Il santuario del Corpus Domini

IL SANTUARIO DEL CORPUS DOMINI

A Bologna i bolognesi lo chiamano ancora “chiesa della Santa”, come il Nettuno si chiama “al Zìgànt” e il Compianto sul Cristo Morto “le tre Marie”. Passeggiando lungo via D’Azeglio dai viali verso il centro, il santuario si incontra sulla sinistra dopo uno slargo al principio di via Tagliapietre. Se non fosse per lo splendido portale in cotto riccamente decorato, l’edificio, la cui facciata costruita al grezzo non è di particolare impatto, rischierebbe di passare inosservato.

portale in cotto

Il portale di cotto dello Sperandio, smontato e ricomposto dopo i bombardamenti del 1943.

Costruita negli anni 1477-80 dai maestri muratori Nicolò di Marchionne e Francesco Fucci e ingrandita dal Monti nel 1687, la chiesa si caratterizza per i suoi interni secenteschi in netto contrasto con i fianchi e la fronte del ‘400.

Varcata la soglia, appaiono subito evidenti gli ingenti danni provocati dall’ultimo conflitto mondiale. Del grande affresco originale sopra l’entrata rimangono solo i labili tratteggi di una sinopia postuma di inizio ‘900, mentre le decorazioni della volta presentano chiare interruzioni nella parte centrale. Gli affreschi della cupola e delle cappelle minori affacciate sull’unica navata sono spesso ridotti in frammenti, benché generalmente in buono stato di conservazione. Quelli del transetto sono invece andati quasi completamente perduti.

Sebbene martoriato e ferito, in poche altre chiese di Bologna il Seicento mostra con tanto vigore la sua sbrigliata fantasia nelle opere degli artisti che qui lo interpretarono: il Franceschini per i dipinti, le pitture murali delle cappelle e gli affreschi della cupola, il Mazza per i bassorilievi e la statuaria, il Monti per l’eleganza e la grandiosità del rinnovato impianto in stile barocco. Qualità evidenti soprattutto nelle due grandi cappelle laterali del transetto e nell’altare maggiore. Sulla destra, due grandi angeli sostengono una cantoria di marmo policromo bianco e rosso, culminante in un organo a canne slanciato verso un finestrone rettangolare. Dalla parte opposta, sei semicolonne pensili di marmo rosa sorreggono una trabeazione sormontata da un timpano triangolare. Al di sopra di questo, quattro figure femminili dalle ariose vesti lambiscono un massiccio orologio di marmo. Il gruppo architettonico è illuminato da un secondo finestrone in posizione speculare al primo. L’altare maggiore è tutto un fiorire di fregi, stucchi e fondi dorati, protome angeliche, ornati in gesso, rilievi marmorei e statue del Mazza che incorniciano la notevole ancona del Franceschini. Da segnalare inoltre i sepolcri monumentali di due bolognesi illustri, Laura Bassi e Luigi Galvani.

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Uno dei due angeli del Mazza a sostegno della cantoria

Di fronte alla cappella funeraria di quest’ultimo, essenziale, quasi modesta per tanto ingegno, si trova inchiodato al muro un foglio ingrigito e consunto che recita sibillino:

alla cappella della santa

Oltre un massiccio portone in legno e una angusta anticamera piena di ex-voto e P.G.R., ecco apparire un’inaspettata visione. Su un trono ligneo rivestito di lamine d’oro, riposano le spoglie incorrotte di Santa Caterina De’ Vigri. La Santa, vestita di una semplice tonaca, è in posizione seduta, con lo sguardo rivolto agli inginocchiatoi antistanti (gli occhi sono aperti). Stringe in mano un crocifisso e un breviario, che si vuole da lei scritto e miniato. Un baldacchino a corona, da cui si diparte un sipario di ondosi drappi azzurri foderati di rosso, sovrasta il capo della Santa. Un fasciame dorato ingentilito dagli ornati dell’Haffner ne ricopre ogni superficie, risaltando brillante sul rosso acceso dei tessuti. Due angeli ai lati del trono, dalle vesti e le ali dipinte d’oro, reggono tra le mani una lira e un mandolino. Lo spazio, esiguo e quasi interamente occupato dal trono, è ulteriormente rimpicciolito dalla presenza di due reliquiari alle pareti, contenenti la viola della Santa, una testa di bimbo da lei stessa dipinta e vari frammenti di ossa. Sulla parete opposta al trono una finestra circolare, in cui si inscrive perfettamente il volto della Santa, dà sull’interno della chiesa. Gli affreschi del soffitto dipinti dal Franceschini, esempio minore del tipico quadraturismo bolognese, donano respiro alla stanza per mezzo di uno sfondamento prospettico. Gli architravi, le colonne, le cornici e tutti gli elementi architettonici sono valorizzati da rilievi di gesso e sbalzi su foglia d’oro. I putti, dai travi dell’ingresso, osservano il visitatore immersi in un chiaroscuro di fiamma. Una luce calda, soffusa ma chiara, come di candela, pervade l’ambiente. Dalla grata rettangolare di una cella adiacente, una anziana suora di clausura deputata a custode scruta i fedeli. I devoti, accartocciati nei loro cappotti invernali, immobili per lunghi minuti, pregano toccando la teca di vetro a protezione della Santa. A dispetto del tempo i lineamenti del viso e delle mani, le uniche parti del corpo in vista, sono perfettamente definiti e quasi inalterati. Le unghie, le vene delle mani, le pieghe delle labbra si distinguono chiaramente. Addirittura, se ci si avvicina osservando minuziosamente, si può scorgere il contorno delle iridi. Il corpo, rigido e scuro, sembra un pezzo di carbone o una lignea Madonna nera.

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Soffitto della Cappella della Santa, sfondamento prospettico del Franceschini.

Le prime testimonianze riguardanti l’incorruttibilità della Santa, d’indimostrabile fondatezza, sono copiose ma rintracciabili solo nei registri dell’ordine delle Clarisse. Le notizie sulla sua vita invece, per quanto certe, sono esigue: sappiamo che nasce a Bologna l’8 settembre 1413 nell’odierna via De’ Toschi, dove una targa ricorda la casa natale oggi scomparsa. Figlia di Giovanni, gentiluomo ferrarese al servizio dei marchesi d’Este, e di Benvenuta Mammolini, nobildonna bolognese, Caterina trascorre i primi anni della sua vita a Bologna, per poi trasferirsi con la famiglia a Ferrara tra il 1420 e il 1423.

Alla corte estense, oltre ad acquisire un’ottima conoscenza del latino, impara a dipingere, miniare codici e suonare la viola. Nel 1426, forse stanca della vita di corte, si unisce a una comunità religiosa di pie donne. Dopo alcuni anni la comunità si scioglie a causa di contrasti interni e Caterina, insieme ad altre consorelle, entra nell’ordine delle Clarisse. Dei successivi trent’anni non si conosce nulla, se non che era preposta al forno. Nel 1456 viene mandata a Bologna per fondare una comunità di Clarisse e un monastero intitolato al Corpus Domini. Caterina, nel frattempo divenuta badessa, riesce a fare del monastero bolognese un centro particolarmente vivace di vita intellettuale e spirituale. Morta il 9 marzo 1463 dopo un ultimo anno diviso tra malattia e straniamento mistico dal mondo circostante, lascia un ingente corpus di opere giunto sino a noi (Le sette armi spirituali, autografo. Il Rosarium, autografo. Il Breviario, copia postuma.). La sua figura divenne presto oggetto di una venerazione diffusa, grazie alla straordinaria incorruzione del corpo. Secondo le parole della sorella Illuminata Bembi, indicata nei registri delle Clarisse testimone oculare dell’interramento delle spoglie, “il corpo emanava un profumo di indescrivibile dolcezza”. Per molti giorni il profumo inspiegabilmente persiste e le Clarisse decidono di dissotterrare il corpo. Ancora la Bembi a proposito della riesumazione delle spoglie:

Quando trovammo il corpo e ripulimmo il viso, notammo che era stato schiacciato e sfigurato dal peso della tavola di legno. La ponemmo in una bara, e stavamo per riseppellirLa, [] fu allora che il naso schiacciato e l’intero viso ripresero gradualmente la loro forma naturale. La defunta divenne di colore bianco, bella, intatta, come se fosse ancora viva. Cominciò a cambiare colore, diventando più rossa, mentre il Suo corpo cominciava ad emettere un sudore piacevolmente profumato. Passando dal pallore ad un colore d’ambra incandescente, Ella trasudava un liquido aromatico che a volte sembrava acqua limpida, ed a volte un miscuglio di acqua e sangue»

In seguito a questi fatti miracolosi, il corpo viene trasferito all’interno del monastero. Dopo più di dieci anni, nel 1975, si costruisce l’attuale cappella, decidendo di esporvi il corpo della badessa in posizione seduta, con la tonaca e gli occhi aperti. Si narra che periodicamente le monache dovessero tagliarle le unghie ed i capelli che seguitavano a crescere, oltre a pulire il liquido che trasudava dal corpo impregnando le vesti. Oggi, basandoci sulle parole della Bembi e sull’attuale stato delle spoglie, possiamo azzardare alcune congetture su questa straordinaria serie di eventi. Innanzitutto sgombriamo il campo da un equivoco, non si tratta di una mummia. Non c’è traccia di bende, fasce, bardature di sorta e il corpo non è stato trattato, per quanto ne sappiamo, con preparati chimici atti a garantirne la conservazione. In più, difettano le condizioni climatiche necessarie, Bologna non è certo il secco deserto del Sahara. Se dobbiamo dare credito alla Bembi, il corpo non presenta mai nemmeno uno dei segni attribuibili ai tre stadi della putrefazione, quali: macchie verdastre all’addome, rigonfiamento del cadavere, estroflessione delle labbra e turgore delle palpebre, apertura delle cavità intestinali, caduta delle parti molli e finale scheletrizzazione. Inoltre, è difficile sostenere che l’ambiente abbia potuto giocare un ruolo favorevole nel preservare il corpo. A parte una sottile teca di vetro, la Santa si trova in un ambiente umido, chiuso, mai areato, esposto alla luce , ai flash e a possibili contaminazioni biologiche dovute ai fedeli. Certo, la tunica potrebbe coprire eventuali danni, ma considerando che la Santa viene pulita e rivestita dalle suore ad ogni cambio di stagione, se il corpo presentasse problemi sarebbe difficile svolgere queste operazioni e mantenerlo in una posizione fissa, a meno di non ricorrere a sostegni nascosti. In definitiva, l’ipotesi forse più sensata appare quella di una pietrificazione, spontanea o meno, del corpo. Esempi eccellenti, ma inutili ai fini del nostro caso perché artificiali, sono i corpi pietrificati conservati nella cappella Sansevero a Napoli. Una volta rilasciati dal corpo tutti i fluidi interni, tramite un processo di cerificazione, o adipocera, lo strato di grasso sottocutaneo si trasforma in una sorta di sapone, di resina vetrosa insolubile e il cadavere si conserva con il colorito naturale della pelle. Nel resoconto della Bembi di “liquidi aromatici” e “fluidi profumati” che trasudano dalle membra si parla diffusamente, ma restano difficilmente spiegabili i repentini cambi di colore del viso, e soprattutto la sua subitanea guarigione in seguito allo schiacciamento subito.

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Le mani della Santa, particolare

In mancanza di analisi scientifiche sul corpo della Santa, è impossibile stabilire con sicurezza le cause di questo singolare fenomeno. Ciascuno può vedervi ciò che vuole, una prodigiosa manifestazione di fede o un semplice, per quanto raro, evento naturale. Infine, vi si può trovare anche qualcos’altro di molto più prezioso: l’anima inedita di una città, la sua devozione sotterranea, pastosa, quasi meridionale e profondamente umile, cifra di una bolognesità conviviale che, a differenza della Santa, temiamo abbia i giorni contati.

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