Bologna e i graffiti, analisi di un conflitto

A Bologna, in particolare negli ultimi cinque-sette anni, i graffiti sono diventati uno degli elementi visivi più caratterizzanti della città. In qualsiasi parte della città ci si trovi, escludendo Piazza Maggiore e le vie interne di alcuni quartieri, è letteralmente impossibile non vederne almeno uno. Possiamo dividerli grossomodo in due categorie. Non tratteremo in questa sede degli adesivi (i patachini), dei manifesti e delle opere cartacee adesive.

Prima categoria: le scritte. Rientrano in questo gruppo tutti i testi di qualsivoglia lunghezza: lettere, parole singole, frasi, componimenti in prosa o in versi. I testi si dividono a loro volta in tre sotto categorie: tag, a tema politico, a tema libero.

  • Le tag costituiscono il gruppo numericamente maggiore di questa categoria: sono firme di writer singoli o di crew. La lunghezza varia, mediamente da tre a cinque lettere. Ogni writer o crew elabora personalmente la firma, in modo che sia riconoscibile e che nel tracciarla occorra compiere un determinato gesto. La tag servono a marcare il territorio, a proclamare la propria esistenza al mondo e ai “rivali”, ma trovano giustificazione anche come mero atto creativo dettato solo dal gusto dell’autore, o dal bisogno di affermarsi compiendo un atto che sfidi l’autorità, o ciò che venga percepito come tale. Di tutte le scritte, questa è sicuramente la meno interattiva, perché il significato delle tag è autoreferenziale, valido solo per l’autore e i soggetti a cui è specificatamente indirizzato, cioè gli altri writer e crew. Per un passante, una tag su un muro non ha significato, è solo uno scarabocchio, per l’autore è un simbolo della sua identità. La ripetizione ossessiva e agglutinante delle tag sulle porzioni pubbliche di beni privati (i muri delle case) del contesto urbano denota una costante ansia di prestazione creativa ed è un atto di prevaricazione sugli altri, o meglio sulle loro estensioni affettive (i muri delle case) e imposizione di sé stessi nello spazio condiviso. Si viene così a creare una conflittualità emotiva tra fruitori passivi e coatti del segno (tutti noi) e l’autore, che è incapace di percepire la qualità intrinseca delle superfici che altera. Per un writer un muro di una casa, ma anche un murales, un altro graffito, sono solo supporti per lasciare un segno del suo passaggio. Così facendo il writer impone la sua visione del mondo semplificata e egoistica sul prossimo e, cosa fondamentale, snatura anche il suo medesimo segno, perché la sua qualità confligge quasi sempre con quella del supporto. Perché una tag su un pilone di cemento non ci crea disturbo? Perché lo percepiamo quasi come la sua collocazione naturale? Perché non confligge. Il pilone, a meno che non sia portatore di una singolarità stilistica o estetica, esaurisce la sua qualità sostenendo il ponte. Quindi, come in una specie di simbiosi, può sopportare, o addirittura supportare la qualità della tag, che può quindi esprimersi a pieno. In cosa differiscono i muri delle case dal pilone di un viadotto? Nel fatto che i muri delle case oltre a essere eretti con un criterio funzionale (sostenere le case) rispondono anche a criteri cromatici (l’intonaco) e affettivi, perché ci viviamo dentro.

Graffiti sulla porta di un garage in centro

  • Le scritte a tema libero spaziano dalle poesie, alle citazioni (rivisitate o no), alle dichiarazioni, non per forza d’amore. Spesso sono giocose, di stampo dada. In questo gruppo rientrano anche i disegni stilizzati. In questo caso le scritte oltre al puro segno veicolano un messaggio, che a volte può avere un destinatario teorico (l’amante, i politici, la squadra di calcio), ma risulta per la sua collocazione rivolto a tutti. Molto ricco il filone “ignorante” in cui dominano i calchi delle formule “bomberiste” ricorrenti su internet. Per chi avesse bisogno di un esempio basta uno sguardo alla pagina facebook “Scritte ignoranti a Bologna“.

scritta a tema libero nel ghetto ebraico

  • Le scritte a tema politico sono vergate nella maggioranza dei casi da appartenenti ai centri sociali (ma ci sono anche i fascisti), il C.U.A. su tutti. In questo gruppo rientrano anche i simboli che spesso accompagnano le scritte. Un esempio molto diffuso è la scritta “(inserire nome a scelta) libero!” accompagnata dalla “a” anarchica. Ciò che è interessante è il corto circuito degli autori tra idea di bene pubblico e privato. Essi hanno una falsa concezione di bene pubblico. Per essi pubblico significa automaticamente di tutti, nel senso che tutti (loro) sono autorizzati ad usarlo per i propri scopi privati. Ad esempio, i muri vengono usati come una bacheca, tanto che sul muro di Palazzo Paleotti è scritto a bomboletta “bacheca”. Se i destinatari delle scritte a tema libero siamo indirettamente tutti, con le scritte a tema politico il destinatario è sempre il passante qualsiasi, ma questa volta l’autore cerca il nostro sguardo, si rivolge attivamente a noi, perché la scritta in quanto politica è rivolta alle masse, non solo ai singoli che le costituiscono. Un altro aspetto fondamentale da considerare è che l’iterazione di queste scritte ne svilisce la potenza. Una scritta rivoluzionaria ha senso in un contesto (che può essere anche una micro situazione) rivoluzionario, altrimenti diventa slogan, diventa pubblicità. Per quanto riguarda la qualità delle scritte a tema libero e politico, vale quanto già affermato per le tag.

scritta a tema politico

Un argomento ricorrente a favore di tag e scritte, letto in molti commenti su facebook, sarebbe quello storico, secondo il quale basandosi sull’analogia dei graffiti dell’antica Roma, i graffiti non potrebbero essere cancellati perché hanno valore documentario. Innanzitutto, occorre precisare che nell’antica Roma i graffiti erano vietati ed erano previste pene molto severe per chi fosse sorpreso a istoriare un tempio o un palazzo pubblico. Secondo, è vero che hanno valore documentario (valore che però si perde nel sovraccarico visivo prodotto, il 99% dei graffiti non ha nessuna connessione con gli avvenimenti della nostra epoca, sono stati di facebook riportati su un muro, che non documentano nulla all’infuori di loro stessi), ma lo hanno perché tutto ha valore documentario. Una buca per strada ha valore documentario, ma non per questo non dobbiamo riempirla. L’argomento non tiene, perché se scrivere su un muro ha valore documentario, lo ha anche cancellare la scritta o non scrivere.

Seconda categoria: opere di street art e writing. Per chi desiderasse un elenco quanto più possibile esaustivo delle opere è possibile  consultare la mappa delle opere qui. Da anni Bologna è ormai uno dei centri europei della street art, anche grazie a progetti svolti in collaborazione col comune come ad esempio il progetto Frontier. Ricordiamo alcuni nomi di artisti che hanno lasciato traccia del proprio lavoro a Bologna: Blu, Phase II, Dado, Alic’è, Luca Barcellona, Hitnes, Lokiss & Rae Martin, Deco, Honet, Carlos Atoche, Daim, Collettivo FX. Rispetto alle tag e alle scritte politiche e a tema libero, nonostante alcuni punti in comune, queste opere si collocano su un piano diverso. Il discorso sulla qualità è il medesimo, ma la differenza sostanziale è che queste opere sono molto più interattive, sono fatte per essere fruite e se certamente rappresentano lo sguardo personale dell’artista sul mondo, non sono create in seguito a una pulsione egoistica e impositiva, bensì propositiva. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di opere che rispettano le qualità delle superfici che le ospitano, perché possiedono una grammatica propria che non trova la sua essenza nel conflitto, bensì nell’affiancamento o nell’arricchimento, nel dialogo col contesto urbano.

murales di Pazo alla stazione di Borgo Panigale

Sono opere per, non contro. Certamente, vi sono luoghi con qualità così specifiche e stratificate che non possono essere alterati da nessun intervento, nemmeno se questo intervento è un’opera per con una qualità propria. Per quanto Blu sia bravo, se facesse un murale sulla facciata di San Pietro ciò sarebbe inaccettabile. Attenzione: non stiamo parlando di censura. I graffiti vengano scritti su un foglio oppure fotografati e pubblicati in un libro (è stato fatto, vedi Rimasugli di Leonardo Vicari) e nessuno penserebbe a censurarlo. Anzi, la presenza di un certo numero non eccessivo di scritte può essere anche positiva, perché costituisce un gesto di rottura che denota vitalità. Il problema nasce quando le scritte invadono costantemente il campo visivo del passante e diventano una patina che ricopre tutto l’esistente.

Si tratta qui di capire che ogni espressione personale ha il suo tempo e il suo luogo, e non già per l’esercizio di una indefinita autorità regolatrice, bensì perché ogni espressione personale è tempo e luogo dove essa si esprime al meglio, e si esprime al meglio nel confronto, che contiene ma non è il conflitto. La ricerca incessante del nostro tempo e luogo e la loro armonizzazione coi tempi e coi luoghi degli altri, privati o condivisi, costituisce un esercizio di libertà. Purtroppo sembra che oggi la libertà viaggi disgiunta dalla responsabilità delle proprie azioni, e che anzi libertà sia negare quella altrui, che sia evadere le tasse o un segno su un muro.

Del resto, è il segno dei tempi.

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