Capa, in cui per capirlo mi sono impegnato di più anche io. Talmente impegnato nella cosa che sembrava stessi per farmi un’altra storia.
Erano i primi anni del liceo, quando si sentono e si imparano i primi utili paroloni, dove si parla di cose serie e utili. Tipo la storia e chi l’ha fatta, oltre ad altro di molto interessante. Cose senza dubbio ben più serie delle cagate delle medie, dove la cosa più importante era decidere chi bullizzare.
E di certo io non ero nel plotone
bensí tra i condannati a sorte.

 

https://www.youtube.com/watch?v=xXLXgGJ5mIg

 

Ci si avvicina verso la fine del liceo, ma non della storia.
Stavolta l’asticella della roulette va su un argomento assolutamente che avevo imparato prima
sui libri di storia poi su quelli di filosofia: l’eresia.
Pensavo fosse un sogno erotico, in realtà era Il sogno eretico.
Per l’appunto.


Iniziai ad ascoltare di eretici, libertà di pensiero, di critica alla società, alla religione e alla politica in maniera spinta.
Il tutto mentre iniziavano a maturare le mie concezioni su tutto ciò di cui mi capitava di parlare. A volte ero più serio della statua di un santo.


(A proposito di santi, caso vuole che in quel periodo abbia anche messo un punto a sette anni di carriera nel coro parrocchiale, ma questa è tutt’altra storia).

 

https://www.youtube.com/watch?v=L9fZpWTp13g

 

E poi voilà, l’università. La storia regge bene al trasferimento a Bologna e al turbinìo di tutte quelle cose che mi apparivano vietate da più fattori: qualche viaggetto, i primi grandi concerti, mostre degli artisti preferiti.
Van Gogh, ad esempio.

Vincent Van Gogh, forse una delle persone più interessanti che non abbia mai conosciuto. Finalmente lo vidi dal vivo e da morto in un autoritratto in una mostra a Milano, in uno dei primi viaggi fuori da Bologna.
Nel frattempo mi rendevo conto di vivere e vedere una città fatta in mille modi e di mille mode. Una fra queste, le lunghe file a cadenza annuale davanti all’Apple Store di ragazzi con una manciata di anni meno di me, talvolta anche in più.
Obiettivo finale: l’ultimissimo modello dell’iPhone.

Tutti pazzi per un cellulare. E poi il pazzo era Vincent, eh?

 

https://www.youtube.com/watch?v=4x3MIHWLneo

 

E poi negli ultimi mesi la storia arriva a parlare di prigioni e prigionieri, di ruoli, fino al non riconoscersi più, alle confusioni. L’acufene.
Aveva l’aria di essere un periodo buio, ma la luce era dietro la porta.
Per aprirla bisognava solo avere la chiave giusta.
Una chiave.

Ed ecco che si ripete la stessa storia: Michele scrive e sforna un altro pezzo che è il mio secondo specchio in musica. Una chiave.
La chiave, l’elemento che serve a comporne un mazzo per aprire più porte e più mondi possibili.
Al sentire quel brano provo le stesse sensazioni che ho provato per la prima volta con La mia parte intollerante, seppur stavolta in versione matura. Eh sì, perché l’adolescente di allora ha ceduto il posto da ascoltatore al ragazzo di quasi 25 anni.
Sì, sono sempre io, mi riconosco dai capelli.

 

https://www.youtube.com/watch?v=orgycZTgvUQ

 

 

E si tratta di quello stesso ragazzo che Caparezza ha accompagnato nelle varie fasi della vita, nei periodi felici e in quelli meno facili, nel quale ha instillato la voglia di scrivere e scriversi, oltre ad avergli dato pure qualche sano insegnamento.

Mi si dirà, “ma cosa ti avrà mai insegnato di così importante?”.
Nulla, se non l’aver capito che mi piace sapermi diverso.
E tanto basta a farmi stare bene. 

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