Dovresti pensare alla rivoluzione in ogni momento della tua giornata. Dovresti ancora voler cambiare il mondo. Quanto più ti abbattono, tanto più dovresti fortificarti; quanto più ti ignorano, tanto più dovresti alzare la voce. Questa è la premessa per ottenere diritto di lamentela, l’alternativa è il silenzio assenso.

Così dicono.

– A che pensi?

Mi guarda distrattamente mentre chiude una sigaretta, spostando una ciocca di capelli davanti agli occhi. La osservo, sdraiato tra le pieghe del lenzuolo e penso che non so a cosa sto pensando. Questo fatto è proprio strano, penso, mentre cerco di capire a cosa stia pensando.

– A niente.

Rispondo con il metodo standard di quando mi si inceppa il cervello.

– Mi dai un bacio?

Mi suggerisce quella che, a tutti gli effetti, mi sembra la cosa più intelligente da fare. Continuo a guardarla, mentre la televisione chiacchiera di militari italiani in giro per il mondo e conflitti e politica e indiscrezioni e, in buona sostanza, sticazzi.

In questi casi, però, mi vergogno di dire sticazzi.

Cioè, stiamo pur sempre parlando di problemi, di decisioni da prendere, scenari che potrebbero cambiare radicalmente le nostre giornate. Se si affina l’udito, si possono sentire le inferenze logiche di alcuni al variare di valori di una grande equazione che chiamerò “la cosa giusta da fare”. Ad esempio: l’immigrazione senza controllo ha fatto aumentare la micro-criminalità. Se lo chiedi in giro, ne trovi a decine di convinti. Forse dovrei smettere anche io di fare il “buonista” e cominciare ad incazzarmi all’impazzata contro tutti e nessuno, escludendo la complessità propria di ogni dinamica relazionale e logica del duemilasedici. Sarebbe un modo originale di mettere alla prova la mia capacità di giudizio a priori. Poi dicono che faccia bene al fegato.

Se lei mi domandasse nuovamente a cosa stia pensando in questo momento, glielo direi “Sto pensando che non so davvero cosa pensare del mondo”.

– Cosa significa che non sai cosa pensare del mondo?

A volte capita che parli senza rendermene conto, mi influenzo da solo con le parole e finisce che dico cose di cui mi pento istantaneamente.

– Boh, voglio dire… Vedi anche tu che casino che c’è? Insomma, noi siamo qui, bestemmiamo università, professori, multe sul tram, facciamo l’amore, siamo felici, siamo scazzati. Ma là fuori c’è il delirio.

– Eh, già.

– Non pensi che dovremmo fare qualcosa?

– Non saprei, cosa vorresti fare?

– Forse dovremmo manifestare, dovremmo pretendere chiarezza. Mi guarda dopo aver acceso la sigaretta.

– Lo diceva sempre quello che frequentavo prima di te. Non sono geloso, ma forse sì. – E che diceva, scusa? – Che prima o poi faremo la fine della rana bollita. La conosci?

A me, che trattasse argomenti seri con il tipo prima di me, fa un po’ girare le palle, ma cerco di seguire una buona via zen e mantengo la calma. – Mh, no. Non so che fine fa la rana bollita.

– Non vorrei dirti una cazzata, aspetta. Dice, sbloccando lo schermo del cellulare. Mi piace che cerchi un barlume di fondatezza per le proprie idee. Sticazzi, direte voi. Sticazzi, risponderò io.

– Il principio della rana bollita è utilizzato da Noah Chomsky per descrivere la condizione di quei popoli che accettano passivamente uno stato di cose che preveda la perdita di valori e la vessazione. Così parlò Google.

Non so se concentrarmi sulla rana di Chomsky o sul fatto che questa ragazza frequentava uno che conosceva Chomsky. Mi dico che potrebbe averlo letto ovunque e l’epistemologia insegna che l’acquisizione della conoscenza è cosa controversa. Forse non devo considerarmi troppo stupido, o forse sì. Sticazzi? Sticazzi.

– E quindi che fine fa la rana?

– Qui dice in sostanza che, se la rana viene gettata in acqua bollente, questa non ci sta e con un salto se lev a nanz o’cazz. Ma se la rana viene messa nell’acqua tiepida, e poi si alza lentamente la temperatura, prima che questa se ne accorga, si ritroverà bollita. Non male, mi dico. Se l’ha pensata Chomsky, qualcosa vorrà pur significare. No?

– E tu cosa pensi? Le chiedo, rubandole la sigaretta dalla mano.

– Domani mattina alle cinque devo essere a tirocinio. A questo penso.

– Boia, sembra che la cosa non ti riguardi. Alza il mento con un lieve scatto, facendo schioccare la lingua contro i denti.

– Sinceramente? Penso che non so a cosa pensare, Federì.

Dice così, poi si sdraia, appoggiando il posacenere sulle coperte.

“L’Italia non si tirerà indietro dagli obblighi derivati dai trattati internazionali. Parteciperemo alle attività umanitarie con le regole d’ingaggio più opportune, al fine di portare stabilità in un Paese che, da anni, è tra i nostri principali partner commerciali”.

– Dico, ma li senti come parlano? Io al massimo mi incazzo perché non posso sopportare chi mi vuole vendere un contratto telefonico, o perché non finirò mai la triennale nei tre anni. Cosa posso fare io? Manifestare? Per cosa? Per cambiare? La gente tien li cazz suoij, Federì.

Un primo piano di un militare che guarda verso il deserto mi fa domandare se la sua verità sia più vera della mia. Analogamente, mi chiedo se le cause degli effetti che sono sotto i nostri occhi siano più evidenti a qualcuno che di quegli effetti è responsabile e non dichiara come stiano le cose. Mi domando quindi se esista un modo per verificare, per controllare, per che ne so.

Quasi mi dimentico che sono le tre di notte e non so come ho fatto a farle arrivare, come sempre. Domani devo studiare, ancora. Dopodomani dovrò studiare, ancora. Questo come dato positivo, fondamentale, della mia giornata. Poi gli accessori: la spesa, le bollette, i libri da trovare, le lezioni da frequentare. Poi le questioni interiori e psicologiche: sarò all’altezza? Supererò l’esame al quale mi hanno bocciato malamente? E questa relazione? Durerà? Saprò reggere l’urto della monotonia e delle delusioni giornaliere che, mannaialaputtana, non vedono l’ora di scipparmi il sorriso dalla faccia?

La verità è che non ho idea di cosa sia per me la Libia, né il Parlamento Italiano, se non le volte che infilo questi termini nelle frasi che pronuncio. Quel poco di Storia che ricorderò, sarà un baluardo resistente nella memoria, una volta superato l’esame di contemporanea. Se mai lo supererò. Se mai lo darò. Se mai mi staccherò dalle serie tv.

Troppi “se” e troppo vicini al soggetto che deve procedere a farsi un’idea del mondo.

Spengo la televisione e do un bacio sulla guancia alla persona che ha deciso di starmi accanto anche stanotte e che so essere vera veramente.

Vado a dormire.

Domani è solo un altro sticazzi.

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