Abituati a una quotidianità in cui abbondano scatti di ogni sorta e dove, ahimè, la quantità ruba spazio alla qualità, spesso dimentichiamo che c’è anche chi della fotografia ne fa, a buon diritto, un lavoro.

Altri addirittura ne hanno fatto, e continuano a farne, il perno della propria esistenza. Ritroviamo fra quest’ultimi Steve Mccurry, fotoreporter statunitense che unisce alla sua passione per la fotografia quella per i viaggi.

Conosciuto principalmente per la foto della ragazza afghana (pubblicata come copertina del National Geographic nel giugno del 1985), forse in molti lo ricorderanno anche per le immagini spesso presenti nei libri di scuola: chi non ha posato almeno una volta lo sguardo sul cormorano imbrattato di petrolio, nel bel mezzo del disastro ambientale della guerra del Golfo? O chi non ha mai visto una sua foto sui danni causati dai monsoni indiani?

Ma Steve è molto più di questo, le sue fotografie sono molto di più e molto di più di quanto siamo abituati a vedere quotidianamente.

E tutto, all’interno del complesso di San Domenico di Forlì (dove la mostra “Steve Mccurry. Icons and Women” sarà ospitata fino al prossimo 10 gennaio), lo dimostra. La sapiente disposizione delle tele, la luce calda e soffusa che le avvolge, le audioguide che raccontano il vissuto dietro le immagini ci permettono di compiere un autentico viaggio attorno al mondo, scrutato attraverso un occhio attento alle simmetrie, al gioco di spazi e all’armonia dei colori.

 

Quella di Steve viaggiatore è una fotografia che ama il rischio e che, pur consapevole del severo divieto di fotografare le donne in talune regioni del Medioriente, non ritira mai l’obiettivo.

E’ per questo che accanto ai volti noti, come quello dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi, oggi possiamo ammirare gli sguardi anonimi, ma non per questo meno penetranti, della ragazza pugile di Rio de Janeiro, di quella tibetana o gli occhi scuri ed eloquenti che fuoriescono dal burka della ragazza yemenita, imprigionati in uno scatto del 1997.

 

Mccurry. Sanaa, Yemen 1997

Sanaa, Yemen 1997

 

A volte è la semplicità a farla da padrona e ad attrarre Mccurry, altre invece l’originalità insita nei bizzarri colori delle barbe e dei capelli dei passanti.

Egli attende che il suo occhio venga catturato da qualche magnifico “pezzo di vita” e, se pensa che ci voglia qualcuno o qualcosa di più dentro la scena che gli si pone innanzi, sa aspettarlo.

La mostra insegna, infatti, che ci sono due tipologie distinte di foto: quelle che nascono da un’attesa paziente e quelle che invece solo un occhio allenato a coglier l’attimo sa generare. In alcuni casi il fotoreporter ammette di aver trascorso intere stagioni ad osservare il Taj Mahal alla ricerca della luce perfetta, in altri è una scena vista dal taxi in corsa a regalargli l’ispirazione e lo scatto migliore. Ma la rapidità non toglie mai valore alla foto, al contrario.

I suoi scatti sono sempre così significativi ed emblematici: il fuoco acceso nella città di Herat, in Afghanistan, è visto come simbolo di rinascita; una mendicante che chiede l’elemosina bussando al finestrino del taxi diviene l’emblema della povertà; un manichino occidentale esposto in un ristorante in Etiopia simboleggia l’unione di due mondi.

 

Mccurry. Mumbai, India 1993

Mumbai, India 1993

 

Davanti ad una realtà così policroma lo spettatore non può far altro che rimanere incuriosito ed attonito: osserva, lasciandosi cullare dalla strana magia suscitata dai colori, dai gesti e dai rituali impressi sulla pellicola, che fanno della loro naturalezza il loro punto di forza.

Che cos’è, in fondo, una fotografia? E’ un semplice processo di registrazione permanente della luce; se fatto con occhio esperto ed estrema maestria sa essere però altamente comunicativo, trasformandosi talora in vera e propria emozione. Dopotutto, secondo Steve, “una buona fotografia è un’immagine che ti accompagna, da cui impari e che ti ricordi per sempre”.

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