Non esiste un momento preciso in cui si può dire che un viaggio abbia inizio: qualcuno vive il muoversi come una condizione perenne di vagabondaggio, altri sentono di essere pronti una volta chiuso lo zaino e controllato di non aver dimenticato lo spazzolino e preso il giusto numero di mutande, altri ancora non partono mai, pur continuando a spostarsi, fermi immobili all’immagine rassicurante del cancelletto di casa. Se siete come me, capite di essere in viaggio nel momento in cui percepite una sensazione di libertà, sporcata da solitudine e paura; quell’attimo in cui osservi scrupoloso lo sconosciuto seduto di fronte a te, che è lo stesso sconosciuto che vedi ogni giorno, ma che vuoi osservare meglio, perché sai che non lo vedrai per un po’; in quel carnevalesco momento in cui realizzi di essere un elemento sciolto e mescolato nel mare di storie da sbirciare che richiedono a gran voce occhi attenti.

Il viaggio in questione si è consumato in Asia, precisamente tra Chiang Rai e Bali, l’estate scorsa per una durata totale di circa 2 mesi. I 6452 chilometri tra il nord della Thailandia e l’isola Indonesiana, passando per la Malesia, sono disegnati da strade sconnesse e sporche, costruite nel tempo da uomini umili e acuti investitori, strade lastricate di paesaggi verdi e grigi, di tramonti incredibilmente viola, di mare e isole, ma soprattutto di facce ed espressioni così variegate e accoglienti da disorientarti e farti cadere a terra, per poi tenderti la mano, rialzarti e spiegarti tutto.

Floating market, Bangkok
Floating market, Bangkok

Mi soffermerò per il momento sulla Thailandia, in quanto primo paese-tappa di questa magnifica esperienza che ha indissolubilmente forgiato la mia sensibilità. Una volta atterrato a Bangkok, insieme ai miei compagni di viaggio e di vita (nel caso fosse necessaria la distinzione) l’afa ci ha violentemente abbracciato, come uno zio del sud che non vedi da tanto tempo. Le sfortunate magliette che indossavamo quel giorno sono rimaste ammazzate dal sudore, schiacciate tra le spalline dello zaino e la pelle. La prima impressione che ebbi di Bangkok fu paurosa, ma arrivare di notte in una città è sempre un bene, è come quelle rare volte in cui le persone mettono in chiaro fin da subito i loro punti deboli, i loro difetti e i loro vizi. La città è decisamente sporca e maleodorante, un centro commerciale a cielo aperto il cui personale di pulizia è perennemente in sciopero. La frenesia è la routine, ci si urla offerte imperdibili, si trattano i centesimi, si ruba, si vende il sesso e si paga non solo per assaggiare, ma anche solo per fotografare, i famosi insetti fritti. Già, perché in questa città ogni cosa è ormai in vendita, e hai la netta e chiara impressione di essere un cliente più che un turista, un pinocchio nel paese delle meraviglie incastrato da un Mangiafuoco dagli occhi a mandorla. Bangkok è tuttavia un fatiscente, e decisamente trash, spettacolo che ognuno di noi dovrebbe vedere almeno una volta, provando a notare che tutti i difetti e i vizi che questa città canta allegramente, sono in realtà presenti in molte delle nostre città, nascoste da pudore e tabù.

Trascorsi 4 giorni dal nostro arrivo, abbiamo fermato un tuk-tuk sulla strada, contrattato il prezzo, caricato i nostri zaini e indicato all’autista sdentato di condurci alla stazione dei treni, eravamo diretti a nord, la direzione opposta a quella della nostra meta finale.

Viaggiare sul treno notturno Bangkok-Chiang Mai mi ha dato l’impressione di scappare da qualcosa, muoversi di notte fa a molti questo effetto. Svignarsela mentre tutti dormono, e la mattina dopo lasciarli rendere conto che ormai è troppo tardi per fermarti. Questa sensazione di fuga, è resa ancora più romantica dai paesaggi tagliati dalle rotaie del treno; giungle, risaie e villaggi rurali. Il finestrino del treno illuminato dall’alba diventa lo schermo di un bellissimo documentario chiamato Thailandia. Dopo 12 ore siamo arrivati a Chiang Mai. Usciti dalla stazione tutto è sembrato più tranquillo, meno trafficato, meno afoso e meno affollato. In altre parole, meno Bangkok. Nei giorni che abbiamo soggiornato qui ci siamo piacevolmente imbattuti in una cordialità autentica che non avevamo ancora colto in Asia. Non che nella capitale fossero inospitali, ma come già si detto avevi sempre l’impressione che fossero buoni e gentili fino a quanto vedevano in te la speranza di poterti spillare qualche soldo, venuta meno questa speranza ti ignoravano e passavano al successivo turista-cliente del mercato mondiale. Tutto in questa città nord thailandese si muove lentamente, ci sono decine di templi e forse questa spiritualità, preservata con lungimiranza, ha mantenuto nei suoi abitanti antichi valori, una volta pilastri della cultura Thai.

Trek nella giungla, Chiang Mai
Trek nella giungla, Chiang Mai

Abbiamo avuto anche la fortuna di dormire una notte nella giungla delle montagne intorno a queste città, e trovare, camminando tra le sterminate risaie che si incontrano nel percorso, alcuni villaggi in cui la tecnologia non è ancora arrivata e dove sembra che la serenità non sia ancora svanita. Prima di tornare verso sud, abbiamo deciso di fare una gita giornaliera a Chiang Rai, una città che tutti associano a Chiang Mai, ma che in realtà dista 4 ore di macchina. La gita è stata irrimediabilmente rovinata da una guida opportunista che ha tentato di rifilarci ogni attrazione che la città offrisse. In 10 ore abbiamo visto il White Temple, un tempio moderno al cui interno sono affrescati personaggi come Doremon, Batman e Obama, il villaggio dei long neck (l’antica tribù le cui donne indossano anelli al collo per far si che esso si allunghi) dove potevi simpaticamente fare una foto ricordo con una delle donne in questione, indossando anche tu dei finti anelli di plastica ed entrando così a far parte di questo teatrino kitsch costruito ad hoc per il turista. La gita prosegue con un giro in barca sul fiume Mekong per vedere il Golden Triangle, un lembo di terra tra Laos, Myanmar e Thailandia, dove i trafficanti di oppio commerciano impuniti usando come valuta l’oro. Finito il tour abbiamo pure fatto tappa in Laos per qualche minuto, giusto il tempo di fare un giro tra le bancarelle che non possono mai mancare. Questa esperienza giornaliera è riuscita a concentrare in poche ore quello che è il dramma e allo stesso tempo la molla del progresso di questo paese: prendere una cosa, renderla vendibile e rifilarla al primo turista allocco che passa. Le visite guidate in questi paesi, e non solo, sono 9 volte su 10 una pessima, pessima, pessima idea. Gli affari e gli interessi talvolta scavalcano la cultura e la storia di un paese, sta nel viaggiatore cercare di trovare la realtà, e apprezzarne il fascino.

Dopo esserci riempiti gli occhi di montagne e giungle, di metropoli e campi di riso, abbiamo sentito il bisogno di avvicinarci al mare, e progettando il minimo indispensabile siamo saliti sullo stesso treno con il quale eravamo arrivati, ma nella direzione opposta, verso il mare, verso le isole del golfo del Siam, verso il sud. Tra il primo gradino delle scalette per entrare nel vagone e la sabbia delle spiagge ci sono state varie tappe e diversi mezzi di trasporto, per 3 giorni di viaggio senza tregua on the road.

Alba osservata da uno dei templi di Ayutthaya
Alba osservata da uno dei templi di Ayutthaya

Viaggiando verso sud, abbiamo fatta tappa ad Ayutthaya, una città situata proprio sopra Bangkok. Siamo arrivati in quella che è l’ex capitale della Thailandia alle cinque del mattino, con il buio che stava per cedere il passo alla luce. La città era deserta ma non dava il benché minimo senso di pericolosità, appena scesi dal treno abbiamo ingaggiato un tuk-tuk e iniziato così il giro dei templi antichi, cogliendo al volo l’occasione di osservare la bellezza dell’alba che sorge sopra i pezzi di storia che la città orgogliosamente mette in mostra. Abbiamo speso qui una giornata circa, all’imbrunire ci siamo rimessi sulle rotaie verso la stazione di Bangkok, dove avremmo cambiato il treno per salirne su un altro diretto alla città portuale di Surat thani. Qui un traghetto ci stava aspettando per condurci a Koh Phangan, un meraviglioso paradiso naturale che sembra un mondo lontano da quello di una Thailandia ristrutturata dal denaro.

In ogni viaggio di questo tipo arriva il giro di boa, la boccata d’aria prima di tornare in cammino. Per noi, i polmoni di questo viaggio sono stati due isole. Ci siamo imbattuti per primi in Koh Phangan, che ci ha accolti e rimesso in sesto, un’ oasi che a tratti ci è sembrata quasi un miraggio, ma della quale ci porteremo un ricordo vivido. Quest’isola a detta dei suoi abitanti è il perfetto mix tra intrattenimento e pace dei sensi. Detta in altri termini, tra Full Moon party e yoga. C’è chi attraccato al porto ha buttato l’ancora ed è rimasto, come Francesco, un ragazzo che 2 anni fa, poco più di ventenne, ha deciso di strappare il biglietto di ritorno per Roma e di aprire un ristorante. Questo ragazzo si sveglia ogni mattina e va a pescarsi il pesce da solo, lo porta al ristorante e lo cucina con la sua compagna birmana. I due parlano un misto tra inglese, italiano, thailandese e birmano, ma si amano soprattutto con i gesti. A dire ciò è proprio lui, Francesco, nostro coetaneo che in poche battute ci ha sbandierato in faccia come la via per la felicità e la realizzazione spesso corre su binari lontani da quelli sui quali siamo abituati a immaginarcele Per quando tu ami casa tua, il tuo lavoro, tua moglie o il tuo animale domestico, per quanto tu sia radicato e legato alle tue origini, quest’isola anche solo per un istante, ti farà mettere tutto in dubbio, ti tenterà; lo farà con il tramonto che potrai osservare dalla terrazza dell’Amsterdam bar, attraverso i trek nella giungla, con le sue paradisiache spiagge che si estendono sulla costa e ancora attraverso la serenità delle persone che la popolano. Sta a noi decidere se cedere o meno alla tentazione.

Trascorsi 7 intensi giorni abbiamo ripreso il mare, dirigendoci verso Koh samui, isola nota a tutti per la sua vita notturna e i vizi che vi racchiude. Pur avendo vissuto per lo più nei pressi della spiaggia più famosa (Chaweng) abbiamo subito notato quando l’isola fosse avanzata rispetto a Koh Phangan, molto più abituata al turismo e al turista, e quasi adattata alla sua presenza, come un animale selvatico che si abitua all’invadenza dell’uomo. Chi è in cerca di divertimento non rimarrà deluso da quest’isola, che tra i mille locali e i tantissimi ragazzi che la animano non lascia spazio alla noia, sarebbe tuttavia interessante poter vedere questo posto prima della sua esplosiva popolarità, prima che l’uomo invadesse il suo habitat.

Bottle beach, Koh Phangan
Bottle beach, Koh Phangan

Il viaggio è proseguito poi oltre il confine Malese, scendendo fino ‘in Indonesia per poi concludersi a Bali. Come promesso mi fermerò qui, facendo prima un’ultima considerazione sulla Thailandia. L’accessibilità dei voli e l’apertura al turismo degli ultimi anni è stata, a seconda dei punti di vista, essenziale quanto letale per questo paese, un museo stregante e affascinante il cui prezzo del biglietto è stato drasticamente ridotto, ma le cui bellissime installazioni, quadri e sculture sono state sostituite da poster e cartoline. Economiche da produrre e facili da svendere. Tra tutte le contaminazioni che questo paese ha subito negli anni, nonostante il progresso e il turismo abbiano drasticamente mutato il DNA di questo popolo, è ancora possibile vedere attimi di autenticità, in ricordo di un passato che possiamo solo leggere sui libri, ma così affascinante e misterioso da echeggiare per sempre. 

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