Là! Soffia!

Non è l’alba e il mondo non scoppia fuori porta San Vitale, ma lo stesso grasso l’autobus mi insegue lungo il viale. Il cielo è una pancia d’asino rigonfia sopra una via San Felice vuota di gente. Alcuni ciclisti sfidano il freddo pungente sulla tangenziale delle biciclette. I passanti si stringono nei cappotti. Tra toni spenti di rosso e ocra l’autobus sfiata arancione alla fermata e si inabissa gemendo in direzione Borgo Panigale, carico dei suoi Jona contemporanei. É un mare placido quello che solcano i 13 dal confine esterno del centro fino all’estrema periferia, ma lungo le coste della via Emilia emergono dalla sabbia inaspettati tesori. Salpate con noi per questo viaggio nelle periferie bolognesi.

Porta San Felice, il nostro punto di partenza, sembra uno scoglio sferzato dai marosi, un relitto di mattoni incagliato nel traffico, e in un certo senso un relitto lo è davvero. Eretta nel sec. XIII, sulle sue mura si è infatti abbattuta la tempesta del funesto piano regolatore approvato nel 1889, a causa del quale furono demolite le mura che la collegavano a Porta Lame e Porta Sant’Isaia. Oggi, di quella cinta muraria, rimangono solo brevi scampoli lungo i viali.

Attraversati i viali, dando le spalle alla porta, ci si ritrova sotto il portico di un elegante palazzo ottocentesco finto medievale, abbellito da decorazioni in cotto. Alzate lo sguardo dalle pizze del Mi furner, meta abituale di orde di nottambuli, e vedrete una targa ricordare la figura di Bruno Saetti, valente pittore bolognese che qui visse e lavorò per alcuni anni. Sulla parete che dà su via Dello Scalo un’altra targa e una corona di fiori commemorano la fucilazione fascista di otto partigiani avvenuta nel 1944. Nel palazzo accanto, in quello che fu lo stabilimento a vapore dei fratelli Zappoli, fondato nel 1884, si trova oggi la sede locale del giornale La Repubblica.

san felice

fuori porta, il palazzo in cui visse per alcuni anni il pittore Bruno Saetti (Bologna, 1902-Bologna, 1904)

Da questo punto in poi la via Emilia cambia nome in via Aurelio Saffi. Si tratta di una via ampia e lunga che introduce alla prima periferia della città. La sua architettura odierna è il risultato di radicali ricostruzioni effettuate negli anni sessanta a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e delle demolizioni successive. La modernità irruppe prepotentemente in quella che era una via lambita dalla campagna, caratterizzata da file di graziose, ma povere case basse inframezzate da alcuni grandi palazzi signorili di fine ottocento (ne sopravvivono due). Oggi si affacciano sulle strada le finestre di imponenti condomini razionalisti, dalle linee rigorose e scialbe, che soffocano e inglobano le poche case contadine rimaste. Fortunatamente si scelse di dotare i nuovi palazzi di portici alti e luminosi (ad eccezione di rari casi d’aspetto non particolarmente gradevole) per ospitare attività commerciali ed evidenziare lo slancio progressista dell’edilizia post-bellica, in netto contrasto con le architetture della tradizione. Anche la moderna chiesa di Santa Maria delle Grazie, a pochi passi da porta San Felice, seppur classica nelle forme, è stata costruita seguendo gli stessi principi. All’interno, spoglio ed essenziale, locandine di iniziative benefiche e foto di abitanti del quartiere restituiscono il senso di una comunità locale unita. Purtroppo, complice la crisi e la zona poco frequentata, molti negozi storici bolognesi hanno chiuso. Al loro posto sono sorti compro oro e sale slot , come l’appariscente Admiral club. Resistono le edicole, i bar e gli intramontabili frutta e verdura Pakistani.

2015-11-26 10.23.41

Via Saffi

I mattoni nudi e il cemento a vista sembrano estendere il loro uniforme grigiore su tutta la via, ma basta imboccare una delle vie laterali (via San Pio, via Della Secchia, via Montello) per ritrovare il probabile aspetto originario del quartiere. Delle tre, via Montello, tranquilla e silenziosa, è sicuramente la più affascinante: edilizia popolare, ma di pregio, con numerose villette eleganti e ben tenute dai giardini curati. I colori caldi degli intonaci fanno da sfondo a cancelli in ferro battuto e inusuali foglie di palma. All’inizio della via, uno dei rarissimi antiquari fuori mura e un pub dove si mormora bere ottima birra.

Poche decine di metri dopo via Montello, superato l’incrocio con via Malvasia, via Saffi cambia nuovamente nome in via Emilia Ponente. Se si risale via Malvasia per alcuni metri e si svolta a destra si arriva in via Del Chiù, dove ancora sopravvivono le tracce della Bologna città d’acque. Del resto, il quartiere si chiama Porto proprio per l’antica presenza di un porto fluviale. Su un breve tratto scoperto di canale si affacciano le porte di alcune case secentesche, collegate alla strada da piccoli ponti ad uso privato. Non ci si aspetti Venezia, ma il piacere fugace di una vista inaspettata su uno scorcio di mondo sepolto, metaforicamente e letteralmente. Il canale sotterraneo attraversa via Malvasia e rispunta proseguendo parallelo a via Emilia Ponente in direzione ospedale Maggiore, dividendo la seconda parte di via del Chiù, ora pista ciclabile, da un’ampia zona libera dominata dalla vegetazione incolta. É un luogo poco frequentato, ma utilissimo a chi volesse evitare il traffico della via Emilia. Sul muro che corre lungo la strada numerosi writer di Bologna e non hanno lasciato il proprio segno, siano murales o semplici tag.

2015-11-26 11.40.27

Murale in via Del Chiù

Una volta tornati su via Emilia Ponente il 13 prosegue passando l’ospedale Maggiore, qui ricostruito dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, e una lunga teoria di palazzoni rettangolari simili a quelli di via Saffi. Sulla destra, una stretta striscia di verde, chiamata Prati di Caprara, separa l’ospedale dalla carreggiata. Prima della guerra, quando davvero i Prati erano prati, si sarebbe potuto scorgere un Pasolini bambino rincorrere un pallone.

I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale!”

Passato l’incrocio col viale Sandro Pertini (ammesso che si riesca a superare l’apocalittico semaforo) si entra nella zona di Santa Viola, di cui tratteremo nel prossimo articolo.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.