UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA, DI ROY ANDERSSON

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Dopo la visione di un film tragicomico come questo, la prima reazione, dopo gli occhi sbarrati e il pallore dell’inconsapevolezza (quindi si, la seconda reazione), è stata quella di cercare un qualsiasi genere di aiuto, uno spiraglio, un appiglio, un traduttore, un veggente per capire a pieno che cosa sono andata a vedere. Il mio stupore è aumentato quando mi sono resa conto che, in fin dei conti, avevo capito più di quanto immaginassi perché il film può essere definito completamente contemporaneo.

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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, Roy Andersson

In questo film ogni scena, che comprende un certo numero di personaggi ed è girata in un luogo ben preciso, il tempo di durata, la comparsa e la sparizione di alcuni personaggi in scene di natura diversa, lo stesso titolo, hanno un senso preciso quanto un famoso orologio svizzero. La tragedia e la commedia sono completamente fuse, talmente bene che non si alternano, bensì si sovrappongono arrivando contemporaneamente allo spettatore. Occorre, dopo questa piccola descrizione, procedere per ordine, poiché lo stesso film, che a prima vista appare confusionario, è in realtà molto preciso e scandito da uno stesso tema, proposto allo spettatore attraverso momenti diversi. L’umanità, magari, fa schifo, ma non dimentichiamoci che può farlo in tanti modi diversi (questo è un banale esempio pratico).

Il titolo: lungo, strano, comico, interessante. L’ispirazione per il suddetto titolo è venuta all’autore guardando il quadro “Cacciatori Nella Neve” di Pieter Bruegel il Vecchio, poiché nel dipinto troviamo degli uccelli appollaiati sui rami di un albero, circondati da un paesaggio rurale invernale. Roy Andersson (il regista) immagina che questi uccelli riflettano appunto sulle azioni che vedono compiere dagli esseri umani sotto di loro.

Le prime tre scene che vengono proposte sono tre bizzarri casi di morte. La particolarità travolgente di queste tre scene iniziali è che, in modo molto semplice, preparano lo spettatore a ciò che verrà in seguito, cioè il corpo centrale dell’intero film. I personaggi sono pallidi in volto, come se fossero già morti, sono lenti nei movimenti e lo sono anche nel parlare. E il regista accentua questa lentezza privandoci di primi piani e regalandoci inquadrature fisse, per darci il tempo di cogliere anche dopo che l’azione è finita. Ad esempio, sforzandomi di non anticiparvi nulla, l’eccentricità e la banalità di queste tre morti viene espressa in modo diverso: una volta è la modalità in cui si perde la vita ad essere bizzarra, la volta dopo è il contorno (a morte accertata) ad essere surreale. Perché? Me lo sono chiesta più volte, e parzialmente credo di essermi anche risposta: la società è fondata su un innumerevole susseguirsi di valori, i quali la maggior parte delle volte vengono calpestati dalla società stessa, appunto; ogni uomo, da vivo o morto che sia, è vittima di questa impresa, è vittima di una società che lascia che tu muoia in modo apparentemente stupido, ed è vittima sempre della stessa che, anche dopo che non ci sei più, si affanna per preoccuparsi di ciò che è rimasto intorno a te, ma di te continua a non importargli.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, Roy Andersson

I veri protagonisti della pellicola sono Jonathan e Sam (Holger Andersson e Nils Westblom), la reincarnazione moderna di Don Chisciotte e Sancho Panza: due venditori ambulanti squattrinati, depressi, sempre pallidi in volto, alla ricerca di un senso alla loro vita, al loro lavoro, ai loro progetti; sempre sotto la luce del paradosso, vendono porta a porta oggetti per la festa di Carnevale: denti da vampiro, il sacchetto che ride se viene premuto e “porta felicità ovunque”, la maschera di zio Dentone, l’articolo novità appena uscito sul mercato. Uno apparentemente più forte, l’altro apparentemente più debole; uno descrive gli articoli, l’altro li indossa per la dimostrazione prova. È vero, sono entrambi repressi, ma non sono rassegnati: brancolando nel buio, cercando porta a porta compratori e debitori, continuano lentamente a camminare. Il posto in cui entrambi vivono è in perfetta sintonia con lo spirito avvilito dei due: un posto sterile, simile ad un ospedale, senza colori e senza calore. L’interpretazione del carattere e delle vicende di questa coppia è stata immediata, direi quasi spontanea. Simboleggiano una società fallita che, nonostante sia condannata ad un percorso tortuoso e in salita, continua ad andare avanti grazie alla speranza di uscirne vittoriosa e sorridente.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, Roy Andersson

La scena più controversa per la mia ragione è il ritorno del passato nel presente: in una caffetteria dei giorni nostri irrompe regalmente e letteralmente Carlo XII di Svezia che, in viaggio verso la Russia con tanto di soldati a cavallo e a piedi che marciano in file perfettamente ordinate, obbliga le donne ad uscire dal locale per reclutare i loro uomini. Poi, improvvisamente, si sofferma sul giovane prestante barista esprimendo tramite i suoi sottoposti una certa approvazione. Successivamente, è protagonista una scena coloniale, dove un gruppo di persone di colore vengono condotte incatenate e frustate all’interno di un serbatoio enorme in rame, intorno al quale sono applicati dei fori simili a trombe; i soldati (che sembrano tedeschi dall’uniforme) danno fuoco alla “piscina” dentro cui si trova il serbatoio, il quale ruotando trasforma le urla delle persone in musica. A rendere ancora più difficile la comprensione di questa scena è il gruppo di anziani aristocratici che osserva in silenzio: sicuramente Andersson voleva farci notare quanto nei secoli dei secoli l’uomo sia stato un inerme spettatore di migliaia di uccisioni dovute al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alla religione ecc, dovute a caratteristiche dell’uomo con le quali facciamo i conti tutti i giorni, sottobraccio e passeggiando per strada.

Questo è il quinto lungometraggio di Roy Andersson, con il quale ha raggiungo l’apice artistico del genere, premiato con il Leone D’Oro al 71° Festival di Venezia. Curiosità: durante il festival il regista ha affermato che la principale ispirazione la deve al film Ladri di Biciclette” di Vittorio De Sica, impartendo una lezione davvero importante: il vero cinema italiano è scuola.

La scena finale racchiude quello che è il motore del film completo: quanto siamo capaci di parlare del niente e di farlo per ore intere? In fin dei conti, non serve un’attenta analisi per renderci conto che il piccione che riflette su un ramo siamo proprio noi, ma tutti insieme, l’uno accanto all’altro, seduti su una sedia piuttosto che appoggiati su un ramo. Per darmi ragione o per darmi torto (preferirei la seconda), vi consiglio la visione di questo film, un po’ irriverente, un po’ crudo, un po’ bizzarro, un po’ statico, un po’ vero. La chiave tragicomica per esprimere una condizione umana così estesa è stata quella che si chiama una genialata, perché di comico c’è l’uomo che si rende ridicolo scegliendo inevitabilmente la strada più facile, di tragico c’è un lavoro interno che l’uomo stesso non ha abbastanza coraggio da portarlo a termine. Vi lascio con questa domanda alla quale potrete rispondere (forse) solo dopo aver visto il film: se potessimo davvero guardarci dall’alto in modo così puntiglioso saremmo in grado di cambiare le cose?

Si ringrazia il Cinema Galliera per la visione, senza il quale questa recensione non sarebbe stata possibile.