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Con il film “Ameluk” Mimmo Mancini segna il suo esordio alla regia cinematografica, allo stesso tempo interpretando la parte di uno dei protagonisti delle peripezie che compaiono in questa storia che potrebbe essere vera. Scrivo potrebbe perché è lo stesso autore a definire possibile la propria ispirazione. “Tratto da una storia vera”, in questo caso, dopo aver preso visione del film, è un elemento superfluo. Lasciate che vi racconti qualcosa.

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Mancini, con una commedia che tocca argomenti sensibili come l’integrazione e il razzismo, riporta ovviamente uno spaccato della nostra società odierna. Nato a Bari, il regista ambienta la sua storia a Mariotto, un paesino della Puglia, sicuramente perché il folclore della gente del sud aiuta ad esprimere i temi che lo stesso ha deciso di trattare. Il film, forse a causa delle poche risorse economiche, non è originale e tocca alcune tematiche in modo pressoché scontato. Nonostante la commedia sia simpatica e faccia ridere senza l’ausilio di nessuna volgarità, l’ilarità che provoca si basa su un concetto d’ignoranza che, in fin dei conti, è alla base della non-integrazione e del razzismo. Un concetto di ignoranza, però, che troppo spesso sembra essere confinato al sud-Italia, perché il dialetto stretto o la poca apertura mentale dei paesini che contano poco più di 1000 abitanti sono l’arma che viene sempre usata per esprimere proprio il concetto di razzismo. Essendo la recensione di un film che, tutto sommato, mi ha fatto ridere, non incomincerò un soliloquio politico e sociale sul perché non sono d’accordo con quanto ho scritto sopra. Confido solo nella coscienza delle persone che sono ben consapevoli del Paese in cui viviamo.

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Il Venerdì santo è, in questo paesino, un giorno di raccolta. La via crucis è l’evento dell’anno poiché vi sono attori trasvestiti da romani, apostoli, pie donne e, dulcis in fundo, c’è anche Gesù che sfila con la sua croce. Ameluk (Mehdi Mahdloo Torkaman), proprietario di un internet point nel centro del paesino, di fronte al bar del candidato sindaco Mezzasoma (Mimmo Mancini, “trmon” a tutti gli effetti), aiuta il parroco con gli ultimi preparativi. È un musulmano sposato con una donna italiana, con un bimbo piccolo; un uomo gentile, un padre di famiglia, sincero, buono e disponibile. Per il candidato sindaco Mezzasoma, però, è un usurpatore, un villeggiante che non ha diritto di vivere nel loro paese, un terrorista. Durante gli ultimi ritocchi, colui che doveva interpretare la parte di Gesù (Paolo Sassanelli) inciampa in un incidente di percorso ed è costretto a cedere la parte. L’unico uomo disponibile ad interpretare quel ruolo è Ameluk: un musulmano nei panni di Gesù. Ovviamente per tutti gli spettatori di fronte la Chiesa quella scena è un affronto, una blasfemia, una bestemmia.

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Dopo questo spiacevole spettacolo, Ameluk si ritrova al centro di un girone mediatico che lo costringe a candidarsi come sindaco, contro quel Mezzasoma la cui politica, per audience e popolarità, priva di un briciolo di programma politico, si baserà totalmente sul contrastare l’avversario straniero ad ogni costo, con ogni menzogna e con ogni sotterfugio possibili.

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La vita di Ameluk è circondata da persone che si approfittano della sua bontà, di persone che addirittura non la reputano abbastanza e ne pretendono di più. In primis, la figura più negativa a lui accostatasi è la moglie Maria (Claudia Lerro): spocchiosa, arrogante, cafona, pesante e opportunista; è innamorata più della buona reputazione che del marito e quando può, con una scusa, se ne libera senza ripensamenti. Nel corso della storia, quando lei e la madre si renderanno conto del potere mediatico di Ameluk, tenterà di riprenderselo; ma l’uomo, forte, deciso ed intelligente, la respingerà. Arafat (Dante Marmone) è un personaggio bizzarro e fortemente carismatico; un militante comunistoide che utilizza gli slogan degli anni 70 per esprimersi, che vive in un centro sociale e coltiva, dietro un falso muro, marijuana. Un clichè. Arafat, conosciuto il ragazzo, crede che sia il nuovo profeta, il nuovo leader politico del paesino, colui che si occuperà di proletariato e manifestazioni. Rita (Francesca Giaccari) è una donna molto sensuale e innamorata di Ameluk, l’unica capace, insieme al padre ebreo (Cosimo Ciniero), di rendersi conto dei problemi e dei dispiaceri del giovane, di considerarlo una persona a prescindere da qualsiasi sia l’estrazione sociale e religiosa. La sorella, il cognato e l’amico di Ameluk passano il tempo nella loro attività tramite la quale vendono kebab (uno dei protagonisti indiscussi del film per tutte le volte che è stato nominato); sono concentrati solo su loro stessi, sul loro lavoro, sulle loro difficoltà ad integrarsi, sulle loro “motivazioni”; in modo altalenante cercheranno di sfruttare la popolarità del giovane per tornaconto personale.

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Come una qualsiasi commedia, c’è sempre il lieto fine. Tutto torna al suo posto, anzi, addirittura meglio: da una quasi guerra civile, dopo l’ultima scena in cui Ameluk (stanco e rassegnato) affronta un discorso a cuore aperto con i suoi paesani dentro la Chiesa, ci troviamo a distanza di un anno in un luogo quasi idilliaco, dove in qualche modo le barriere sono state superate, ed ogni abitante è al suo posto a fare ciò che avrebbe sempre dovuto fare dall’inizio. L’ilarità che suscita il film è frutto, appunto, del tipico atteggiamento del sud, plateale e forte, senza inibizioni e senza vergogna, simpatico e sincero. Ciò significa, a mio modesto parere, che calcare la mano su un aspetto come l’ignoranza è stato troppo, è stato un di più perché la solarità degli abitanti del sud sarebbe bastata.

Si ringrazia il Cinema Galliera senza il quale questa recensione non sarebbe stata possibile.

 

 

 

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