Sono una studentessa fuorisede che ama Làbas, ma non sono una “zecca comunista”

N.B. Attenzione, tutto ciò che leggerete di seguito è frutto del pensiero e dell’interpretazione di chi scrive.

#RiapriamoLàbas

#RiapriamoLàbas

Il tramonto di Làbas

C’è voluto qualche giorno per metabolizzare i fatti dell’8 agosto. Nonostante la siccità, è stato proprio un fulmine a ciel sereno. Pochi erano lì a difendere i centri sociali vittime delle invasioni del Questore. Io, invece, ho appreso la notizia in spiaggia durante una pausa dalle parole crociate.

Sono una studentessa che vive a Bologna da cinque anni. Respiro questa città come fosse casa mia e la guardo da sempre con gli occhi fieri di chi sa che questo è il posto giusto in cui trovarsi. Il mio peccato è quello di non avere la residenza come tanti altri studenti: una macchia che in molte circostanze mi è costata il diritto di parola. L’occupazione di Làbas coincide con il mio primo anno universitario, conosco le attività e chi lo vive ed ho avuto il piacere di scrivere di Accoglienza Degna.

Queste settimane di silenzio sono servite a chiarirmi le idee per permettermi di guardare l’intera vicenda con lucidità. Mi sono posta diverse domande perché consapevole di avere profonde lacune in materia di legalità e politica, benché il binomio stesso sembri una caricatura. Sono gelosa delle mie credenze e dei miei valori, ma non li reputo universali.

Perciò ho cercato sul web codici e leggi che potessero scavalcare il legame affettivo che ho con il Làbas. Ho letto migliaia di commenti pro e contro l’azione di sgombero. “Legalità e illegalità” i temi del dibattito.

L’arte dello sgombero

Virginio Merola, il “primo” cittadino, lo stesso giorno dello sgombero scriveva sul suo profilo facebook di non aver alcun potere in merito alle decisioni della Procura e del Questore; in poche parole di non essere il mandante, di apprezzare addirittura il lavoro dei volontari del centro sociale e di voler trovare una soluzione a questa brutta vicenda. Più facile che lavarsi le mani. D’altro canto, Làbas risponde con un corposo post dove ripercorre le presunte mediazioni tra il comune e il centro sociale alla ricerca di una soluzione che accontenti tutti.

Sono andata a ritroso negli anni per cercare di sbrogliare il boom di notizie dei giorni successivi.

Nel 2015, dopo 3 anni di occupazione dell’ex caserma Masini, la giunta comunale approva il POC (piano organizzativo comunale) che prevede la rigenerazione del tessuto urbano bolognese.

La riqualificazione raggiunge anche il Quartiere Santo Stefano dall’ex caserma Masini, in via Orfeo 46, all’ex caserma Mazzoni, fuori porta in zona Murri. Insieme all’ex caserma Sani (quartiere Navile), queste costituiscono un patrimonio non indifferente per le casse comunali, si vociferano 7 milioni e mezzo. Si tratta, in tutto, di 91000 mq edificabili, alla mercé di piani edilizi, appunto, che prevedono la costruzione di alberghi, appartamenti e parcheggi.

La Cassa Depositi e Prestiti, una società ad azioni per l’83% controllata dal Ministero dell’Economia e della Finanza e il restante 17% da alcune fondazioni bancarie, acquista lo stabile di via Orfeo nel 2013, a fine anno, nonostante sia già occupato da novembre 2012, e successivamente preme sulla Procura perché le venga restituita in virtù di legittima proprietaria.

Dal 2007, però, l’ex caserma era nelle mani del Demanio insieme ad altri beni da dismettere per un valore complessivo di 2 miliardi di euro. In piena crisi economica, compito del Demanio secondo il governo Renzi è quello di preparare questi beni alla vendita e ricavarne la cifra sovrascritta per rinsavire le casse statali. Si susseguono una serie di aste fallimentari che nel frattempo vedono calare vertiginosamente il valore dei beni stessi.

Perciò le tre ex caserme bolognesi vengono acquistate per 50 milioni di euro (il valore di partenza solo dell’ex caserma Sani era di 42 milioni) dalla Cassa Depositi e Prestiti, cioè dallo Stato.

Perché?

Perché non cambiare il corso della storia legittimando un’occupazione che si rivolge a più strati della popolazione, che svolge un ruolo sociale di grande portata?

Il dibattito si concentra sulla questione dell’azione abusiva del centro sociale, ma qualcosa poteva essere fatto?

A tal proposito ho cercato spiegazioni sul web ed ho trovato interessanti interpretazioni della pratica dell’usucapione, un modo per diventare proprietari effettivi di un bene senza bisogno di un contratto e, addirittura, di accordi con il proprietario legittimo, purchè il possesso sia pacifico, in pubblico e continuo.

Purtroppo, spulciando tra le diverse pagine di diritto privato, ho scoperto una grossa falla: i beni demaniali, di proprietà dello Stato o di enti minori, come il comune, non possono essere usucapiti.

Il bene abbandonato dovrebbe essere comunque acquistato (la “miglioria” è l’abolizione di contratti e passaggi di proprietà da registrare presso gli uffici pubblici) e i termini dell’usucapito decorrono in base ad alcune clausole in cui l’occupazione, ad ogni modo, non rientra.

Perché, dunque, nel primo anno di occupazione 2012-13, prima dell’arrivo di CDP, quando l’ex caserma Masini era ancora proprietà del Comune di Bologna, Il Sindaco Merola, agli albori del primo mandato, non ha mosso un dito perché il Centro Sociale avesse i riconoscimenti che merita tutt’ora?

Cito un piccolo pezzo del piano elettorale del Sindaco Merola durante il primo mandato:

Nei progetti che si occupano della manutenzione e della cura della città, massima priorità dovrà essere data allo stabilire connessioni tra le diverse parti, ad evitare fratture e discontinuità nel tessuto civico e urbano, a creare le migliori condizioni di vivibilità e convivenza urbana, a garantire l’accessibilità per tutti. Servono soluzioni innovative e integrate dello spazio pubblico come luogo della convivenza fra le differenti popolazioni e generazioni che abitano Bologna.

Alla luce dei fatti, quindi, il post del primo cittadino sul suo profilo facebook può essere tradotto come un tentativo di recupero nei confronti dell’elettorato che ha spinto tra le braccia della Borgonzoni, il bel viso della Lega bolognese, durante le comunali di giugno 2016. Un PD, dunque, che vuole mantenere il controllo. Cosa ci rimane adesso? Una Bologna che ha tradito storia e tradizioni secolari. Una realtà contraddittoria che sgombera crudelmente e che parla di realtà emarginate e sfortunate.

Il ritorno

Quando il declino di Làbas sembrava ormai arrivato all’uscio, è comparsa una papabile soluzione che mi lascia decisamente perplessa.

Dopo le mancate trattative tra Làbas e CDP lo scorso anno, al centro sociale potrebbe essere data in gestione una porzione della “cittadella fantasma” sui viali bolognesi, l’ex area militare Staveco. Si tratta comunque di un’ex caserma, di proprietà del demanio comunale.

Pare che tra un anno i ragazzi possano entrarvi. Come e dove i ragazzi porteranno avanti i loro progetti in questo anno di attesa? Ma, del resto, cosa sarà mai un anno in confronto alla decina di false promesse in merito a quello spazio? Ricordo il rettore Ubertini, all’ultimo comizio del CER (comitato elezioni rettore) un paio di anni fa, promettere a gran voce sedi universitarie, alloggi per studenti, mense e quant’altro proprio in quell’area. Dopo anni, in quel luogo tetro e abbandonato, non si è mossa nemmeno una foglia. Rimangono accatastate pile di progetti mai realizzati, con una spolverata di sfiducia qua e là. Molte poche anche le spiegazioni, ci accontentiamo di un “è complicato”, come un pettegolezzo di cronaca rosa.

È chiaro che Làbas non è un’area dismessa e fantasma, un luogo abbandonato e sporco. Làbas è l’anima delle persone che lo vivono ogni giorno, che contribuiscono a colorare giornate grigie con la speranza di una società più equa e funzionale.

Dopo il successo di una prima assemblea pubblica in Piazza Maggiore qualche giorno dopo lo sgombero, il Centro Sociale continua a vivere nella piazza del Baraccano, vicino all’ex Caserma. Continuano i progetti Campi Aperti, LàBimbi, la birreria artigianale. E ancora dibattito, condivisione, confronto, uguaglianza.

Non sono una zecca comunista o qualsivoglia reincarnazione di femministe storiche. Sono una studentessa che conosce Bologna come una città aperta, che ti fa assaporare la libertà di espressione e ti forma uno spirito critico, alla portata di tutti. Una città che non conosce barriere sociali, che tratta il suo velo multietnico come un impagabile vanto. Oggi, invece, vedo una città ridotta all’osso ma circondata ancora da cani affamati, vedo la bellezza che si nasconde e si disintegra dietro scene di violenza, razzismo e ingiustizia.

Rivoglio la Bologna che ho conosciuto, per cui non ho mai desiderato essere altrove. Per questo, ma per tanto altro, il 9 settembre ci sarò. Spegnerò le candeline tra le prime file che porteranno il messaggio più importante: #RiapriamoLàbas.

Eugenia Liberato

Eugenia Liberato

Fuorisede di origini abruzzesi, vivo e studio a Bologna presso la facoltà di Lettere e Beni culturali. I miei interessi, per (s)fortuna, sono molti e molto diversi tra loro: la convivenza, infatti, è sempre sull’orlo della crisi. BBU è la mia passione, è il contenitore dei miei capricci e dei miei doveri. Recensisco film per passione, perchè oltre quella non ho altro. La cronaca sociale è il mio secondo ambito di interesse, ma ci sto lavorando.

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Una risposta

  1. Mattia ha detto:

    Rimango molto perplesso davanti a questa vicenda. Di chiaro c’è la risposta di Merola, che ovviamente cerca di salvare la faccia, e che se quella caserma era occupata c’è poco da lamentarsi. Il problema è che anche sentendo dire un gran bene di questa iniziativa (di cui prima non sapevo nulla) mi riesce veramente difficile separarla dalle devastanti occupazioni del CUA nella zona universitaria di via Zamboni, di cui invece ho esperienza diretta.
    Troppo spesso ho l’impressione che si invochino confronto e socialità come scuse per trattare la legge come una linea guida che si può ignorare. E non posso fare a meno di pensare che in Italia ancora per un po’ siamo molto lassisti – verso tutti – nel far rispettare le regole, il che stride con il vittimismo di tutte queste iniziative sociali (che di fatto hanno beneficiato di uno stabile gratuitamente per anni).

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