Il luogo nel quale dipano i fili della mia percezione risulta essere tanto più interessante quanto più esso li ingarbuglia e attorciglia. Eppure ho parecchi anni di buone ragioni per definirmi esperto di noia. Tutto ciò pare in contraddizione, ma le cose stanno così. La causa risiede nell’effetto provocato dall’adattamento alle situazioni. Ci è stata conferita la capacità, tanto funzionale quanto cinica, di orientare la nostra percezione su piani affini alla nostra volontà. La chiamano capacità di adattamento, istinto di sopravvivenza, e tende ad offuscare le percezioni che spingono il giudizio al cospetto del bello, relegandolo alla necessità. Ma, quando la volontà è di cartapesta, altalenante, si finisce per incappare nel “non so cosa voglio” e il giudizio, come le percezioni, si danno battaglia fino a sfinirsi. Ed ecco la noia, che mi piace chiamare maledizione dei non luoghi.

Rientro a Bologna dopo una settimana passata per metà a credere di morire combattendo i trentotto gradi misurati ogni tre ore dal termometro con gli orsacchiotti (vecchio regalo della pediatra) e, per l’altra, contemplandomi nella nullafacenza, biasimandomi ovviamente, e disperandomi mentre sguazzo infelice nella pozzanghera degli ‘uffff’: tremendo circolo vizioso che, temo, non mi abbandonerà mai più. Basta, mi dico, dopo aver ricacciato la volontà al cospetto dei miei impegni grazie a un fine settimana agrodolce che la dice lunga su quanto abbia bisogno di una vacanza in università. È sufficiente sapersi sul binario con il biglietto in tasca per sentirsi un po’ grati alla propria sorte; il sole distende i muscoli facciali, facendomi sembrare un po’ meno scassapalle. Ancora mi interrogo se quei momenti di piacere non trovino corrispondenza in un desiderio di fuga (che non so perché ma mi rende sempre un po’ inquieto), normalmente mi rispondo che potrebbe darsi e comincio a osservare le persone in attesa del proprio treno chiedendomi se, anche tra loro, ci sia qualcuno che fugge almeno un po’. In genere la risposta rimane sospesa finché il treno non arriva, per poi eclissarsi definitivamente.

bolo by high

Non penso granché al via vai nella stazione di Bologna Centrale: benché abbia ottime ragioni per lasciarmi accecare dalla misantropia (giustificata dall’esistenza di chi, convinto della propria eterea superiorità, cerca di attraversare la mia figura di ente materiale, proiettato nello spazio con una propria dimensionalità, calpestandomi dopo aver scoperto di non essere un ectoplasma), questo sole sembra implorarmi di avere pazienza. Affare fatto. Attraverso la città sul 25 e, in prossimità della fermata Sant’Orsola, la diligenza viene assaltata da un’orda di ragazzini ribelli in piena tempesta ormonale che nemmeno il Signore delle Mosche e, di nuovo, ringrazio gli dèi antichi e nuovi per avermi concesso un posto a sedere, che proteggo indefessamente con lo zaino da montagna sulle ginocchia. Non avrete né me, né il mio seggiolino sudicio. La battaglia ha termine alla mia fermata, circa millecinquecento metri da Porta San Vitale. Disceso dal tram, mi scende una lacrima vedendo il seggiolino preso d’assalto da tre ragazzini che lo occupano violenti e senza pietà.

Entrato in casa, mi ricongiungo alle mie coinquiline e faccio la conoscenza di un ragazzo norvegese che ha deciso di passare tre giorni a Bologna. Facciamo un po’ di conversazione e così scopro che oggi ripartirà, domando quale ricordo di questa bella città porterà seco e lui, impassibile, mi risponde che ha passato tre giorni in casa, sostando un po’ sulla poltrona e un po’ sul balcone. E sticazzi il Bel Paese. Scopro che tifa Barcellona, quindi non posso nemmeno parlare di calcio, ma il ragazzotto è simpatico e mi racconta che a diciassette anni si è fatto un interrail pazzesco girellando per l’Europa. Io a diciassette anni facevo i campeggini sulle colline emiliane, e vabbè.

Niente mi scalfisce, nemmeno la stanchezza provocata dalla sequenza viaggio, orda barbarica, diplomazia internazionale scadente, così preparo la mia tracolla e mi ritrovo in aula studio in via Petronee in un clima insolitamente calmo e silenzioso. Sono quasi le quattro e stai a vedere che oggi riesco anche a studiare tre ore. Prima di perderlo di vista, il sole su Piazza Verdi sembra ricordarmi che la giornata non è ancora finita. Tengo a mente la promessa mentre ricamo l’intelletto tra le righe di prefazione a Mary Shelley, giungendo a consapevolezze riguardo a Frankenstein che levati. Quasi non mi accorgo del tempo che scorre, finché alzo gli occhi e fuori è buio. L’infame se n’era andato e non aveva mantenuto la promessa. Niente incontri alla Hugh Grant, scontri a fuoco in sala studio o bonifici inaspettati. Vatti a fidare delle giornate di sole.

piazza-verdi

Piazza Verdi alle otto di sera palpita. Chiusa com’è, sui quattro lati, da edifici che wow. Sublime! Vorrei dire, ma poi penso che Kant l’aveva immaginata in altro modo quella parola e, per non litigare troppo con le poche cose che cerco di studiare, sto zitto. Smetto anche di pensare perché tra la folla si tamburella troppo e tutti si parlano sopra, sotto e di traverso. Tutta questa gente con così tante cose da dirsi e io non saprò mai nulla della quasi totalità di quelle storie. E sì che vorrei saperle, le storie che gli frullano in testa, come fanno per farsi capire, quanto si compiacciono nell’essere compresi e quanto si struggono quando non lo sono. Vorrei chiudere gli occhi, attraversando Piazza Verdi e lasciare che quelle parole facciano da colonna sonora al buio al quale ci ha costretti il sole, ma sarebbe morte veloce, schiacciato da una macchina che affronta quella svolta assassina prima del pedonale universitario (per niente pericolosa quella svolta in via Petronee). Così in mezzo alle voci e ai suoni, avvolto dai palazzi illuminati di via Zamboni, scopro che di luce ancora ce n’è e se ne sta all’orizzonte, che poi orizzonte non è per via dei soliti edifici che wow. Una luce diversa dalle altre, che si propaga attraverso un’aria frizzantina che quasi quasi mi bevo una birra e faccio del casino anche io. Quella luce verde, blu e tanti colori che nemmeno saprei chiamare per nome, se ne sta lì, e avvolge le torrette e il campanile sopra il portico di Santa Cecilia. È dal venti di marzo che non vedo Bologna. Mi è restituita ora caotica come solo lei sa essere, calda nel vento primaverile, odorosa di cose che è meglio non pensarci troppo. Osservo, perché anch’io sono, e dipano i fili della mia percezione legandoli, sottili, ai dettagli che colgo e sto zitto, mentre mi sono restituiti intricati e attorcigliati, inciampando negli occhi delle persone che, qualche volta, quando gli sguardi si incrociano, sono capaci di uscire dal fermento, mostrarsi individui con le proprie questioni, e, per gente come me, diventare il vero regalo delle giornate di sole.

Godetevela, questa bella Bologna.

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