Eva Braun, dopo esserne stata a lungo l’amante, sposa Adolph Hitler alla presenza di Joseph Goebbels e Martin Bormann il 29 aprile del 1945, esattamente un giorno prima di suicidarsi, insieme al consorte, nel bunker di Berlino.

In quella speciale occasione la sposa indossa un vestito nero di seta. Nessuno sa di chi sia la mano che l’ha realizzato, ma la sola esistenza di quell’abito di straordinaria fattura (il preferito del Fuhrer) basta a Mary Chamberlain, docente di storia a Oxford, per iniziare a viaggiare con la fantasia, dando vita al presunto personaggio che si sarebbe celato dietro a quei tessuti così finemente cuciti e a tutti quei dettagli ricercati ed eleganti.

Nasce così il suo romanzo d’esordio: “La sarta di Dachau”.

Pubblicato in Inghilterra nell’aprile del 2015, conquista subito un posto prediletto nelle librerie dei lettori inglesi, scalando rapidamente le classifiche.

E’ oggi venduto in ben ventisei paesi, tra i quali, dal 14 gennaio scorso, c’è anche l’Italia.

E’ stato già scritto molto sulla seconda guerra mondiale, sulla Shoah e i campi di sterminio.

In questo caso la guerra viene però indagata da un altro punto di vista: quello di una comune ragazza. Nessun soldato eroico, partigiano, deportato politico, attivista.

E’ la guerra di Ada Vaughan, giovane londinese, che all’inizio della storia si presenta al lettore appena diciottenne. E’ una sarta ambiziosa, talentuosa e sognatrice, anche in un periodo di scarsa mobilità sociale come quello di fine anni trenta in cui vive: desidera aprire la propria casa di moda, dando libero sfogo al suo estro creativo e mettendo a disposizione il proprio gusto per le donne più raffinate della società.

 

E’ giovane e ingenua Ada e, ingannata da un amore che non è quello che sembra, lascia la propria città natia per recarsi prima a Parigi e, una volta scoppiata la guerra, in Belgio, dove sarà fatta prigioniera e poi internata in una delle abitazioni dei comandanti di Dachau, il primo dei campi di concentramento. Qui l’incontro con Eva Braun, a cui farà da sarta, e l’esperienza di sei lunghi anni di disumana servitù.

Dopo la lunga prigionia, a guerra conclusa, riuscirà a rimpatriare ma le disavventure non saranno finite e la vita non si prospetterà comunque facile per la povera modiste, dal momento che il passato continuerà a bussare alla sua porta.

La resa non sembra però far parte del corredo genetico della giovane.

 

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Il romanzo, come spiega l’autrice, vuole, infatti, essere soprattutto un elogio alla tenacia e punta a evidenziare quanto, dinanzi a pericoli imprevedibili, si possa lottare per la propria sopravvivenza e affermazione, al di là di ogni aspettativa.

La straordinarietà di Ada sta nel considerarsi, e questo a più riprese nella narrazione, una ragazza fortunata. La cosa ovviamente stona all’orecchio del lettore, abituato ad un ben diverso uso del termine, ma, al contempo, permette di misurare quanto sia grande la forza d’animo della giovane, sempre pronta a farsi coraggio e ad andare avanti anche quando la situazione diventa disperata.

 

La storia parte dalla prigionia nazista per divergere poi anche su altri temi, quali il collaborazionismo o lo sfruttamento della prostituzione, questioni che, secondo la scrittrice, è sempre giusto tirare fuori dalla penna.

Ci saranno dunque sviluppi sconvolgenti nel corso della vicenda. Motivo per cui, la prevedibile narrazione delle prime pagine cederà presto il passo a colpi di scena che terranno il lettore incollato al volume fino all’ultima riga.

 

E se, arrivati alla fine, come spesso accade dopo un’appassionante lettura, ci si sentirà avvolti da un acuto senso di smarrimento, non resterà che aspettare il nuovo romanzo in arrivo firmato Mary Chamberlain, ambientato sulle isole della Manica, sotto l’occupazione tedesca. “Tratterà di sopravvivenza, tradimento e”, promette l’autrice, “punterà anche a sovvertire alcuni dei più comuni stereotipi”.

Ottime premesse. Tutto fa presagire che il tempo dell’attesa sarà ben ricompensato.

 

 

 

 

 

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