SPECIALE BBU: MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

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Gli attori del film, come si può vedere, sono identici ai rapper originali

SPECIALE BBU: MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

Quello alla miglior sceneggiatura è uno dei premi più prestigiosi tra quelli assegnati dall’Academy. Ed è giusto che sia così, vista la complessità estrema di questo stranissimo mestiere e vista anche la relativa oscurità culturale che avvolge i più importanti sceneggiatori che lavorano nel campo del cinema. Spesso tendiamo a considerare il regista come il creatore di un film, anche quando il regista non ha materialmente scritto il film. Questo per due motivi: il primo è che non abbiamo contezza, molto spesso, della diversità dei due ruoli, per mera ignoranza dei meccanismi in seno alla Settima Arte. Il secondo è che il regista è colui che effettivamente trasporta il film da una dimensione semplicemente scritta, pensata per la carta e trasposta su di essa dalle immagini mentali del suo primo creatore, a una dimensione propriamente cinematografica, sobbarcandosi anche tutti gli oneri tecnici e organizzativi che un prodotto complesso come il cinema si porta dietro. Ciò detto, il pregiudizio sugli sceneggiatori rimane una macchia notevole nella considerazione culturale di massa che oggi e ieri ha caratterizzato questo mestiere. Una volta uno sceneggiatore disse che considerare un film opera di un regista (laddove le due figure non coincidano, come avviene per esempio per Tarantino) è come “considerare la Nona di Beethoven come opera di Bernstein” (un grandissimo direttore d’orchestra).

Nei commenti a un film tristemente non candidato all’oscar per miglior sceneggiatura non originale, ovvero Steve Jobs, diretto da Danny Boyle, interpretato dai candidati Michael Fassbender Kate Winslet, raramente mi è capitato di leggere il nome dello sceneggiatore Aaron Sorkin, a cui solo va ascritto il vero merito di questo film: ossia aver raccontato, tramite una sceneggiatura di ferro, una delle più importanti figure del capitalismo high-tech del Novecento (e non solo) senza quella insopportabile retorica agiografica che i media hanno sempre utilizzato per alimentarne il mito. Inoltre il film ha un’architettura complessa, basata su dialoghi serrati (Sorkin è famoso per aver inventato una tecnica di dialogo basata sul rimpallo continuo di una battuta, a metà tra gag spiritosa, e comprensibile solo dai due personaggi, e sconcertante realtà) che rimandano a una ricostruzione completa del modo di pensare di Jobs e dei suoi più stretti collaboratori. Come sa chi l’ha visto, il film ci presenta una costruzione narrativa enucleata su tre momenti fondamentali della carriera/vita di Jobs, ovvero i lanci del primo MAC, di Next e del primo iMac, quindi un dietro-le-quinte sconcertante e vertiginoso, tutto giocato sulla recriminazione degli amici e famigliari di Jobs nei confronti di un uomo geniale, anaffettivo e totalmente inscalfibile nella fiducia in sé stesso. Giocare con una figura gigantesca come questa, rendendo la costruzione dei dialoghi e dei rapporti intimi tra protagonista e personaggi circostanti, è maestria che un regista non può avere, se è solo un “direttore d’orchestra”. Sorkin è sempre stato uno scrittore, ha realizzato capolavori del cinema come Codice d’onore The Social Network (che ha vinto l’Oscar nel 2011), e capolavori della tv come The West Wing The Newsroom, opere assai complesse che trattano la politica americana con un grado di immersività totali e un livello di divertimento inarrivabile. Eppure, nonostante queste credenziali (e questo genio), il suo nome non è quasi mai menzionato per il suo ultimo, eccezionale lavoro. Ho dunque deciso di dedicargli spazio all’inizio dei due articoli sulla categoria della sceneggiatura, per evitare che accada ciò che è il maggiore pericolo di chi si dedica agli script: essere dimenticati. E si è dimenticati perché si è i primi che mettono mani all’opera. Dopo la stesura dello script, arrivano mille figure, più famose e carismatiche di te, a metterci sopra le mani e a rendere un po’ loro il lavoro dello sceneggiatura: in questo caso, i produttori, Fassbender e la Winslet, Danny Boyle, il direttore della fotografia Alwin H. Kuchler, e via discorrendo per tutti gli operatori del film.

Ora che sapete questo, possiamo dedicarci ai film candidati. E chi abbiamo? Per cominciare, una vecchia conoscenza…

  • Matt Charman, Joel ed Ethan Coen per Il Ponte delle Spie (Bridge of Spies, diretto da Steven Spielberg)
Realtà vs. Bobina
Realtà vs. Bobina

Insieme a Star Wars, era il film più atteso della stagione. Per vari motivi, tra cui il nome di Spielberg affiancato a quello dei Coen, due Soloni del cinema che però non avevano molto in comune. Immaginatevi un mondo bellissimo che riprende i toni e le ambientazioni di Indiana Jones e l’ultima crociata, ci inserisce un po’ di Kafka, il mondo penalistico, la costituzione americana, la guerra tra spionaggi opposti, e le figure inconfondibili dell’universo dei Coen: spie pittrici, capi del KGB che si fingono umili impiegatucci, buoni sentimenti privati, arringhe e dialoghi degni del miglior Tarantino e del più ispirato Aaron Sorkin, e infine una punta di retorica patriottica che ha fatto comunque del cinema americano uno dei migliori prodotti culturali della storia universale. Ecco. E guai a voi se sento dire che il merito è solo di Spielberg. Molto del merito di questo film va ai tre scrittori di questo film: Goffredo Fofi spiega bene perché.

"Would it help?" Una battuta che riassume perfettamente il mix umoristico creato dalla inedita coppia Spielberg-Coen
“Would it help?”
Una battuta che riassume perfettamente il mix umoristico creato dalla inedita coppia Spielberg-Coen

 

  • Alex Garland per Ex Machina (diretto da Alex Garland)
They’ve been giant and deadly; they’ve been chatty and contemplative; they’ve been acrobatic and futuristic. Robots in movies have served all kinds of functions in becoming an important part of the cinema landscape. So when filmmakers place a robot at the center of their work, the way it looks and behaves compared with those that have come before must be considered.
They’ve been giant and deadly; they’ve been chatty and contemplative; they’ve been acrobatic and futuristic. Robots in movies have served all kinds of functions in becoming an important part of the cinema landscape.

La capacità finale della nuova creatura umana di essere più imprevedibile degli esseri umani è ciò che fa di questo film un gioiello e non solo un buon thriller. Oltre a una costruzione perfetta, fatta di dialoghi non scontati, e di personaggi abbozzati (come farebbe un motore di ricerca) ma credibili, il film si basa quasi interamente sul suo finale, ma la sceneggiatura è assai solida comunque. Ava è imprevedibile nel bene e nel male, come ogni stronzissimo essere umano che si rispetti, ma lo è di più, proprio perché incapace di nutrire sentimenti programmati. Il suo cervello è infatti “statico come i ricordi, dinamico come i pensieri”, ma senza quel surplus che ci rende umani e fragili, e programmati da una intelligenza naturale da cui non possiamo scappare. Di qui un bel paragone con Pollock e il film è fatto: uno dei migliori del 2015 e del cinema sci-fi.

L'antagonista-protagonista del film, il demiurgo di Ava, interpretato da Oscar Isaac. Gli altri interpreti sono la straordinaria Alicia Vikander e Domhnall Gleeson
L’antagonista-protagonista del film, il demiurgo di Ava, interpretato da Oscar Isaac. Gli altri interpreti sono la straordinaria Alicia Vikander e Domhnall Gleeson

 

Chi è Alex Garland?

Garland è un autentico genio contemporaneo, scrittore (The beach), collaboratore di Danny Boyle (che infatti ne trae un film di successo con DiCaprio), sceneggiatore per 28 giorni dopo, ottiene per Ex machina la sua prima candidatura come sceneggiatore. E’ anche regista della sua creatura, il che lo rende un vero e proprio artista cinematografico a tutto tondo. Senza contare che il soggetto della sua prima opera è ambizioso e tecnicamente ineccepibile.

 

She had to look, in a completely unambiguous way, like a machine, if she looked like she might be a human in a robot suit, then it would introduce into the film the idea that she may or may not be a machine.” (Alex Garland)

 

 

  • Josh Cooley, Ronnie del Carmen, Pete Docter e Meg LeFauve per Inside Out (diretto da Pete Docter e Ronnie del Carmen)
What if feelings had feelings?
What if feelings had feelings?

Qualcuno ironizzava così alla notizia che la Pixar avrebbe realizzato il suo ultimo film parlando di sentimenti presenti dentro la testa di una bambina di nome Riley. In realtà, l’ironia era perlopiù bonaria poiché il film è qualcosa di davvero sorprendente. La trama è nota: Riley è una bambina come tante, figlia unica di due amorevoli genitori della classe media, gioca ad hockey, come tanti in Minnesota, è onesta e ha tanti amici. Nella sua testa tutto ciò corrisponde a una cabina di comando collegata alle isole della Personalità. Ciò che nella vita fa Riley corrisponde alle dette Isole, ciò che nella vita é Riley, specie in relazione a quei mondi che compongono la sua personalità, è la cabina di comando. Il comando è lasciato alla difficile, pressoché casuale (è uno degli elementi su cui il film lascia in sospeso la spiegazione) interazione e armonia tra le cinque principali emozioni umane: Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto (a cui qualcuno vorrebbe aggiungere la Sorpresa). Questi esserini colorati e simpatici cercano di guidare Riley fuori da una difficilissima fase della vita di ciascuno di noi: un trasferimento, che avviene peraltro in piena fase adolescenziale. Molti si sono limitati a sottolineare il fatto che lo schema mentale rappresentato dal film (con la collaborazione alla sceneggiatura di due importanti psicologi americani), ossia il tentativo rocambolesco di Gioia e Tristezza di tornare alla plancia di comando, sia la rappresentazione (formalmente ineccepibile) del passaggio di Riley alla fase puberale. Ma a mio avviso c’è di più: è anche la rappresentazione di una fase depressiva, dovuta al trasferimento (allo sradicamento della personalità dal luogo in cui essa si è formata) della famiglia di Riley a San Francisco. Devo aver letto da qualche parte che un trasferimento può essere traumatico quanto un lutto. Ed ecco che per un’ora e dieci la Pixar ha il merito di trasferirci in tutte le zone del cervello, restituendoci milioni di suggestioni, su tutte (almeno a livello di scrittura) la disfunzionalità delle emozioni e l’impressione di enormità del cervello di Riley rispetto alla sua condizione di bambina. Non parliamo poi delle soluzioni visive. Forse uno dei film più importanti del nuovo millennio. Non male per una sceneggiatura semplice, adatta a una bambina come Riley.

Una buona rappresentazione della possibile interazione tra i cinque protagonisti della testa di Riley.
Una buona rappresentazione della possibile interazione tra i cinque protagonisti della testa di Riley.

 

  • Tom McCarthy e Josh Singer per Il caso Spotlight (Spotlight – diretto da Tom McCarthy)
Il cinema d'inchiesta americano non ha mai conosciuto una fase così prolifica.
Il cinema d’inchiesta americano non ha mai conosciuto una fase così prolifica.

Per me Spotlight è la miglior sceneggiatura del 2015 insieme a Steve Jobs e Inside Out. Il il cinema della realtà supera quello della finzione (costituito principalmente da Tarantino e Inarritu, a questa tornata, ma non dimentichiamoci di Mad Max). Si respira un’aria da montaggio classico e sapiente, eppure c’è tutta l’analiticità e la veemenza di The Wire nell’indagine di una città che approfondisce se stessa andando a toccare un fenomeno “di rilevanza psichiatrica”, come dice la Gola Profonda del film, un esperto di pedofilia ecclesiastica che rimane solo una voce al telefono, per tutto il film. La città di Boston, eletta a città di Dio, come già era accaduto per la Baltimora di The Wire, si contorce dal dolore, si contorce su se stessa per aver permesso che il Male proliferasse dentro di sé. Pochi sono i profeti, molti i peccatori, ma non c’è nessun Di0. C’è solo uno straniero, un Altro, Marty Baron (interpretato da Liev Schreiber, è il direttore del Boston Globe e colui che farà partire l’indagine sullo scandalo sessuale della diocesi di Boston), che compare poco, ma dice tanto. Spotlight tratta una storia vera, e lo fa con gli strumenti freddi, implacabili e talvolta emotivi del giornalismo investigativo. Eppure c’è tanto simbolismo, tante metafore di noi stessi e del Male che vive in noi. Nessuno di questi uomini è risparmiato. Fanno il Bene scoprendo il Male, e lo fanno senza esprimere una sola parola di condanna. Il loro è lo stupore che segue subito dopo il risveglio. E poi tanta stanchezza, ma un lavoro (enorme) da continuare a fare.

La giornalista del team Spotlight ha twittato: "Very proud of my talented SpotlightMovie Doppelgänger, Rachel McAdams, on her Oscar nomination by The Academy!"
La giornalista del team Spotlight ha twittato:
“Very proud of my talented SpotlightMovie Doppelgänger, Rachel McAdams, on her Oscar nomination by The Academy!”

 

Lezione di giornalismo

Pian piano, si crea un’unità spirituale tra gran parte degli attori della vicenda. È un film corale in cui, grazie al lavoro di squadra, si rompono le omertà, e simultaneamente, si rompe anche questa condizione umana di solitudine endemica. Raggiungendo una coralità più ampia, quella della società, la comunità ferita si ricompone.

Francesco Boille, giornalista presso Internazionale

  • Andrea Berloff, Jonathan Herman, S. Leight Savidge e Alan Wenkus per Straight Outta Compton (diretto da F. Gary Gray)

Biopic collettivo, storia culturale americana (ricorda il progetto di Steve Jobs), sceneggiatura di un disagio, ma anche di un movimento di massa che si riconosceva in quel fenomeno identitario straordinario che è la musica. Prima il jazz, poi il gangsta rap. Prima Miles Davis e Charlie Parker, poi Dr. Dre e Ice Cube. Musicisti eccezionali per storie completamente diverse, e nel nostro caso, più sanguinose e controverse. Anche per chi, come me, non sapeva nulla di questo controverso, ma straordinario pezzo di storia della musica e di cultura americana, la storia è comprensibile e catturante come poche. Tagli vertiginosi per una storia inevitabilmente troppo complessa, si toccano miriadi di punti che fanno venire voglia di una serie tv, di un’epopea romanzesca, di un saggio critico documentato. Il carisma degli attori e dei personaggi (non mi aggiungo a chi ha giustamente detto che le somiglianze sono sconcertanti) e la violenza sono i due grandi temi di questo che è di fatto un gangster movie più che un film sulla musica. Ma d’altronde il cinema racconta questo, per la musica bisogna solo mettersi lì e ascoltarla. Il finale è un tocco di classe. Una storia piena di “conseguenze”.

Gli attori del film, come si può vedere, sono identici ai rapper originali
Gli attori del film, come si può vedere, sono identici ai rapper originali

 

Quale sceneggiatura scegliere? Difficile dirlo. I pronostici ufficiali dicono che dovrebbe vincere Il caso Spotlight, e noi per una volta siamo d’accordo. Ma tutti, tutti, meriterebbero la statuetta.

E voi? Che ne pensate? Quali sono i veri vincitori? Ditecelo nei commenti!