TRA VESPE VISPE E ZANZARE DI ZANZIBAR: LE MEDITAZIONI FONEMICHE DI TOTI SCIALOJA

 

veduta Scialojana. Disegno di Filippo Sassòli in Toti Scialoja poeta e pittore, 2004, p. 53

Pensiamo a un ramarro.
Di che colore è il nostro ramarro? Il ramarro potrà ovviamente essere di un solo colore, marrone. Inoltre senza dubbio soffrirà di catarro, che curerà bevendo un amaro, magari sopra a un carro. Esplicitiamo ora le operazioni compiute per arrivare a queste conclusioni:

Ramarro – ra = marro —> marro + ne = marrone
Ramarro – r = amarro. —> amarro – r = amaro
“carro” fa rima con “ramarro” e “catarro”
“catarro” – “ta”= “carro”

Combinando le parole ottenute, uno dei risultati possibili potrebbe essere questo:

Un ramarro marrone, su un carro
beve un amaro per il suo catarro.

Abbiamo qui riprodotto con ragionevole certezza, fatta eccezione per la metrica utilizzata, il procedimento col quale Toti Scialoja creava le sue composizioni. Si parte da una parola a caso ricca di particolarità fonetiche, la si scompone in parti e vi si aggiungono o sottraggono lettere per formare nuove parole. Queste si dispongono in versi per creare una nuova poesia. Tali operazioni fonemiche rimandano a una procedura più generale e immediata, che è quello che Scialoja usava (o meglio non usava) realmente: la pura associazione linguistica automatica, che può declinarsi nel caso appena illustrato, come procedere per aggiunte a una parola di partenza, rimescolamenti di lettere o inversioni sillabiche. Tante possibilità quante ne contempli l’inventiva del poeta.
È lo stesso gioco del bambino che, trovata una parola di suo gradimento, la pasticcia, la sgonfembra, la spulagna e così facendo trova altre parole, o per meglio dire, altri suoni o porzioni di suoni che il bambino non sa essere parole, ammesso che lo siano. La curiosità infantile muove le pulegge di questo “meccanismo sonoro” che si innesca spontaneamente. Così, alla ricerca di un significato nel “paesaggio sonoro” che si crea, il bambino scopre il non senso, anche se, non avendo ancora un “senso” a cui fare riferimento, non lo intende tale, bensì come tappa naturale nella costruzione del linguaggio. Dove si ferma il bambino, Scialoja riprende, dando una veste semantica ai suoni di quella prima parola che hanno avviato il processo e situandoli all’interno di una poesia. Consideriamo il seguente esempio:

Una zanzara di Zanzibàr
andava a zonzo, entrò in un bar,
«zuzzerellona!» le disse un tal
«mastica zenzero se hai mal di mar»

Non vi è poesia più minimalista, essenziale di questa: tutto parte da una sola parola, “zanzara”. Dentro c’è “zanz” di “Zanzibàr”, “ar” di “bar”, che rima con “Zanzibàr” e “mar”, e “le “z” di “zuzzurellona” e “zonzo”, che rimanda a “zanz” e “zenz”. “Zenzero” è infine un calco di “zanzara”, cambiano solo le vocali. Potremmo quasi dire che in questo caso, ma i casi simili abbondano, tutta la poesia non sia che un’estensione di “zanzara”. È come se le sue intrinseche qualità fonetiche venissero estrapolate e sviluppate in altre parole, in un processo virtualmente senza fine. Si rivelano così corrispondenze nascoste ed evidentissime una volta svelate, inaspettate sovrapposizioni, sorprendenti sotto-insiemi, rime fulminanti.
Nel rapporto coi suoi stessi suoni, coi suoi fonemi, la parola si rivela ed esplode seminando frammenti fonetici generatori di altre parole. Al poeta non resta che unire l’arcipelago dei nessi appena emersi, ed ecco una poesia. Come in un indovinello zen, il non-senso del componimento sospende il nostro senso comune, riportandoci nel territorio della nostra infanzia, dove non conta tanto il risultato finale, quanto il processo dove le parole, nel concatenarsi come puro oggetto fonico, ci rammentano, nel loro concreto, nudo manifestarsi, la sopita fisicità della nostra lingua, i percorsi agili o tortuosi del nostro cervello, il sillabare della nostra bocca: in una parola, il nostro manifestarci nel tempo presente, inteso come tempo a-temporale della creazione linguistica.

Ammettetelo, leggendo questo articolo avrete pensato almeno una volta a Scajola o alla “scalogna”.

Il virgolettato corsivo è tratto dalla nota del libro Amato topino mio, Bompiani, Roma, 1971

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