WALK WITH ME – IL POTERE DEL MINDFULNESS

“Walk with me”, in sala dal 12 settembre, è l’ultimo lavoro di due registi anglo-francesi, i due quarantenni Marc Francis e Max Pugh. Dopo tre anni di riprese, ci troviamo di fronte a 93 minuti che raccontano gli insegnamenti del maestro vietnamita Thich Nhat Hanh, in particolare l’arte della meditazione buddhista nota con il nome di “mindfulness”.

Benedict Cumberbatch, lo Sherlok più amato delle serie tv, è la voce narrante. La voce profonda e tenue che spezza lunghe riprese “naturali” con le citazioni del maestro zen.

Siamo in Francia, a Meyrac vicino Bordeaux, nel Plum Village, il villaggio fondato nel 1982 dal maestro stesso, dopo essere stato esiliato dal Vietnam durante i moti degli anni ’60 (poi sfociati nella guerra contro gli Stati Uniti).

La natura e la meditazione regnano incontrastate sulla scena. La stessa tranquillità che infonde la definizione collettiva di meditazione c’è sin dalle riprese, statiche e lente. Molti primi piani, molta natura, molte emozioni. Il documentario ci mette a disposizione un argomento di nicchia, una pratica estendibile anche ai non conoscitori e seguaci del maestro.

Cos’è il “mindfulness”? Riporto la descrizione dell’AIM (associazione italiana mindfulness):

E’ una parola inglese che vuol dire consapevolezza ma in un senso particolare. Non è facile descriverlo a parole perché si riferisce prima di tutto a un’esperienza diretta. Tra le possibili descrizioni è diventata “classica” quella di Jon Kabat-Zinn, uno dei pionieri di questo approccio. “Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare: a) con intenzione, b) al momento presente, c) in modo non giudicante”. Si può descriverla anche come di un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora.

Non dev’essere confusa come tecnica di rilassamento o di “svuotamento” dai pensieri, ma si tratta “semplicemente” dell’esperienza diretta di se stessi e delle proprie emozioni. È particolarmente toccante uno spezzone dove madre e figlio si offrono l’una all’altro, raccontando i propri sentimenti e i propri errori, arrivando finalmente alla consapevolezza di entrambi. Un esempio non da poco.

Il documentario intreccia episodi della vita dei monaci con quelli di persone comuni che si accingono ad entrare nella comunità. Accolgono uno stile di vita frugale, povero e caritatevole, dedito alla preghiera e alla meditazione, ma anche a mansioni comuni come le pulizie, la cucina, l’accoglienza dei turisti. Anche la cura del maestro che fa poche comparse, seppur intense, sullo schermo.

L’inizio del documentario descrive un mondo che appare quasi inverosimile, sicuramente idilliaco, dove regna un’esplosione di buoni sentimenti. La stessa natura, che viene ripresa più volte, prende i colori di un mondo fantastico. La magia, però, si ridimensiona quando i monaci stessi escono dal villaggio per fare visita alle proprie famiglie o ai detenuti e alle detenute di un carcere poco distante. I viaggi in autobus, dove si ascolta musica, si canta e si beve tè, rendono ancor più tangibili la credibilità e la realtà dell’argomento. La spiritualità, insomma, non è poi un concetto così astratto.

Un documentario sicuramente alla portata di chiunque. Grandi e piccoli, come quelli che vediamo giocare con un pianoforte o su un’altalena. Un lavoro per lo più rivolto ai seguaci e agli intenditori, ma di ineluttabile interesse anche per altri spettatori.

Eugenia Liberato

Eugenia Liberato

Fuorisede di origini abruzzesi, vivo e studio a Bologna presso la facoltà di Lettere e Beni culturali. I miei interessi, per (s)fortuna, sono molti e molto diversi tra loro: la convivenza, infatti, è sempre sull’orlo della crisi. BBU è la mia passione, è il contenitore dei miei capricci e dei miei doveri. Recensisco film per passione, perchè oltre quella non ho altro. La cronaca sociale è il mio secondo ambito di interesse, ma ci sto lavorando.

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