In Islanda: imparare una nuova lingua, ovvero tornare bambini

Prima tappa di un reportage sull’Islanda: le gioie e le difficoltà del fare un corso di islandese

Af hverju vilt þú læra íslensku? Mi sento domandare all’improvviso, dopo aver appoggiato un piccolo dizionario e un quaderno per gli appunti sul banco. Af því að…. Íslenska er gamalt tungumál, balbetto un po’ intimorita dallo sguardo delle persone che mi circondano. Perché vuoi studiare islandese? Perché è una lingua antica… Purtroppo nella mia lingua madre questa motivazione suona improbabile e scoordinata.

L’islandese è una lingua indoeuropea del gruppo delle lingue germaniche, si legge su Wikipedia. Tra le lingue scandinave, è quella che più è rimasta invariata nei secoli, per ovvi motivi d’isolamento dell’isola dei ghiacci. Il norvegese, lo svedese, il danese: loro hanno tutte perso buona parte della struttura grammaticale e al tempo stesso acquistato un vocabolario influenzato dalle lingue neolatine. La lingua islandese è rimasta così invariata, dicono, che con un po’ di sforzo in più si possono leggere le saghe in norreno – ma è bene quantificare quel po’. Purtroppo, non ho la minima idea delle storie narrate nelle saghe. In islandese scriveva Halldór Laxness, vincitore del premio Nobel nel 1955, di cui non ho mai letto un libro. In islandese cantano, a volte, i Sigur Rós, quando non s’inventano le parole. Mentre osservo la neve sulle montagne fuori dal finestrino dell’autobus, la solita, chatwiniana domanda mi perseguita: cosa ci faccio qui? La risposta è ancora più inusuale: voglio studiare questa lingua.

La scuola di Núpur

Sono a Núpur, sperduta località sul Dýrafjörður, nei fiordi Ovest d’Islanda. Qui, tra la montagna e il mare, ci sono solo tre edifici bianchi e una piccola chiesa. Qualche chilometro prima, una fattoria e un giardino botanico; qualche chilometro dopo, la strada diventa sterrata e si perde verso il sole all’orizzonte. Nel 1907 un certo Sigtryggur Guðlaugsson, pastore protestante, fondò qui una scuola per i figli dei contadini che faticavano su questa terra fredda e ostile. La scuola fu per decenni il simbolo del sistema educativo nazionale e, nonostante la lontananza dalla capitale, ospitava ogni anno decine di studenti. Cammino per i lunghi corridoi che dividono le aule e mi sento osservata dai loro volti nelle fotografie di classe, come un dejà vú del film L’attimo fuggente. In ogni decade s’osservano diversi tagli di capelli, che raggiungono il massimo della loro lunghezza negli anni settanta, e a partire dall’inizio degli anni ottanta si nota un lento sfoltirsi del numero degli alunni. La scuola, infatti, fu chiusa negli anni novanta e da allora è un albergo estivo. Se non fosse che l’Háskólasetur Vestfjarða, ovvero l’Università dei Fiordi Ovest, organizza ogni anno un corso di lingua per studenti universitari. Così mi ritrovo insieme a una trentina di ragazzi da tutto il globo, ai confini del mondo conosciuto, ognuno con un dizionario islandese-qualcos’altro e ognuno con una diversa motivazione. Voglio imparare la lingua dei miei nonni, dice una giovane americana, nipote di pescatori islandesi emigrati verso la costa atlantica più fortunata. Voglio poter leggere le saghe norrene, dice un ragazzo che evidentemente ne conosce il valore letterario. Voglio studiare geologia qui, commenta una studentessa di fisica. Ognuno ha i propri motivi e ognuno cerca di spiegarsi, con fatica, alla domanda: af hverju vilt þú læra íslensku?

Núpur

Studiare una nuova lingua è come tornare bambini: le proprie capacità espressive si azzerano e quindi bisogna lentamente ricostruirsi un vocabolario elementare per dire: mér liður vel í dag, sto bene oggi, oppure (molto importante) það er skitaveður!, che tempo di merda! Non si hanno più a disposizione i modi di dire dell’italiano o dell’inglese, né le loro parole d’origine greco-latina, nelle quali ci rifugiamo perché troviamo il conforto del significato conosciuto. L’islandese non ha (quasi) prestiti lingustici. Il telefono è sími, il computer è tölva, un’idea è hugmynd (che, letteralmente, significa “immagine nella testa”). Elettricità si dice rafmagn (da raf, “ambra”, con la stessa etimologia della parola greca elektron); filosofia è heimspeki, “saggezza del mondo”. Davanti a queste parole e alla loro pronuncia secca e sincopata ci si blocca, s’inciampa, si balbetta. Inoltre, studiare islandese è come tornare al liceo: si declina tutto e ci sono i soliti tre casi, maschile-femminile-neutro. Così si scopre che la declinazione di fiordo è fjörður, fjörð, firði, fjarðar, e in base al verbo o alla preposizione utilizzata è necessario utilizzare il caso corretto. Due volte alla settimana un bus ci porta da Núpur a Ísafjörður, paesino di duemila e seicento anime che rappresenta la capitale di quest’area, in cui abita meno del 2% della popolazione di tutta l’isola. Solo dopo aver studiato le declinazioni capisco perché il nome del paese non è sempre uguale: við förum til Ísafjarðar, andiamo a Ísafjörður (perché til richiede il genitivo), þegar við vorum á Ísafirði, mentre eravamo a Ísafjörður (perché lo stato in luogo richiede il dativo) – gli islandesi parlano così, e declinano anche i nomi propri, e allora non ci si capisce più nulla. Ég tala við Sofiu, dice il professore facendo un esempio in classe. Bisogna essere precisi, altrimenti il significato si sbriciola tra i denti mentre si cerca di pronunciare diversamente le strane rimanenze d’un alfabeto che non esiste più, ovvero eth (ð) e thorn (þ). Bisogna ricordarsi le svariate regole di pronuncia: il suono secco che trasforma ll in [tl] e fn in [pn]. Non a caso il famoso nome del vulcano Eyafjallajökull è diventato un noto scioglilingua e una buona ragione per gli islandesi per ridere di tutti i giornalisti che ne annunciavano l’eruzione nel 2010.

Per migliorare la nostra pronuncia, cantiamo ogni settimana delle canzoni folk in un coro e guardiamo di continuo alcuni video comici di Jón Gnarr, ex sindaco di Reykjavík ed ex studente della scuola di Núpur. Per capire meglio la solitudine di queste valli, dove tutti conoscono i segreti degli altri e gli inverni sono lunghi, guardiamo alcuni film (kvikmynd – immagine veloce) girati in questi paesini silenziosi. Per meglio comprendere l’intricata vicenda della Gísla Saga, ambientata su questo stesso fiordo più di mille anni fa, tracciamo sulla carta l’albero genealogico della famiglia dell’eroe, e così comprendo che la storia norrena non si discosta molto dalle tragedie greche: la famiglia, la vendetta, il destino. Lentamente decifriamo sempre meglio il luogo in cui viviamo e le domande che ci vengono fatte e, soprattutto, riusciamo a spiegarci con più dettagli e a sembrare sempre meno bambini, persi nella lunga luce d’estate. Lentamente troviamo il filo d’Arianna che connette i suoni e le parole e dà loro un significato preciso. La soddisfazione più grande è chiedere indicazioni per strada all’anziana che passa e capire la risposta; comprendere qualche dialogo sull’autobus a Reykjavík o riuscire a leggere i titoli dei giornali la mattina.

L’islandese è parlato da poco più di trecentomila persone in tutto il mondo: è meno diffuso del dialetto della mia città. Prima di prendere l’aereo per Reykjavík, molti mi hanno detto: una lingua più utile, no? Perché non studi il francese o il tedesco? Forse avevano ragione. Non credo che avrò molte occasioni di parlare islandese in Italia (anche se ho comprato i libri di Laxness e di Stefánsson, e una copia della Gísla Saga, e alcuni libri di poesie, e anche Il piccolo principe in edizione locale – e ora capisco quando Jónsi dei Sigur Rós canta nella sua lingua o emette solo lamenti in falsetto). Però ho preso lo stesso quell’aereo e ho scoperto che, più di chiunque altro, aveva ragione Borges, quando scriveva:

Islandia, te he soñado largamente / Desde aquella mañana en que mi padre / Le dio al niño que he sido y que no ha muerto / Una versión de la Völsunga Saga / Que ahora está descifrando mi penumbra / Con la ayuda del lento diccionario. / Cuando el cuerpo se cansa de su hombre, /Cuando el fuego declina y ya es ceniza, / Bien está el resignado aprendizaje /De una empresa infinita; yo he elegido /El de tu lengua, ese latín del Norte / Que abarcó las estepas y los mares /De un hemisferio y resonó en Bizancio / Y en las márgenes vírgenes de América. / Sé que no lo sabré, pero me esperan / Los eventuales dones de la busca, / No el fruto sabiamente inalcanzable. / Lo mismo sentirán quienes indagan / Los astros o la serie de los números… / Sólo el amor, el ignorante amor, Islandia.

M’immagino l’anziano scrittore argentino, quasi cieco e curvo sul dizionario, che tenta di studiare questo latino del Nord, consapevole che non lo saprà mai, ma certo che i probabili doni della ricerca lo stiano aspettando. Così è per me, che non studio lingue all’università e dopo tre settimane mi manca il buon espresso del bar sotto casa: so che non lo saprò, ma poco importa, perché ciò che conta sono gli imprevisti della ricerca; ciò che conta è essere curiosi, chiedersi il perché di una certa etimologia (El que descubre con placer una etimología, diceva sempre Borges), cercare di capire una storia anche senza sottotitoli.

Tramonto sul Dýrafjörður

Per la prima volta, non sono tornata da un viaggio solo con una manciata di fotografie e qualche souvenir, ma con un’intera grammatica nella testa, che continuerò a studiare nonostante la sua inutilità pratica – perché la gioia è leggere una poesia e capirne il senso, confrontarsi con chi abita in altri luoghi di questo pianeta e imparare una lingua solo per il piacere di farlo.

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