secret zone

Secret Zone si trova a Bologna, più precisamente al numero 40 di Strada Maggiore. I soffitti alti e un corridoio stretto e lungo caratterizzano quello che, a tutti gli effetti, è un tipico appartamento storico bolognese.

Agli albori del ventunesimo secolo, il World Wide Web si esercitava in prove tecniche di cazzeggio, varando piattaforme di giochi flash di facile e agile utilizzo. Tra questi, oltre al comprovato format di successo del game play a piattaforme, si era aggiunta una nuova filosofia di rompicapo: la fuga da una stanza chiusa, piena di enigmi logici.

Secret Zone è quello che succede quando la stanza dalla quale si deve uscire non esiste più su un sito internet, ma diventa reale, e mi ripeto volentieri, nel bel mezzo di Bologna, al numero 40 di Strada Maggiore.

Ad aprire la porta di Secret Zone c’è Paola.

Paola è una ragazza disponibile e preparata che, se da una parte non risparmia dettagli e informazioni circa la nascita del concept di Secret Zone, dall’altra si cala nei panni del narratore onniscente che, come nel più classico dei giochi di ruolo, deve introdurre i partecipanti a un nuovo modo di interpretare la realtà.

Le stanze segrete sono due. La prima, che osserviamo solo restando sulla soglia, è chiamata “Il testamento del nonno”. È una stanza quadrata, arredata in stile liberty, con alte pareti pitturate di rosso vermiglio e mobili scuri, massicci, d’epoca. Sparsi qui e là, fogli, dipinti, e casseforti. “Nessun oggetto nella stanza è casuale: o è necessario o depista”, dice Paola.

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“Il testamento del nonno”

Il team BBU tuttavia, per effetto di una sconsiderata prenotazione, non è previsto che debba fuggire dalla stanza del “testamento”, bensì da quella di cui gli enigmi risultano più articolati e complessi, chiamata “Il magazzino del museo”.

Il magazzino si compone di tre stanze e ciascuna, una volta aperta, rivela informazioni utili e necessarie per risolvere il caso.

Paola racconta: “Il curatore del museo ha ricevuto una lettera da parte del famoso ladro – mr. Bad – che ha promesso di impossessarsi delle opere d’arte di un famoso artista inglese. Voi siete un gruppo di investigatori che è stato ingaggiato per recuperare le opere d’arte nascoste nel magazzino e andarsene, prima che il ladro vanifichi tutti i vostri sforzi”.

"Il magazzino del museo"
“Il magazzino del museo”

Premesso che nella versione virtuale del gioco ero veramente una sòla, devo ammettere che l’eccitazione data dall’avere una torcia in mano ed essere chiuso in uno stanzino buio, ha fatto sì che mi sentissi coinvolto in qualcosa più grande di me, benché perfettamente definito nello spazio (una stanza da cui uscire) e nel tempo (un’ora per farlo). L’essere chiuso in uno sgabuzzino, circondato da oggetti che pian piano rivelavano la propria utilità per uno scopo reale, definito ha creato in me una sensazione paragonabile a quando si cerca di chiudere il punto a Machiavelli, o a Scala 40, con la certezza di potercela fare.

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“Tre di cuori lì, re di picche qui, questo lo scarto…”

Purtroppo non va sempre bene e, benché il team BBU sia arrivato a un soffio dal risolvere il caso, non ce l’ha fatta. Siamo rimasti con l’ennesimo problema da risolvere e una chiave in mano. La storia della nostra vita.

Ho letto da qualche parte che l’unico avversario, all’interno di una escape room è il tempo. Impreciso. In Secret Zone l’avversario è la logica; quella stessa logica che è facile ignorare deliberatamente nelle scelte quotidiane, ma la cui applicabilità risulta essere condizione necessaria e sufficiente per sperare di uscire da quel luogo.

Curioso come, al termine dell’esperienza, ormai lontano dalla stanza segreta, in procinto di tornare a preoccuparmi delle solite cose, abbia continuato a sentire nelle orecchie le parole “nessun oggetto è casuale. O è necessario o è lì per depistarvi”.

Le escape room di Secret Zone sono un gioco utile da più punti di vista. Da un lato lo è per sé, dato che, se giocato secondo le regole, contribuisce a ragionare sulle soluzioni solo dopo aver fatto ordine tra i problemi. In secondo luogo, si rivela utile per consolidare il proprio gruppo di lavoro, o la propria comitiva, visto che l’obiettivo risulta più facilmente raggiungibile se si ragiona insieme sul percorso da attuare (fantascienza di questi tempi).

Durante la settimana gli studenti pagano pochissimo.

Come se fosse necessario dire altro per convincervi a provare.

“Fuggite, sciocchi!” (G.)

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