La città è “grigia”. Lo sappiamo. Ce l’hanno detto sin dalle scuole elementari.

Il suo opposto? La campagna: “verde”. Oppure il mare: “azzurro”. Facile.

Ma perché il grigio, questo colore così lugubre, tocca in sorte proprio alla città? Perché essa è ciò che l’uomo crea distruggendo la natura; questo ci insegnano.

Il che è indubbiamente vero (ahimè), quanto lo è il fatto che la semplicità regni sovrana tra i bambini. Crescendo però cambia lo sguardo attraverso cui si guarda il mondo e le sfumature aumentano, moltiplicandosi a tal punto da renderci una gamma di tonalità pressoché infinita.

E magari si capisce che dietro ai suoi muri grigi la città nasconde teatri, biblioteche, cinema, gallerie d’arte… luoghi veicoli di civiltà che è, a sua volta, linfa vitale per l’uomo. E la vita, si sa, è un arcobaleno di colori.

Insomma, forse il grigio non è la tonalità più adatta alla città. Può esserlo per un comignolo, ma non per un centro cittadino.

Ben lungi da chi è responsabile di opere di vandalismo gratuito e occasionale, c’è chi ci prova a colorare la città. C’è chi ci prova a rendere questo vitalismo non solo percepibile, ma anche visibile. C’è chi vuole essere autore di un’opera fruibile per tutti, senza biglietto alla mano. C’è chi sogna che l’arte possa abbracciare anche chi cammina per strada, senza starsene imprigionata all’interno di un museo. Questi sono gli street artists.

 

 

Il fenomeno della Street Art, nato negli ultimi decenni, non è però solo pura forma artistica. Esso nasce, in molte circostanze, dalla volontà di comunicare tematiche sociali importanti, talora diventate anche forme di contestazione politica. E, dal momento che a fare da tela non sono solo fabbriche o aree metropolitane dismesse ma anche i muri cittadini, la cosa lascia dietro di sé non poche polemiche.

Oggi ormai molte azioni sono istituzionalizzate e prese in accordo con le municipalità, i musei e le gallerie. O almeno questa è la tendenza.

Negli ultimi anni sono nati addirittura dei festival nella dotta Bologna. Dal 2012 si svolge il Frontier, che prevede la realizzazione di murales di grande formato su muri concessi dai proprietari o dal Comune.

Nel 2013 è nato il CHEAP Festival, dedicato interamente alla Street Poster Art (arte di strada su supporto cartaceo, di cui il più noto esponente è Shephard Fairey -meglio conosciuto come Obey-) e che raccoglie ogni anno lavori da ogni parte del mondo, dando spazio a nuovi artisti emergenti.

Questo è lo scenario odierno. Anni fa il fenomeno nasceva però per lo più spontaneamente e il confine fra lecito e illecito risultava dunque alquanto flebile, anche perché il gusto artistico è, per sua stessa natura, personalissimo.

Tra gli “storici” artisti di scuola bolognese ricordiamo Ericailcane, Eron, di fama internazionale (attivo dagli anni novanta anche a Rimini, eletto miglior artista di strada italiano dalla rivista specializzata AL magazine) e l’omari noto BLU.

Come infatti dimenticare l’accesa polemica scaturita nei mesi scorsi, a seguito della mostra organizzata su Banksy e la Street Art (ancora in corso fino al prossimo 26 giugno, a palazzo Pepoli) da Fabio Roversi-Monaco, presidente di Genus Bononiae?

Alla base della mostra una esplicita volontà di salvaguardia di quelle che ormai possono essere considerate vere e proprie opere d’arte. Volontà non apprezzata però da Blu, artista che ha visto la propria arte di strada derubata della sua stessa essenza: dell’essere in strada, appunto. A ciò si somma poi l’impossessamento improprio dei murales volto alla speculazione, ulteriore considerazione che lo ha poi portato alla cancellazione sistematica di gran parte delle proprie opere bolognesi.

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La Street Art vive del suo essere “urban”, gioca sulla sorpresa di far ritrovare l’inaspettato dietro l’angolo, sull’essere completamente in simbiosi con l’ambiente circostante.

Staccare un murales e metterlo in esposizione in un interno significa decontestualizzarlo.

E’ come recitare una sola riga di un’intera poesia: essa può risultare totalmente priva di senso, può essere comunque pregna di significato (se si è fortunati) ma, quello che è certo, è che sarà sempre priva della sua interezza e dunque un’opera a metà per il poeta che l’ha composta.

Per questo qualsiasi azione di salvaguardia compiuta in questo senso risulta inefficace e deleteria; soprattutto se si pensa che, qualora necessario, sarebbe possibile effettuare anche restauri e opere di manutenzione in loco.

 

Ma l’attenzione non è solo per Blu, a Bologna.

Ad incuriosire gli sguardi dei bolognesi c’è poi, da un paio d’anni a questa parte, un altro artista. E’ Exit Enter. E’ l’autore di tutti quegli omini stilizzati sparsi per la città e che sicuramente vi sarà capitato di vedere almeno una volta, passeggiando per il centro. Sono disseminati ovunque, affiancati da un cuore, un palloncino o qualche altro simbolo. Spesso compaiono anche le parole “exit” e “enter”, da cui l’autore prende il nome. Il significato è facilmente comprensibile. E’ un invito alla riflessione e all’apertura verso il cambiamento portato da un’uscita che può sempre essere una nuova entrata, una fine che non è mai una fine, ma sempre un inizio, in poche parole. Semplici simboli che, in tutta la loro iconicità, ci spiegano allegoricamente la vita.

enter

 

Comunque, che vogliate divertirvi a cercare per la città tutti gli omini di Exit Enter o che preferiate recarvi nell’ex zincaturificio di via Stalingrado, nuovo spazio dove i writers e gli artisti possono esprimersi liberamente grazie al progetto apolitico e autofinanziato R.U.S.C.O. (Recupero Urbano Spazi Comuni), capirete che Bologna è una città a colori.

Quale predomina? Alcuni risponderebbero ironicamente il rosso, oppure il blu. La risposta in realtà è soggettiva, quello che è certo è che il bianco e il nero li lasciamo solo alle vecchie foto d’epoca!

 

 

 

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