Se dovessimo fare un gioco da associazione di idee, con una parola detta a cui l’interlocutore deve rispondere con la prima espressione che gli viene in mente, ad “Antoniano” sarebbe immediato replicare “Zecchino d’oro”.

Troppo semplice, troppo inserito nel tessuto culturale italiano il coro, i bambini, quelle figure che tutti hanno imparato a conoscere, il mago Zurlì, Gino Bramieri e chi più ne ha più ne nomini.

Troppo semplice, e come molte cose semplici sarebbe semplicistico. Perché l’Antoniano è molto di più: è teatro, è lezioni di musica. Ed è cinema.

Massimo Sterpi, che ne cura l’organizzazione, ce ne ha aperte le porte.

Il vecchio e il cinema

Il cinema Antoniano potrebbe essere definito cinema di quartiere?

Mi ci ritrovo dal punto di vista della banale descrizione territoriale, nel senso che per storia le sale della comunità nascono anche per essere un punto di riferimento delle attività di quartiere. Noi stessi collaboriamo spesso anche con il nostro quartiere di appartenenza, Santo Stefano.

Addirittura proprio in ambito cinematografico, organizzando con loro la rassegna “Gli adolescenti al cinema” che si svolge tendenzialmente nel mese di febbraio in quattro appuntamenti già da quattro anni.

Poi con Flash Giovani del quartiere abbiamo anche delle attività, dei progetti reciproci da portare avanti. A livello musicale e di formazione, che seguo io per il Cinema Teatro.

Non mi ci ritrovo se invece questo va a sminuire le attività culturali della sala.

Tra l’altro le politiche dell’amministrazione locale vanno verso un’espansione culturale dei quartieri: non si vede Bologna solo come città, in estate come il Cinema sotto le Stelle o il Biografilm, ma appunto si da anche importanza ai quartieri.

Siamo in zona Biografilm, peraltro.

Alla decima edizione, questo festival si fa anche un regalo. Rimane la centralità della zona Cavaticcio con il cinema Lumière, Arlecchino, Jolly ed Europa e crea un villaggio molto bello per gli appassionati di cinema, con una bella programmazione di film d’essai e documentari.

Allo stesso tempo però si è deciso di allargarsi, e sono state scelte deliberatamente tre sale della comunità: Antoniano, Orione e Galliera. Si è sentita una sorta di vicinanza nell’apertura culturale che ho menzionato prima.

Questo ci fa molto piacere, perché noi ci riconosciamo a nostra volta nella programmazione degli amici del Biografilm. È bello il loro sottotitolo: “Celebration of lives”, la celebrazione delle vite. Un’attenzione sociale a persone famose, ma anche persone comuni che qualche regista ha deciso di portare all’attenzione comune durante la manifestazione.

Con che criterio scegliete i film?

Me ne occupo io, e il criterio primario è vederli, non basandosi su critiche (pur molto utili), trailer, successo, titolo, attore regista. Ci sono film che potrebbero esse teoriche meteore, con uscite di una sola settimana nelle sale di prima visione perché come tematiche o attori o regista non hanno particolare appeal, e invece potrebbero essere quella chicca che nessuno ha voluto o che per motivi commerciali stanno in sala pochi giorni.

Secondo me uno dei ruoli delle sale di comunità è andare a cogliere in un prato quel fiore che ritieni prezioso portare all’attenzione del pubblico. Vedo che è gradita come iniziativa, perché il complimento più bello che possiamo ricevere come staff è: “Non conosco questo film ma sono venuto perché lo proponete voi”.

Vuol dire che in questi anni abbiano lavorato sul gusto del pubblico, e che i nostri gusti di programmatori vanno incontro al piacere del pubblico che ci frequenta.

C’è un filo conduttore a livello di tema?

L’indole della struttura nasce con un’attenzione alle fasce più deboli della popolazione. L’Antoniano è originariamente una mensa dei poveri nel Dopoguerra, con file lunghe di persone colpite dal conflitto e dalla libertà. Foto di archivio molto interessanti mostrano che non c’erano ancora le mura, ma c’erano solo la chiesa e il chiostro dei frati.

Da lì il desiderio dei frati di creare una mensa, che ancora lavora dopo sessant’anni e tutti i giorni accoglie tra le ottanta e le cento persone. Parlare quindi di dialogo, confronto tra le persone, problematiche legate alle fasce più deboli, anche attraverso i film noi lo sentiamo come naturale.

Alcuni esempi della stagione: “A ciambra”, film sui sinti, i nomadi italiani, film che non voleva nessuno, e qualche settimana dopo averlo programmato noi da sconosciuto è stato il film candidato dall’Italia agli Oscar 2018, anche se poi non è passato. Siamo stati l’unica sala, anche, a fare l’ultimo film di Andrea Segre legato ai migranti, “L’ordine delle cose”.

Abbiamo aperto anche a temi che possono risultare anomali in una sala della comunità, ma che noi vediamo coerenti. Tra questi “Una donna fantastica”, un film di una sensibilità straordinaria che invita al dialogo e alla riflessione, e che parla di un transessuale e della sua sofferenza nel vivere il mondo di oggi. Tre mesi dopo, nel 2017, ha vinto l’Oscar come miglior film straniero.

Tutte tematiche legate all’apertura al dialogo e a una sensibilità artistica legate a un cinema d’autore, ovviamente restando ai film per adulti.

E invece per quanto riguarda i film per ragazzi?

La nostra è una programmazione che deve aprirsi il più possibile, ma che al tempo stesso essendo all’Antoniano deve tener conto della tradizione di questo luogo, che dopo la mensa dei poveri avviò la collaborazione con la RAI appena nata, negli anni Cinquanta, per la prima trasmissione per bambini.

Venne chiamato “Lo zecchino d’oro” che è giunto quest’anno alla sessantunesima edizione in preparazione, ed è insieme alla Domenica Sportiva la trasmissione più longeva della storia della televisione italiana.

Questa tradizione legata alle attività per bambini quindi continua: un appuntamento pomeridiano al giorno nei giorni di venerdì, sabato e domenica è dedicato sempre a bambini e ragazzi. Per noi ha una triplice valenza.

Prima di tutto è una tradizione che continua, quella di essere una casa per i bambini, anche per chi era bambino sessant’anni fa e i primi film li ha visti qua.

Poi perché abbiamo avviato una collaborazione con la Cineteca chiamata “Schermi e lavagne”, su duplice sala, il Lumière e noi, ma sotto un’unica sigla.

Infine perché, nel nostro piccolo, è un servizio alle famiglie. A fronte di un’attesa, in quanto qui i film per bambini arrivano con quei due mesi di ritardo, si è però creato il piacere di alcune famiglie di aspettare la pellicola per pagare 5 euro i bambini e 6 gli adulti.

Qual è il pubblico dell’Antoniano?

Abbiamo un pubblico di famiglie a cui teniamo molto e uno più d’essai, attento al cinema d’autore. Un pubblico 0-99, perché le proposte sono diverse, e l’indole della struttura, così come quella delle altre delle sale di comunità, è quella di comunicare a trecentosessanta gradi.

E a livello di di universitari?

Non c’è troppo pubblico universitario ordinariamente, ma con le rassegne sì. Per esempio con “Scienza al cinema”, che ha visto la presenza di studenti e docenti.

Quali sono le difficoltà, in un tipo di sala di questo genere?

Ciò che desideriamo non è scontato si possa attuare, in quanto ci si va a incontrare con meccanismi di distribuzione che non sempre ti vengono incontro.

C’è però più offerta di film distribuiti, e ciò fa sì che se non sei contento di quell’offerta settimanale che non sei riuscito ad ottenere hai probabilmente una seconda scelta che ti può soddisfare ugualmente, e che rende coerente la programmazione.

L’unica cosa negativa è quanto ti viene imposto che non senti in linea con la tua programmazione, e al distributore non interessa perché vende il prodotto, ma tu esercente hai un rapporto con il pubblico e rischia di spezzarsi quella fiducia, perché un film che non c’entra, anche se a qualcuno piacerà, stona comunque un po’.

Per fortuna è una logica appartenente al passato, e un occhio a qualcosa di qualità lo trovi sempre.

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