“Zio, ma secondo te io sto male?”

Se devo scrivere di un film fuori dagli schemi, è possibile che io esca dai margini. Per questo e per altri miei inadempimenti, chiedo perdono.

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Al centro Paolo Mitton, il regista del film “The Repairman”

Paolo Mitton è un simpatico signore torinese che vive a Londra, laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni, che, prima di intraprendere la carriera di regista, si occupava di effetti visivi in film come “La Fabbrica di Cioccolato” o “Alien vs Predator”. La dinamicità che mi suggerisce il lavoro precedente è in netta collisione con la “lentezza” del film prodotto nel 2013, ma uscito nelle sale cinematografiche solo l’anno corrente. Potremmo dire che il tempo che ha impiegato il film a divenire famoso è stato direttamente proporzionale alla velocità con cui sono state girate le scene nello stesso. Aggiungerei, per altro, ingiustamente. Ma, come ci ha spiegato il co-produttore durante la presentazione a fine proiezione, le clausole dei film “indipendenti” sono tante e sono sconosciute. Girare un film senza avere le spalle ben salde è un rischio che solo chi ha coraggio può correre. E di coraggio ne hanno avuto davvero tanto, data l’atipicità/originalità della messa in scena. L’incontro con alcuni degli attori, con il regista e il co-produttore è stato un incontro informale, un incontro con persone belle, sorridenti ed unite, quelle che incontri in giro per strada, di domenica pomeriggio, a passeggio. Credere nei sogni, crederci fino a realizzarli, crederci talmente tanto da riuscire a trovare i mezzi. The Repairman è un film amato e amabile, che sta attraversando ora la scia dei riconoscimenti che gli spettano. I nomi dei personaggi, le loro personalità, la fisicità, i luoghi che frequentano, le case. È tutto perfettamente cucito addosso ad ognuno e, nonostante siano tutti unici nel loro genere, combaciano perfettamente tra loro.

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Locandina, anteprima alla presenza del cast, The Repairman

Il protagonista è Scanio Libertetti, dal cognome ben scandito e dal nome senza la A, quasi a sottolinearne la diversità rispetto al resto dei normali “Ascanio”. È un uomo di aspetto, ma un bambino per la società. E’ un ingegnere mancato che, alla morte del padre, lascia gli studi e si trasferisce in una casa vecchia e rovinata offertagli a un prezzo stracciato da una signora anziana. I suoi coinquilini sono Rodolfo, il porcellino d’india della signora, e Felipe, il cactus. Vive immerso da congegni e pezzi di ricambio e il suo lavoro è riparare macchine da caffè. Scanio non ci sa fare con le donne, non ci sa fare nemmeno con gli amici. Questi ultimi sono i secondi protagonisti del film. Le cene a casa degli amici sono le riprese più statiche, ma quelle più chiassose e divertenti. L’interazione tra Scanio e il resto delle persone sedute a tavola sembra svolgersi a teatro (persino l’arredamento della stanza richiama i particolari), uno scambio di racconti caratterizzato da risposte immediate e domande retoriche. Tutti dicono a Scanio cosa doveva fare, deve fare e dovrà fare; cosa non ha fatto, non fa e non farà; com’è e come sta. Insomma, con le loro vite soggettivamente perfette e le loro convinzioni da provinciali internazionali, tentano di sollevare Scanio dal baratro in cui credono si trovi, dove effettivamente è sempre stato.

Scanio ha perso la patente perché è passato con il rosso ad un semaforo. Viene aggiunto a un gruppo di “recupero patente” insieme ad altre persone che hanno commesso un’infrazione. Come se fosse ad un incontro per cuori infranti, racconta la sua esperienza aprendo continue parentesi. Del resto, la causa indiretta della sua contravvenzione è lei. L’altra protagonista, bella e inglese. Helena è una sociologa trasferitasi in Italia per licenziare in modo “carino” gli impiegati nelle aziende. Dopo un incontro casuale al supermercato, la perdita del porcellino d’india, della casa e del lavoro, la giovane donna ospita in casa propria Scanio, diventando a tutti gli effetti una coppia. Finalmente, per la felicità comune, il giovane riparatore si è sistemato. Questa felicità, però, è destinata ad avere vita breve. Scanio non è capace di sostenere un rapporto, un po’ perché è immaturo, un po’ perché è egoista, un po’ perché è ossessionato dalle onde elettromagnetiche e dal premio Nobel. Dopo aver smontato la metà degli elettrodomestici in casa, in una scena molto casalinga, mentre Helena taglia una zucchina, si svolge in modo silenzioso il dramma.

Scanio è un uomo lento, pignolo, unico, tenero, incapace di badare a se stesso e solitario. La sua vita è piena di persone completamente diverse da lui, ognuna alla ricerca della propria felicità. Gli stessi consigli che Scanio riceve sono un tentativo per salvare un amico e per avere la propria anima in pace. “La felicità è soggettiva”, come ha detto il regista Paolo Mitton, e quando tanti modi personali di essere felici si incontrano, succede che qualcuno ne rimane fuori. Scanio, modesto e represso, che non crede abbastanza in se stesso, ne rimane fuori, ed è addirittura incapace di capire se sta male o no. Esiste un modo per far sì che gli eventi prendano la giusta piega? Cosa bisogna cambiare della propria vita e della propria persona per stare bene? Ecco, la risposta a queste domande è stata inserita nel titolo: The Repairman. “Perchè cambiare vita, se puoi aggiustare quella che hai?”

Si ringrazia il Cinema Galliera per l’invito alla presentazione in anteprima del film The Repairman, senza il quale la recensione non sarebbe stata possibile.

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