ricordo del concerto. photo credit: Dipintiinmovimento

Se non sei mai stato alla Vereda, non hai mai vissuto Bologna.

Quella sera di novembre ero solo. Non avevo trovato nessuno che potesse accompagnarmi e per la mia ragazza era un pustàz. Dalla gente accalcata in via Dei Poeti il locale doveva essere pieno. Scostai la pesante tenda di tessuto verdone che fungeva da porta e mi investi una nuvola di fumo. Entrai e fu come entrare in un ventre materno, sul tredici delle sette e venti, o in una nuvola gravida di pioggia. Un tepore di gregge mi avvolse e cominciarono a formicolarmi le dita intirizzite. L’aria era densa, della consistenza di un risotto, satura di fiati maltati, odore di sudore e di ganja.  Fendendo cappotti e capelli di ragazza mi diressi verso il bancone: una sambuca, due sambuche, tre sambuche. Non pagai o non pagai il dovuto, non ricordo. Il sapore dolciastro dell’anice mi impastò la bocca e cominciò a sciogliermi il sorriso. Le luci del palco si riverberavano tenui sulle pareti, sulle locandine, le foto, i disegni e le bandiere palestinesi, di Zapata, Che Guevara e dei quattro mori, lasciando la stanza in una penombra bolognese, azzurrognola e rossa. Dal brusio della folla emergeva ogni tanto qualche risata, qualche bestemmia. Appoggiati su spalle di sconosciuti si materializzavano volti splendenti di ragazze.

 

stacco (assenza di ricordi)

 

Iniziò (o riprese) il concerto. Sul palco Paradoz e los Mojitos. Il sassofonista aveva un vestito molto appariscente, forse una camicia hawaiana. Paradoz sfoggiava una bella barba folta. Non erano gli Skiantos ma per far balotta andava bene lo stesso. Partì “Bologna“. Ragionevolmente, si era tutti ubriachi. Al ritornello la folla cominciò a ondeggiare e cantare. Qualcuno urlava, altri fischiavano. Suppongo che a “cinni” e “vez” tutti si sia sentito un misto di commozione e orgoglio, anche i fuorisede e gli stranieri.

 

stacco (due ore dopo)

 

Dopo Paradoz altri avevano suonato. O forse no. Io ricordo solo l’esplosione vocale deflagrante di un ragazzo con la testa rasata e una voce roca e profonda che all’improvvisò impugnò il microfono e cominciò a ruggire dalle caverne della gola un torrente di parole a metà tra Elvis e gli Sham 69. La sua gola vibrava visibilmente. Intorno la gente beveva e ballava, mi sembrava libera e felice. Tore salì sul palco evidentemente ubriaco, ma con una sua nobile compostezza, e fece un discorso di cui non ho memoria, lo ascoltammo in silenzio, come un presepio civile. Da lì a poco sarebbe tornato alla sua Sardegna.

Capì che La Vereda non era un locale come gli altri quando entrai un pomeriggio e trovai quattro persone che giocavano a strip poker (ricordo di un pizzo azzurro su carnagione pallida) e un musicista in un angolo con la chitarra.

La contestazione, i musicisti, i poeti, l’Irlanda, il Sudamerica rivoluzionario e poi noi. Tutto finiva quella notte. Dal giorno dopo avrei trovato solo una serranda abbassata.

Delle mie visite alla Vereda, a parte l’ultima, ricordo poco o nulla. Per questo era un posto speciale.

 

 

 

1 commento

  1. la frequentavo spesso alla fine degli anni ’80, ricordo la gestione di un gruppo di ragazzi sardi che la rilevarono dopo un’esperienza al mitico Pierino all’angolo di via Belle Arti… aria frikkettona ma non punkabbestia

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