All’incrocio tra via dei Mille e via dell’Indipendenza spesso Amelia ci trova un uomo sulla cinquantina con la mano tesa a chiedere qualche soldo, due cagnolini della stessa razza e un coniglio bianco. Amelia non ha tanti soldi nel suo portafoglio a forma di gatto – se ne dovrebbe comprare uno serio prima o poi, uno da adulti – è una studentessa fuori sede, ma la lascia sempre volentieri qualche monetina a costo di qualche sigaretta in meno. L’altra sera tirava un po’ di vento e il pelo del coniglio si alzava e ad Amelia si è stretto il cuore, stava per piangere per quel coniglio, è sovraesposta alle emozioni. Lascia i soliti centesimi che trova sparsi nelle tasche di quel giubbotto viola da 3 euro, ha gli occhi lucidi, annacquati, vede sfocato. Apre chiude. Apre chiude. Carlo. Carlo non lo vedeva da un po’. Carlo ha un gran sorriso, di quelli che ti mettono agitazione e non sai più dove guardare. Ha quel gran sorriso perchè Amelia non è cambiata, è sempre la stessa ragazzina fragile e sognatrice, anche se coi capelli corti sembra meno una quindicenne. Amelia ogni tanto s’immaginava questo incontro, lo immaginava sempre con un po’ di paura che le cingeva il cuore. Invece è leggera, leggera come il pelo del coniglio alzato dal vento, e quando capisce dove guardare ricambia il sorriso e le viene in mente il finale di quel film per cui ha pianto in silenzio: “qualsiasi cosa tu sia diventata e ovunque tu ti trovi nel mondo, ti mando il mio amore. Sarai mia amica per sempre. Con affetto, Theodore”.

Con affetto,

Amelia

L’incontro tra Amelia e Carlo non è uno di quegli incontri che racconteresti ai tuoi figli, non è mai avvenuto un primo vero incontro. Sono stati qualcosa in mezzo tra amici di penna e qualcos’altro che non sai dire per qualche anno indefinito, come indefinito è il loro legame.
Le ore sono passate chine sullo schermo di un cellulare che sembrava sempre più piccolo e i chilometri sempre più lunghi e gli occhi sempre più stanchi, più stanchi di non vedere un viso e una bocca che parlava.
Senza saperlo – ossimoro – sono stati vicini lontani.
Carlo c’era quando in quinta liceo Amelia dormiva tutto il giorno e il dottore le aveva detto che era depressa e sua madre non sapeva affrontarlo, allora le dava la pappa reale, quella che si dà ai bambini.
Carlo c’era in tutte le parole che Amelia riservava al mondo, era la sua musa, le dava la spinta per scrivere, come il mare ti dà la spinta per pensare. Si era anche convinta a scrivere un libro, perchè “io lo leggerei” le diceva lui.
C’era a capodanno, allo scoccare della mezzanotte, aggrappati al cellulare a farsi gli auguri e a parlare di cazzate come solo da ubriachi a capodanno si può parlare.
C’era quando si perdeva per Bologna e lei le diceva di andare a sinistra, sempre a sinistra, e lui ritrovava la strada per tornare a casa.

Amelia fa le valigie e prende una casetta umida ma bella a Bologna. Carlo non c’è più.
Forse non c’è mai stato, si dice un giorno a voce alta davanti allo specchio in bagno. Forse era un’idea, una bella idea. Forse va bene così. Carlo rimane celato nei suoi ricordi e inciampa tra le parole che Amelia mette nero su bianco. Carlo è il protagonista del suo libro. Forse così ne parlerà ai suoi figli, come di un ragazzo di cui ha letto in un libro del quale non si ricorda il titolo.

“Sarai mio amico per sempre.

Con affetto,

Amelia”

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