Le domeniche a Bologna sono la morte. Per non parlare dei lunedì.

Passi una settimana a barcamenarti tra lavoro, studio, la casa e la spesa, senza tralasciare la cura della persona e delle persone, un giostra di tutti quei rapporti umani che il destino ti ha volutamente accatastato davanti nel corso degli anni. Rapporti da gestire e curare, per un motivo o per un altro, chiamare l’uno e scrivere all’altro. Qualcuno anche di domenica. Un’occasione per ritrovarmi e parlare faccia a faccia anche con quel qualcuno che porta il mio nome.
La domenica, ovvero quel giorno in cui ci si sente strani e più vuoti. Si è stanchi dal lavoro macinato durante la settimana precedente, ma in quel determinato giorno sembra mancarti. Provi a uscire ma nulla, ti accorgi che sotto quei portici, ci sia il sole o la pioggia, di domenica la gente cammina
e vaga in compagnia col vuoto, come se fosse stata risucchiata dalla terra e poi sputata fuori, sui marciapiedi e per le strade, spinta da una misteriosa inerzia cosmica che tutto vede e tutto sente. E tutto muove.
Si dev
e far qualcosa pur di combattere quella noia che tutto pervade, neanche fossero riti di una funzione religiosa, neanche servissero a colmare quel senso di vuoto che prende la scena domenicale e ne diventa padrone. Tristezza e meditazione, insoddisfatta noia.
I romantici francesi lo chiamavano spleen. Baudelaire c’ha persino scritto una poesia sopra, io lo invoco per scrivere canzoni a me stesso.
E poi c’è l
ei.

Una musa che parla di fiori e rivoluzioni, di arte e uomini ideali. Di viaggi.
Quei viaggi fatti con la mente e con il corpo, con in tasca una bussola ideale, strana miscela di interiorità e stimoli esterni. E in mezzo discorsi che arrivano anche alla realtà più immediata. Progetti futuri, illusioni disilluse e vita.
Quel tipo di vita che sa di caffè e fiori a tavola
per cena, di piccole conquiste e grandi idee, ma anche di timida noia verso un qualcosa di comune, baci che sono treni di sola andata verso destinazioni ignote, abbracci e discorsi all’io e al noi.

Succede, è successo e forse succederà. A me e ad altri come me.
Un noi che è un io al contrario, con quella lettera in più sempre al suo fianco, che potrebbe spezzarlo, negarlo e andarsene via facendolo ritornare come prima.
Una danza continua. La noia, un no, un io e un noi.

Un noi eco di tante conversazioni e altrettante notti.
Quel noi che è la nota più lunga in una canzone.
La mia e la nostra.

 

 

Vorresti un uomo con la barba
come quelli che si vedono nei film,
una laurea senza esami
le settimane meno i lunedì, ahi ahi
Giornate piene di inconvenienti, follie, novità
la noia uccide sempre, specie di domenica, ahi ahi

Vorresti un uomo senza barba
come quelli dai colletti bianchi
con tanto di cravatta e armadio pieno di rimpianti, ah ah
Le vetrine sempre in saldo
i tacchi comodi la sera
la rivoluzione, i fiori a tavola per cena, ahi ahi

E allora l’ennesimo viaggio per vedere Van Gogh
ché Picasso non ti è mai piaciuto tanto
ma gli artisti, lo sai, non stanno nei musei
l’arte non paga mai, proprio mai, ahi ahi ahi

Vai tranquilla, ci vediamo dopo cena
mettiti quello che vuoi, purché poi non si veda
e se rimani da me ti preparo la caffettiera
giusto così, per rimanere in atmosfera

E allora l’ennesimo viaggio per vedere Van Gogh
ché Picasso non ti è mai piaciuto tanto
ma gli artisti, lo sai, non stanno nei musei
l’arte non paga mai

un po’ come la politica, le prospettive future
viva l’indipendenza!
tutelati da un contratto, forse è meglio senza,
o no?

E allora amiamoci come quegli amanti
che si ritrovano fra le dediche dei libri
che si guardano in continuazione
ma in mera clandestinità
Provate a dirglielo voi
che il loro  non è vero amore…
E volevi le valigie sempre pronte
per partire il venerdì
le hai trovate pronte solo per andare via da qui, da te

Vai tranquilla, ci vediamo dopo cena
mettiti quello che vuoi, purché poi non si veda
e se rimani da me te la regalo una caffettiera
giusto così, per rimanere in atmosfera

Ma è già l’ora di vestirsi ormai

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