Vincent Van Gogh a Bologna. La lettera al fratello Theo

Caro Theo,

ti scrivo in piena notte.
L’unico momento in cui il flusso del mio caos interiore cessa e diventa ordine è proprio quando la luce scompare lasciando spazio alle tenebre che si amalgamano in un unico mantello.
Nero come la pece, oscuro come i demoni dell’Inferno.

Non ho con me alcun cavalletto, né colori o grafite, solo i sensi e la curiosità.
Siamo da pochi giorni a Bologna, in Italia. Questa città è l’ultima tappa del viaggio insieme all’amico Paul Gauguin, con cui sto condividendo molte profonde esperienze.
È un’adrenalina continua, incredibile, catartica. La sua presenza non fa che dare linfa a un meccanismo vivo di discussioni elettrizzanti sull’arte e sulla vita. Mi ascolta, mi comprende, mi parla, a volte credo davvero mi conosca meglio di me stesso. Forse è solo perché vivo e soffro allo stesso tempo di emozioni fortissime. Ipersensibilità, non saprei.


Siamo partiti insieme dalla Provenza, il Sole ci ha sorriso per tutto il tempo, abbiamo girovagato per alcune città del Nord dell’Italia e siamo finiti qui, in un mite ottobre, nella città dai mille portici. È tutto una curva dietro l’altra, linee che si innalzano per poi riscendere sui capitelli, diversi tra loro, disegnando e dando spazio ad altre linee simili a mezz’aria, in un ordine segreto e intimo.
Anche i colli che circondano la città creano un paesaggio incredibilmente pittoresco, tanto che vien subito voglia di catturare tutte le sfumature del verde e del cielo.
Tutto qui conserva il mistero e la magnificenza dell’arte medievale. Una città a misura d’uomo con una gioventù brulicante per le strade, vi si respira un’aria particolare, gioviale, satura di vita.
A vederla, a viverla, quasi dimentico tutti i malesseri che mi attanagliano.

Oggi, nel pomeriggio tardo, abbiamo approfittato dei tiepidi dardi dorati del sole e abbiamo fatto una lunga passeggiata per il centro storico. Il sole stava diventando sempre più assente.
Stavamo ritornando sui nostri passi, verso casa, quando lo sguardo si è poggiato su una vecchia chiesa ora sconsacrata dedicata a San Mattia, una splendida costruzione del Cinquecento.

Siamo entrati. E lì, una sorpresa che mi ha riempito l’anima di gioia. La mia arte e la sua eco.

Qualcuno aveva allestito qualcosa sulla mia vita attraverso le mie opere, in una sorta di racconto per immagini in movimento. Un tuffo all’indietro in tutto ciò che sono stato e che ho creato.
Io e Paul siamo entrati e ci siamo sdraiati su alcuni cuscini, nell’abside, sul punto che doveva essere il posto dell’altare. Ed ecco il mio abbandono all’immaginazione, alla fantasia, completamente rapito e sconnesso dalla realtà. Rivedevo quelle scene come se le immagini che danzavano apparendo e scomparendo intorno a me fossero state fatte da un’altra mano e da un’altra anima.

Mi seducevano e mi costringevano a seguirle. Le rivivevo appieno.
Ero insieme ai poveri e ai contadini delle campagne del Nord, vivevo nei loro panni e mi coprivo con i loro stracci, anime di santi del Paradiso nel posto sbagliato. La nostra gente, il nostro popolo, che è sempre stata la mia musa. Vivevo con i matti, miei fratelli e fragili figli dell’Umanità, anime sublimi verso le quali provo una solidarietà smisurata.
Sai, dopotutto, la follia è una malattia simile alle altre sue sorelle, anch’esse compagne di vita di altri uomini come me e te.

In quel posto era tutta la mia arte e la sua essenza. Tutto parlava di me.
L’arte è il mio modo di sentire l’infinito, e finalmente c’ero dentro. Viaggiavo su quelle tele, in quelle proiezioni, nei cafè di Arles e per le strade di Anversa, in mezzo ai verdi paesaggi del Belgio e dell’Olanda e nell’oceano delle luci di Parigi, volavo insieme ai corvi sui campi di grano, per poi immergermi nell’oro dei girasoli e nel blu dei cieli stellati, in uno slancio di religioso rispetto verso ciò che circonda l’uomo. Esistevo di nuovo.
Quello è stato il frutto del lavoro per raggiungere la beatitudine e la felicità, e con esse provavo l’ebbrezza di vivere una seconda vita. Potente, impetuosa, travolgente.
Una felicità vera, sconosciuta e mai pienamente abbracciata.


So cosa penserai quando leggerai queste ultime righe, ma quel gesto era fuori dal mio controllo.
Il colpo di rivoltella in quel campo di girasoli è stato il mio unico, grande sbaglio. Devi credermi.

Ti prego di perdonare il mio essere stato un uomo troppo debole in quell’istante.
Nonostante la mia malattia di cui sono eternamente prigioniero, io amo la vita più di qualunque altra cosa mi sia capitata.

Lo reputo il dono più grande che Dio abbia concesso a un’umile anima di pittore quale sono.
L’esperienza che ti ho appena raccontato mi sia eterna testimone.

 

 

Spero di rivederti presto, mio più grande amico.

 

Il tuo affezionato fratello

Vincent

 

 

 

 

 

 

PH: Juan Pérez

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

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