Indonesia, un paese incomprensibile

“Affamati abbiamo poi volato sul Mar Cinese Meridionale verso le lontane isole Indonesiane, salutando la Malesia dall’ alto e dirigendoci, impreparati, verso le bellezze che avremmo scoperto nei luoghi e nelle persone che stavamo per incontrare nell’ ultima fase del nostro viaggio”

Ci siamo lasciati con queste parole qualche mese fa, quando ho interrotto la narrazione del mio viaggio nel sud-est asiatico. Il motivo principale dell’ interruzione, tra i tanti, è che mettere il punto di fine al resoconto di un viaggio è difficile, significa terminarlo una seconda volta, fare i bagagli e tornare a casa definitivamente. Tuttavia, rileggendo gli appunti scritti sul mio diario e riguardando le foto ormai datate, ho deciso che fosse giunto il momento di fare le valigie per l’ultima volta e terminare anche questo viaggio di parole.

Come preannunciato negli articoli su Thailandia e Malesia, l’ultimo paese-tappa di questo mio viaggio durato un’estate intera, è l’Indonesia; un paese tanto bizzarro quanto meraviglioso. Stando alle stime ONU, questa nazione conta circa 230 milioni di abitanti, guadagnandosi il quarto posto al mondo per popolosità dopo Cina , India e Stati Uniti. Pur essendo un cittadino della terra su trenta di nazionalità indonesiana, questo paese e la sua gente sono scarsamente conosciuti e quasi per niente considerati a livello internazionale. I motivi che spiegano questo paradosso sono molteplici, ma il più indicativo è che gli indonesiani non emigrano. Essendo la loro patria frammentata tra centinaia di etnie e culture diverse, se un cittadino indonesiano non si trova bene nell’isola o nella regione nella quale è nato, può comodamente muoversi verso un’altra zona del suo stesso paese abbracciando uno stile di vita completamente diverso. Elizabeth Pisani, epidemiologa e giornalista statunitense, nonché profonda conoscitrice di questo paese, non manca di sottolinearlo:

L’Indonesia è una nazione improbabile: 13466 isole abitate da più di 360 gruppi etnici che parlano 719 lingue diverse”

Questa terra è un’infinita serie di contraddizioni, basti pensare che possedere uno smartphone ed essere iscritti ad un social network è diventata una consuetudine ormai diffusissima (la città di Jakarta twitta più di ogni altra città sulla terra e l’Indonesia conta 60 milioni di utenti Facebook), ma, allo stesso tempo, 80 milioni di indonesiani non dispongono di energia elettrica e 110 campano con meno di due dollari al giorno. L’Indonesia è un paese incomprensibile, e nonostante abbia fatto del mio meglio, non ci ho capito quasi niente. Di ciò, tuttavia, ho preso coscienza solo una volta tornato, attraversandolo tutto sembrava avere perfettamente senso.

JakartaNemmeno il tempo di accorgerci di essere in volo sul mare cinese meridionale e di aver lasciato Singapore che ci siamo ritrovati in fila per un taxi all’ aereoporto di Jakarta; l’Indonesia si presentava a noi per la prima volta come un parcheggio pieno di taxi, un cielo grigio e migliaia di clacson che litigavano incessantemente. Non so i miei compagni di viaggio, ma ricordo che non appena atterrati, ho percepito uno strano senso di vergogna, mai provato prima. Quando ci si abitua a viaggiare via terra non ci si sente quasi in diritto di fare una tratta così lunga in così poco tempo, di prendere aerei. Il rapporto con le distanze in viaggi di questo tipo è qualcosa di fondamentale, si crea una sorta di legame tra la strada percorsa e colui che la viaggia; dopo le fatiche e gli imprevisti del percorso, una volta arrivati, si ritrova il diritto al riposo, godendosi l’impalpabile riconoscenza di chi ci aspetta . Scegliemmo di prendere l’aereo dal momento che, dopo aver valutato le alternative possibili, l’unica altra soluzione papabile sarebbe stata una traversata di quattro giorni in mare a un prezzo esorbitante. Così, un po’ meno soddisfatti del solito, siamo arrivati nella capitale Indonesiana, collocata nella parte ovest dell’isola di Giava.

Durante il viaggio eravamo soliti chiedere consigli riguardo ai posti che saremmo andati a visitare alle persone che incrociavano la nostra strada. Quasi la totalità di quelli che si erano fermati in Indonesia ci hanno vivamente sconsigliato di fermarci a Jakarta. Noi, arrivati nella capitale all’alba, abbiamo voluto dare una possibilità a questa città e, pur non sembrando esserci nulla di allettante da visitare, ci siamo decisi a salire su un taxi e a farci guidare dal conducente nel luogo secondo lui più bello da vedere in città. Il tassista, che non parlava una parola di inglese, ci ha portato in lussuoso centro commerciale. In altre condizioni non sarei nemmeno sceso dalla macchina, ma dopo aver attraversato il traffico di Jakarta su un taxi senza aria condizionata e circondato da grattacieli grigi e smog, quella del centro commerciale mi è sembrata tutto sommato un’ottima idea. Non ricordo nulla del tempo trascorso quel pomeriggio, ricordo solo che una volta arrivata sera abbiamo deciso all’unanimità di farci portare alla stazione dei treni e di lasciare la città.

La capitale che abbiamo visto noi è una città grigia e orribile, mangiata dalla globalizzazione e dall’inquinamento, affollata di macchine e congestionata in ogni suo angolo, molto più di ogni altra città vista fino a quel momento. Tuttavia questa è stata solo l’impressione che abbiamo avuto, non possiamo dire veramente di aver visitato la città né di esserci spinti oltre la prima impressione. Onestamente? Non ne avevamo voglia. Forse semplicemente non ci meritavamo di essere arrivati a questa tappa, o forse, ancora più banalmente, la città faceva davvero schifo. Quello che è certo è che non vedevamo l’ora di abbandonarla e dopo nemmeno ventiquattro ore dall’arrivo eravamo già su un treno che ci stava portando altrove.

L’ “altrove” in questione, era una città situata al centro dell’isola di Giava, consigliataci da una ragazza belga davanti a un falò nella giungla del nord thailandese. Il nome della città ci era suonato ignoto dal primo momento in cui l’abbiamo sentito pronunciare: Yogyakarta.

Studentessa intenta a pitturare una tela con la tecnica del batik.

Yogyakarta. Yogya” è come le persone del luogo chiamano questa città, che si trova nel cuore dell’isola di Giava. Dopo il fastidioso ordine di Singapore e il grigiore tossico di Jakarta abbiamo qui ritrovato quella confusione genuina alla quale ci eravamo piacevolmente abituati. Centinaia di motorini, pichà, auto e bus con abilità olimpiche si schivano su strade sterrate sulle quali l’istinto e i riflessi valgono molto di più del significato di un cartello stradale. I gruppi di musicisti che suonano sui marciapiede utilizzando strumenti improvvisati sembrano colorare di musica il fumo grigio delle marmitte, rendendo l’atmosfera cittadina una forma d’arte contemporanea. L’arte, infatti, è qualcosa di ricorrente in questa città, considerata il centro culturale giavanese. Oltre alla rinomata reputazione musicale e teatrale, ciò che rende Yogyagarta famosa sono le antiche scuole di apprendimento dell’arte del batik, una particolare tecnica di pittura del tessuto che, applicata nel modo giusto, dà vita a meravigliosi disegni tradizionali. Abbiamo avuto la fortuna di assistere alla realizzazione di una tela da parte di una studentessa all’opera imparando che la pazienza e la precisione sono doti imprescindibili per potersi cimentare in quest’antica tecnica.

Il centro di Yogyakarta è relativamente piccolo e la maggior parte dei luoghi da visitare è a portata di piede: il mercato cittadino e quello di animali, il palazzo del sultano, i templi di Borobudur e Prambanan e la parte antica della città. La slogan dei mercanti del sud-est asiatico “tutto si può vendere” è un diktat anche qui: nei mercati cittadini si può trovare qualsiasi cosa, da pitoni lunghi 4 metri a vecchie audiocassette di canzoni di Riky Martin (non so onestamente quale dei due goda di maggior fortuna).

Per visitare le spiagge rocciose sulla costa è invece necessario prendere un mezzo di trasporto; le più vicine distano circa quaranta minuti, ma per vedere le più belle, quelle della baia di Gunung Kidul, è necessario guidare per circa un’ora e mezza; inutile dire che ne vale assolutamente a pena: sono uno spettacolo della natura e, nei giorni giusti, ci si può godere la potenza del mare e sentire gli spruzzi delle onde che si spaccano sugli scogli anche a 20 metri di distanza. La prima impressione è stata che non fossero molti i turisti ad arrivare fino a qui, impressione che ha trovato conferma quando le famiglie sulle spiagge e i commercianti del posto hanno iniziato a chiederci di scattare foto insieme a loro per ricordo; erano talmente tanti che nel giro di poco tempo si era creato un gruppo di curiosi intorno a noi che non voleva perdersi l’evento eccezionale (imbarazzo).

Sono le persone del luogo la cosa più sorprendente ed emozionante che abbiamo visitato in città. Una famiglia in particolare, la famiglia Seitawan ci ha accudito e preso sotto la sua ala facendoci entrare, per il tempo dei pochi giorni che abbiamo condiviso insieme, nella sua routine quotidiana. Il modo in cui li abbiamo conosciuti è stato bizzarro: uno di noi una sera era in cerca di qualcosa da mangiare, e, essendo in una zona con pochi ristoranti, ha chiesto informazioni a quella che si potrebbe definire una tabaccheria. I gestori del negozio, padre e madre della famiglia Seitawan, hanno risposto che nei paraggi non avrebbe trovato sicuramente nulla di aperto e lo hanno invitato in casa loro cucinando per lui. L’indomani, siamo andati tutti insieme a ringraziarli e a conoscerli; da quel momento hanno insistito per farci da guida della città e offrirci qualsiasi cosa volessimo assaggiare, accompagnandoci addirittura a fare una gita fuori porta al vulcano Mount Merapi, che vigila muto sulla città. Porteremo sempre nel cuore la famiglia Seitawan, che ci ha insegnato la generosità umana sa essere più strabiliante di antichi templi, vulcani, cascate o montagne.

Bali. Questa volta cambiare città e proseguire è stato diverso dalle altre volte, ad accompagnarci alla stazione dei treni di Yogyakarta non è stato un conducente d’autobus o un tassista, ma la famiglia Seitawan. Ci ha aiutato a scaricare gli zaini, a individuare il binario e augurandoci in bocca al lupo ci ha regalato un casco di banane. Il loro affetto quasi materno mi ha riportato a quando i miei genitori da bambino mi preparavano a dovere prima di una gita a scuola, ed è questa l’ultima immagine che ho di questa famiglia, in piedi sulla soglia d’ingresso della stazione a dirmi di fare il bravo e comportarmi bene.

Il treno che ci aspettava era diretto verso l’isola di Bali, l’ultimo passo prima del ritorno in Italia. Quando sai che la tappa successiva è anche l’ultima, il tragitto è sempre silenzioso, nessuno ha molta voglia di parlare e in quel preciso momento il viaggio inizia a finire. Bali è un’isola grandissima e per visitarla tutta ci sarebbe bisogno quanto minimo di un mese. Durante la nostra permanenza abbiamo soggiornato a Kuta e Ubud, le città che rappresentano le due facce di quest’isola mercificata e misteriosa.

 

Tramonto su una spiaggia di Kuta, Indonesia

La prima, Kuta, è svago, divertimento, vita notturna e abbondanza di giovani provenienti da ogni parte del mondo, interessati solo a bere e ad abbordare ragazze. Se non avessi scoperto il surf sulle sue spiagge, sarei fuggito da questa città dopo una notte, ma credetemi, il surf fa la differenza. La giornata tipo a Kuta partiva presto, colazione in ostello e poi dritti in spiaggia, sulla quale è possibile noleggiare una tavola tutto il giorno per pochi euro. Tra un’onda e un’altra si mangiava qualcosa low-cost dalle bancarelle delle signore balinesi – 0,20 centesimi di euro per un piatto enorme con riso, verdure, uova, e molte altre cose non identificate- si beveva qualche birra si aspettava con tranquillità il tramonto viola della sera e, subito dopo cena, si andava a letto per svegliarsi carichi la mattina dopo.

La seconda città, Ubud, è considerata il centro spirituale dell’isola e non ha nulla a che vedere con la prima: è situata nell’entroterra, è ricoperta di verde e ogni casa ha le sembianze di un tempio. L’età media dei visitatori si alza notevolmente, e il turista-tipo di questa città è la ragazza che viaggia da sola e legge Tolstoj sorseggiando un thè verde sotto la veranda di un bistrot (sentendosi molto Julia Roberts in “mangia prega ama”). Per visitare la città abbiamo noleggiato la bicicletta, è stato decisamente stancante, ma bellissimo: le risaie a terrazzo e la natura dirompente fanno da cornice alle lunghe strade che collegano un luogo all’altro, costeggiate da negozi di fine artigianato balinese la cui bellezza ti obbliga a smettere di pedalare ogni 500 metri. Un’altra esperienza stancante ma sensazionale è stata il trek notturno sui fianchi del vulcano Mount Batur per contemplare l’alba dalla sua cima alta 1.700 metri; nell’attimo in cui le nuvole si aprono e il sole nasce dalla terra l’aria rarefatta sembra ricaricarsi di ossigeno, e riempirti i polmoni di una grandezza che non puoi portarti a casa dentro la valigia.

Risaie a terrazzo, Bali

Dopo Ubud, per questione di comodità, abbiamo passato un’altra notte a Kuta per poi prendere l’aereo che ci avrebbe rispediti a casa da Denpasar il giorno successivo. Vorrei saper raccontare in modo avvincente quello che ho provato mentre facevo la fila al check-in prima di imbarcarmi, mentre realizzavo che stavamo davvero lasciando l’Asia, ma il tempo ha reso quelle emozioni nostalgia, e dirvi che provo semplicemente nostalgia per quei paesi, quelle persone e quell’esperienza non sarebbe abbastanza per concludere come ho in mente questo viaggio di parole che ho intrapreso con voi. Per questo motivo, da buon compagno di viaggio, vi trascriverò nero su bianco le parole che io stesso ho scritto mentre quelle emozioni le stavo ancora provando:

Bali, 19/08/2015

E così salutiamo l’Asia, pronti a volare sui cieli di altri stati dritti verso il nostro cancello di casa. L’Asia, per come l’ho vista io, è un piatto di riso fritto dall’aroma tanto piccante da farti tossire, è un tramonto viola rovinato sul più bello dalla foschia causata dallo smog, è sesso carnale seguito da una rispettosa stretta di mano. E’ islam, Buddismo e Induismo. E’ nasi goreng, keluar, pad thai, nam e spring rolls. E’ puzza di pesce e profumo di incensi, che instancabili si fanno la lotta creando un’odore acre che non si trova da nessun’altra parte del mondo. Dall’Asia si esce confusi, ma ancora più curiosi.”

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