Leggi “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry a dieci anni, ma non ti colpisce particolarmente perché non sei ancora abbastanza adulto da comprenderlo appieno.
Ti capita di rileggerlo una decina di anni dopo e t’innamori notando quanta grandezza possa nascondersi dietro alla sua semplicità.
All’uscita del film nelle sale vai al cinema con la consapevolezza che la trasposizione cinematografica non sarà mai all’altezza del libro ma, contrariamente alle aspettative, torni a casa toccato, quasi commosso, stupito come mai prima.
Inizialmente ti senti un po’ melodrammatico, ma il fruscio dei Kleenex percepito a più riprese durante la proiezione ti fa capire che il sentimento è comune e che ebbene sì: è proprio un cartone animato a metterti davanti ai grandi temi della vita ed è l’elementarità con cui lo fa a travolgerti così fortemente. Insomma questo è esattamente ciò che vi succederà se andrete a vedere il nuovo capolavoro (mai termine fu più appropriato) animato firmato Mark Osborne: ne sarete travolti, preparatevi.
Può sembrare bizzarro, ma così è e poi, come insegna il film, “gli adulti sono bizzarri”, quindi può accadere e, difatti, accade.

 

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Tranquilli però, la riflessione e la commozione cedono volentieri il passo anche al riso.
La vicenda del Piccolo Principe viene infatti inserita all’interno di una storia attuale e divertente.

L’aviatore narratore del libro diventa l’anziano e strampalato vicino di casa di Prodigy, giovane protagonista del film: sarà lui a narrarle la storia del piccolo avventuriero dei cieli, a darle un’occasione di svago dalla vita schematica e regolata a cui la madre l’ha abituata, infondendole quegli insegnamenti che i libri non possono trasmettere, che solo la vita può.
Il cartone è focalizzato sul dimenticato, sulla fantasia perduta, sulle scoperte e le gioie dell’infanzia cadute nell’oblio una volta raggiunta un’età più matura.
E il mondo degli adulti ne esce distrutto, a buon diritto criticato e deriso. “I grandi sono buffi”, manca loro la fantasia e accecati dalla bramosia di denaro, dal potere e dalle lusinghe dimenticano ciò che è realmente essenziale, ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Serve l’infanzia per riscoprirlo, servono i suoi pomeriggi improduttivi, servono le risate, i sogni, il poter essere se stessi. “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

 

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Il Piccolo Principe, l’aviatore, Prodigy danno forma alla narrazione, ma sono le emozioni le protagoniste indiscusse della trama: quelle legate all’amore per qualcosa o qualcuno a cui si è dedicato del tempo o al sentimento provato per un caro amico che non si vuole perdere, quelle che si provano quando si è “addomesticati” insomma. “Addomesticare vuol dire creare dei legami” ci dice la Volpe, grande amica e maestra della storia, ma “quando si è addomesticati si corre il rischio di soffrire un po’” prosegue la piccola protagonista nel film, introducendo fra le righe, o in questo caso sarebbe più opportuno dire fra i fotogrammi, uno dei temi più difficili da affrontare, grandi o piccoli che si sia: quello della perdita o, se si vuole, della morte. Per quanto sia difficile lasciare andare le persone che si amano, è importante comprendere che esse vivranno continuamente nei nostri ricordi e in qualche modo saranno sempre una parte di noi. Proprio come, allo stesso modo, l’aviatore lontano dal suo amico Principe, prestando attenzione, potrà ogni qual volta vorrà sentirlo ridere tra le stelle. Ed è con la sua risata che si chiude l’ultima scena del film, a voler ricordare il bambino che, nascosto da qualche parte, ognuno di noi ha dentro e che non deve essere dimenticato, mai.

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