Lo scorso nove febbraio è stata invitata al Leica Store di Bologna la fotografa slovacca Maria Svarbova in occasione della presentazione di una mostra che vede esposti alcuni dei suoi scatti estrapolati dal progetto “Swimmingpool”, un lavoro iniziato nel 2014 che continua ad evolversi e ad essere implementato dalla fotografa.

Conosciamo meglio questa giovane artista.

Maria Svarbova, classe ’88, ha studiato conservazione e restauro di opere d’arte e archeologia, ma è nella fotografia che trova la sua maggiore forma di espressione. Attraverso i suoi progetti ridefinisce i luoghi della nostra quotidianità, ponendo l’accento sul rapporto tra spazio ed essere umano. Nei suoi lavori,  ambientazioni come macellerie, piscine pubbliche e studi dentistici divengono luoghi surreali ed artificiali dentro i quali l’individuo è raffigurato come un automa, oggetto d’arredo incapace di reagire al peso degli spazi che lo inglobano.

I tableau fotografici raffiguranti l’interno delle piscine pubbliche di Bratislava – costruite in epoca sovietica- catturano l’attenzione lasciando lo spettatore davanti a situazioni irrisolte in cui i protagonisti appaiono disarmati, passivi e statici. E’ evidente che Svarbova sia affascinata dal tempo: le donne dallo sguardo assente che fotografa sembrano sempre in attesa che qualcosa accada e la loro condizione passiva fa trasparire disagio e angoscia. Ad emergere dagli scatti è una condizione di solitudine che evidenzia un’ incomunicabilità tra le figure immortalate.

I volti inespressivi rendono i soggetti più simili a manichini che ad esseri umani. La loro presenza non contribuisce minimamente ad attribuire un senso di calore e di umanità alle immagini, al contrario le posture e le espressioni assunte dai soggetti non fanno altro che rendere le atmosfere raffigurate ancora più gelide e distanti. Il risalto dei colori pastello, accentuati da un lavoro di post-produzione digitale, conferisce l’impressione che le scene immortalate siano ferme nel tempo e nello spazio;  luoghi e individui sembrano intrappolati in una condizione di indifferenza perenne dalla quale non vogliono liberarsi.

La fotografa spiega così le sue scelte: “Uso colori pastello e sovraespongo le luci per portare lo spettatore in un mondo dove i personaggi si muovono come figure robotiche e passive, che passano da un’immagine a un’altra senza mostrare i loro sentimenti.”

La mostra rimarrà visitabile fino alla fine di Febbraio.

a cura di Tommaso Bassi e Ilenia Ghità

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