Sara Procopio
Sara Procopio

Bologna per me è sostanzialmente un’idea, un topos, un luogo comune. 

L’ho scelta a caso, ma non troppo, per svolgere i miei studi universitari cinque anni fa. Mi affascinava il fatto di poter studiare storia medievale in una città in cui respirare un po’ di Medioevo (solo dopo ho scoperto di essermi illusa), ma l’avevo scelta anche con la speranza di andare a qualche seminario di Umberto Eco. L’ho scelta leggendo “il Pendolo di Foucault” in quinta ginnasio, ma ai tempi in realtà non mi sarei mai immaginata di lasciare la Calabria per raggiungere il “nord” (anche questo relativo, perché a quanto pare Bologna non è nord). Ciò che mi ha lasciato questa città? Sicuramente nuove consapevolezze geografiche: ho finalmente conosciuto la “gente di su” e devo dire che è stato uno dei regali più belli che mi abbia fatto. Bologna l’ho vissuta da fuori sede quasi doc: monolocale, il mio bulldog inglese, musica indie e pizzabo (per le matricole: justeat), ma anche cene tra amici, sì, quelli del “nord” per ripeterci ogni volta: che buono il pacco da giù!

Non sono mai stata una tipa da ‘after’, motivo per cui la mia Bologna non è stata piazza Verdi quanto piuttosto le librerie, via dell’ Archiginnasio, le mostre, l’archivio di Stato, le presentazioni dei libri, i professori, quelli che ci hanno creduto più di me.
Se la respiri al mattino presto, ogni qualvolta che torni o la lasci, tutto quello che hai sempre desiderato ti sembra possibile perché tu sei passato da lì e chi passa da Bologna qualcosa lo farà. È stata sempre questa sensazione, con una buona dose di amici (pochi, ma ottimi) incontrati durante le lezioni di lingua araba, ad aiutarmi quando Bologna era bella, ma mai quanto casa e il mare.
Oggi da qualche mese il mio mare è diventato ancora più lontano: mi trovo a Parigi per inseguire ancora i miei sogni e da ‘terrona’ sono diventata italiana. Una cosa che mi piace di Parigi? La libreria “Les petits Platons”, perché se una città crede che i bambini possano studiare filosofia deve essere un posto niente male.

Parigi ti mostra quanti italiani ce l’hanno fatta, ma fuori da casa, da fuorisede anche loro, molti per l’ennesima volta. Ma quando per strada vedi così tante nazionalità in uno stesso luogo capisci che il mito del fuorisede è appunto un mito.  Quando riesci a colmare i tuoi vuoti con il pensiero di stare per ore a spulciare tra i libri dei baracchini lungo la Senna, capisci che alla fine essere fuorisede non è sinonimo di sfortunati. Piuttosto ti dispiace che la tua famiglia e i tuoi affetti non possano vivere le stesse emozioni. Inizialmente non è facile ed è tutto un voilà, ma appena trovi un’altra famiglia di amici che ti accoglie tutto passa.

Bologna e Parigi mi hanno insegnato che non importa il luogo, né la lingua, neppure le abitudini (tanto si può sempre portare avanti la colonizzazione per via di ‘nduja sul pane) ci si abitua ad un posto quando troviamo qualcuno con cui condividere. Quanto mi piace questo verbo, che in francese è partager, ed è stato uno dei primi che ho imparato per ovvi motivi, perché io da brava terrona volevo qualcuno con cui sentirmi a casa.

Fortunatamente qualcuno anche stavolta l’ho trovato e l’ho trovato perché Bologna mi ha insegnato che i pregiudizi non servono a niente, solo a sentirsi soli nel mondo.

Sara e il suo bulldog Bonzo
Sara e il suo bulldog Bonzo
Sara Procopio
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