SPECIALE NOTTE OSCAR: MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

Altra puntata dello SPECIALE BBU. Parliamo di un genere minore, ma ugualmente di grande fascino: il cortometraggio.

LISTA DEI CANDIDATI

Ave Maria: regia di Basil Khalil
Day One: regia di Henry Hughes
Everything Will Be Ok: regia di Patrick Vollrath
Shok: regia di Jamie Donoughue
Stutterer: regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage

AVE MARIA

ave maria

Ave Maria è l’ultima fatica della Nazarena Basil Khalil, già conosciuta nel mondo arabo per il suo Screen International del 2011. Un giorno l’auto di una famiglia di Israele (marito, moglie e nonna irascibile) si schianta contro le porte di un convento gestito da cinque suore che hanno fatto voto di silenzio, sperduto nel deserto del West Bank. Sfortunatamente mancano solo poche ore allo Shabbat, il giorno di riposo ebraico, così nessuno degli ebrei può riparare la macchina. Apparentemente è tutto qui. Il cortometraggio, di base, è la storia di cinque suore che cercano di riparare un motore senza parlare. In realtà però, appare evidente come dietro la semplice comicità gestuale si celi la trasposizione del conflitto tra Palestinesi e Israeliani, gli uni (le suore) incapaci di scendere a un compromesso e scambiare qualche parola, gli altri (la famiglia) convinti di non dover fare nessuno sforzo. Più in generale, un corto di 14 minuti fatto di equivoci esilaranti e inaspettate tenerezze, su come le religioni e le convinzioni profonde degli uomini ne influenzino l’agire.

DAY ONE

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In Day One la malasorte sembra accanirsi esageratamente sulla protagonista Feda, al suo primo lavoro come interprete in Afghanistan per l’esercito degli Stati Uniti (poco credibile in un mondo dove è richiesta esperienza anche per lavorare al McDonald’s). Nei primi dieci minuti viene quasi uccisa da una bomba, sviene più volte e sprazzi del recente divorzio la tormentano continuamente. Come se non bastasse ha pure le mestruazioni. Il corto è una lettura eminentemente femminile, quasi biologica del conflitto Afghano, da parte di una donna il cui orologio interno batte il tempo di una maternità anelata ma ormai agli sgoccioli. Gli altri personaggi sono appena accennati, funzionali alla storia nella maniera in cui rafforzano o minano la femminilità della protagonista. Ciò che riguarda i rapporti personali e professionali è lasciato in sospeso, a galleggiare sui fili di una trama unidirezionale. In definitiva, un corto che per una chiude cento porte.

EVERYTHING WILL BE OK

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Michael è un uomo sui quarant’anni che ha da poco divorziato dalla moglie. È sabato, e Michael si presenta a casa dell’ex-moglie per passare il fine settimana con la figlia Lea. In macchina, il padre tenta un timido approccio giocando la carta della scuola. Di minuto in minuto e luogo in luogo, lo stentato dialogo tra i due si trasforma in una schermaglia, i toni si fanno minacciosi, la tensione cresce. Michael percepisce chiaramente che l’amore della figlia gli sta lentamente scivolando di mano e tenta di supplire alle sue mancanze comprandole regali e cercando di compiacerla. La bambina capisce tutto e il tentativo fallisce miseramente. Da qui in poi il corto procede attraverso continui attriti, frecciatine, bronci, pianti, scatti d’ira, sensi di colpa. Il padre, sempre più roso dall’ansia, nel tentativo di dimostrarsi autorevole, tratta la bambina rudemente dall’alto della sua presunta superiorità, ma peggiora solo la situazione. Alla fine, ironicamente, appare chiaro allo spettatore che dei due sia il vero adulto.

SHOK

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Come in Ave Maria e Day One anche questa volta lo scontro tra culture ricopre un ruolo centrale. Il corto è infatti ambientato in un piccolo villaggio durante la guerra del Kosovo, che vede opporsi tra loro le forze serbe e l’Esercito di Liberazione albanese. I protagonisti sono due ragazzini albanesi, Oki e Petric, che amano trascorrere il loro tempo girovagando in bicicletta lungo le strade della cittadina. Le giornate scorrono tranquille finché l’esercito serbo non prende possesso del luogo. I bambini sono obbligati a imparare il serbo e a seguire nuove leggi, sebbene la zona rimanga sotto la sovranità giuridica del Kosovo. Oki e Petric si trovano così proiettati in una realtà completamente nuova, certamente ostile, ma per certi versi affascinante. La guerra significa sofferenza e privazioni, odi e rancori profondi, ma anche la possibilità di sentirsi uomini, imbracciare un fucile e compiere grandi imprese. Messa a dura prova da pulsioni contrastanti, l’amicizia tra i due si incrinerà, pur senza morire, fino a sfociare in aperta opposizione. I due bambini sono la personificazione su scala ridotta di Albania e Serbia, due paesi che sono stati tutt’uno per molto tempo, fino a ritrovarsi, un giorno, irriducibili nemici.

 

STUTTERER

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Stutterer si concentra su una categoria di persone spesso ignorate, o tutt’al più bersaglio di battute irriverenti: i balbuzienti. Grennwood, il protagonista, è un giovane balbuziente di Londra che intrattiene una relazione virtuale con una ragazza di nome Ellie. Ogni notte per varie ore i due si raccontano chattando la propria giornata. Il loro rapporto sembra destinato a rimanere nella sfera digitale sino a quando, per festeggiare sei mesi insieme, la ragazza decide di fargli una sorpresa e presentarsi a Londra, chiedendogli di vedersi di persona. Per Greenwood, abituato a una comunicazione non verbale dietro cui può mascherare le proprie insicurezze, si tratterà di una scommessa da vincere, prima di tutto con sé stesso. Chi non ha di questi problemi potrà vedere in questa storia nient’altro che una breve commediola, ma in quest’epoca di interconnessione forzata, di condivisione estenuante, non siamo tutti, forse, emotivamente balbuzienti?

Pensiamo che questo sia il migliore di questi cinque corti: una storia d’amore preminentemente contemporanea, delicata e pungente, di stimolo alla crescita interiore dello spettatore. D’altronde non sarebbe la prima volta che un balbuziente sbanca Hollywood. In questi 13 minuti abbiamo capito che non tutti possono essere Re, ma che ognuno ha diritto al proprio Discorso.

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