Int’al Pradel – le storie del Pratello di Odette Righi Boi

Alcuni giorni fa, passeggiando tra le bancarelle di libri usati alla festa dell’Unità del Parco Nord, accanto a una notevole “Storia dei corsi d’acqua bolognesi” e alcuni libri generici di storia cittadina, un titolo ha attirato la mia attenzione: “Il Pratello“, autrice Odette Righi Boi. Non lo sapevo, ma per caso avevo comprato quello che probabilmente, insieme a “La notte del Pratello” di Emidio Clementi, è il miglior libro mai stato scritto sul Pratello. La Boi vi è nata e ha trascorso l’infanzia sino alla prima giovinezza; tutte le situazioni e i personaggi descritti sono frutto dell’esperienza quotidiana (diretta o di conoscenti e familiari) nel quartiere, durante un lasso di tempo che va grosso modo dal 1920 al 1950. Personaggi e situazioni che però non sono funzionali a nulla, non si inseriscono all’interno di alcuna storia, se non quella generale della Storia e della vita. Più che personaggi, persone, ognuno col suo vissuto particolare. Il libro è una raccolta di ritratti e cronache di episodi di vita e vicissitudini degli abitanti del quartiere, la cui lettura ricorda per affinità nell’impianto e nell’approccio narrativo “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao. Anche se il Pratello non è ventre, ma arteria femorale atipica e periferica, vitale per la circolazione sanguigna della città.

Bologna, via del Pratello. Anni Cinquanta-Sessanta (photo credit: Fondo Brighenti, collezioni Genus Bononie).

Sotto i portici reumatici della via si incrociano le vite di una varia porzione di umanità:

C’è Anzlàtt, il vecchio garibaldino senza gambe che se n’è fatta tagliare una senza anestesia e vive di elemosine passando il suo tempo a raccontare ai bambini la Battaglia della Montagnola o il suo incontro con Garibaldi; c’è la Nocca, che lavora quindici ore al giorno all’Arsenale (la Staveco N.d.A.) e viene licenziata per uno sciopero; ci sono l’Ida, la Fernanda, la Rubéina e L’Ersilia, le lavandaie di via Riva Reno che lavano i panni in botti fissate sulle gradonate e d’inverno si spaccano le mani nell’acqua gelida; c’è il sacerdote di San Rocco che viene deportato a Mauthausen; riesce a tornare ma muore poco dopo nel tormento, c’è Gubellini; che parte cantando nelle osterie e finisce a sostituire Enrico Caruso nella sua tourné in America; c’è la Lorenzina che vende giornali e viene schiaffeggiata dai fascisti perché non ha L’Assalto; c’è il Passatore, che vive nelle fogne e salva Gino da una retata fascista nascondendolo nelle gallerie; ci sono i due innamorati che vanno in viaggio di nozze a Casalecchio col vaporino da via Frassinago; c’è l’Anna, che si fa cavare un dente sano senza anestesia e senza una smorfia per convincere suo figlio ad andare dal dentista; c’è Suor Maria Assunta, che cura i poveri mutilati storpi sorociecomuti del Gabon con il tuo 8×1000 alla chiesa Cattolica…ok scusate basta.

Ci sono tutti questi e molti, molti altri, tutti all’nterno della cornice urbana del Pratello. Anticamente, nel XII sec., Borgo del Peradello, (probabilmente da pirus, pero. Altri etimi di ispirazione vegetale sono Nosadella e Frassinago, per la presenza di noci e frassini), abitato da soldati, prostitute e servi della gleba liberati nel 1257 con l’approvazione del Codice Liber Paradisus. Luogo di “vasti prati incolti, cunette di terra sovrastanti buche colme di acqua sporca e fanghiglia. Baracche di legno e casette […].” Con l’arrivo dei liberti, “gli sradicati” che rimpiazzeranno i soldati, il quartiere si ripopola e assume il carattere che manterrà per secoli, quasi invariato, fino alla seconda guerra mondiale. Sorgono nuove casette e i prati sono coltivati a orti. Una plebe di lavoranti, piccoli artigiani, prostitute e malavita spicciola affolla le strade. Arrivano anche i nobili, spesso forestieri, che edificano i propri palazzi vicino alle stalle, ai fortini, ai mulini di loro proprietà.

Dal 1920 al 1945, semplicemente, il Pratello, quartiere di “infime contrade” e “cortili grigi“, strade interne, passaggi nascosti e tuguri senza luce, acqua corrente e riscaldamento, Quartiere di morti ammazzati, icone, santini e Madonne agli angoli delle strade. “Tana di malattie” dove d’inverno si cammina a piedi semiscalzi nel fango gelato e d’estate “il caldo torrido ottunde la mente“, abitato da “mai suda“, “grattoni” e “manutengoli“. Si mangiano anche i gatti. Quando non si lavora (assieme a chi non lavora mai), ci si ritrova nelle numerosissime osterie per stare in compagnia, ballare e cantare accompagnati dai tanti suonatori ambulanti. Nei retrobottega si gioca a bocce o si tira di boxe, il nuovo sport che impazza tra i giovani.

Sarebbe facile, a questo punto, pensare al Pratello come ad una specie di corte dei miracoli, un quartiere abitato solo da ladri, puttane, ubriaconi, storpi e truffatori, ma sarebbe ingiusto, perché se il Pratello questo lo fu sicuramente, non fu solamente questo:

Vi erano anche gelatai, venditori di bigné, poeti autodidatti. Per la processione di S.Isaia il quartiere si addobbava a festa con fiori e “zendaline”, e dalle finestre pendevano lenzuoli di sfoglia fin quasi a toccare la strada. I bambini giocavano sotto i portici e si cantavano serenate e stornelli d’amore come questi:

In via del Pratello è nato un fiore:
è nata la rosina per fare l’amore.
in via del Pratello c’è una fontana
chi beve di quell’acqua si innamora:
io che ne ho bevuto un bicchierino
mi sono innamorata del biondino.

 

Nella miseria più nera, nell’indigenza più totale, gli abitanti del Pratello trovarono la forza di non cadere nell’egoismo (e nei vantaggi che avrebbe portato aderire al fascismo) aiutandosi reciprocamente e, primo quartiere di Bologna, di opporsi alla dittatura fascista. In questo quartiere “è nata la ribellione, la coscienza proletaria, l’antifascismo, la Resistenza, e non era scontato, perché non è detto che dalla povertà germogli spontaneamente la solidarietà, anzi. Germoglia solo dove c’è una comunità vitale, e questa al Pratello c’è da otto secoli. Così, rendiamo omaggio a ciò che è stato il Pratello ubriacandoci sotto i suoi portici, ma ricordiamoci sempre che:

La via è tortuosa, il tempo lungo. I padri del Pratello ci hanno indicato strade anche differenti, ma hanno lasciato un impegno che pesa sulle spalle di tutti, l’impegno di andare avanti

 

 

 

 

 

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